Veronica, la poeta reggente

Nella notte tra il 29 e il 30 novembre 1485 nasce nel castello di Pralboino, nella pianura a sud di Brescia, Veronica Gambara, figlia dei feudatari locali. La sua è una famiglia numerosa, nobile, assai colta e imparentata con importanti esponenti, anche femminili, della cerchia umanistica delle corti padane dell’epoca.

FOTO 1. Pralboino-Palazzo_Gambara
Palazzo Gambara a Pralboino

A Veronica, come ai suoi fratelli e sorelle, senza discriminazioni di genere, viene impartita un’ottima educazione umanistica;  studiano latino, filosofia, teologia e  vengono istruit* nell’arte della retorica da Thomas Ferrandus, un noto maestro di grammatica che introduce, prima a Ferrara e poi a Brescia, l’arte tipografica e lavora con Pietro Gambara, quando nel 1493 lo zio di Veronica fa stampare a Brescia un saggio sui cavalli. Fra le famiglie nobili vige la consuetudine di cimentarsi con la poesia e la conversazione letteraria e la ragazza comincia a scrivere versi fin dall’adolescenza, che trascorre tra Pralboino e Brescia. Nel centro lombardo, animato da un vivace fermento culturale, l’opera di Petrarca, riletta alla luce della lezione di Erasmo da Rotterdam e delle correnti spirituali dell’evangelismo italiano, è ben conosciuta, grazie all’attività delle numerose tipografie locali e a letture pubbliche, e il Cinquecento si apre con il successo  di un gruppo di petrarchiste, tra cui spiccano Veronica Gambara, voce poetica unica e privata che si discosta fin dall’inizio dalle tante imitazioni di maniera, Lucia Albani Avogadro e Isotta Brembati.

FOTO 2. Lucia e Isotta
Lucia Albani Avogadro e Isotta Brembati

Si tratta della prima vera e autorevole affermazione delle donne delle “corti” e della frammentata realtà politica italiana in una storia “unitaria” delle lettere e Veronica Gambara è talmente nota come poeta da essere accostata a figure come Gaspara Stampa e Vittoria Colonna, ed elogiata da Pietro Bembo, che, prima ancora di conoscerla personalmente, conclude un sonetto con le parole «e la voce udirò, che Brescia onora». La scrittura è uno dei fili conduttori della vita di Veronica, dall’adolescenza all’età matura; tuttavia né le rime, né l’epistolario sono ordinati in modo organico poiché originariamente non destinati alla pubblicazione. Nel 1759 sono date per la prima volta alle stampe dal bresciano Felice Rizzardi  Rime e lettere di Veronica Gambara, che presentano quarantadue componimenti poetici, ordinati per temi, cui seguono due edizioni delle Rime alla fine dell’Ottocento. Solo nel 1995 esce a opera di Alan Bullock un’edizione critica della poesia di Gambara, che comprende 67 componimenti, principalmente sonetti, ordinati cronologicamente sulla base di indizi testuali e extra-testuali.
I componimenti giovanili datano dal 1504 fino al matrimonio con Giberto (1509) e sono seguiti da testi in lode del marito e di compianto per la sua morte, e, infine, composizioni di argomento politico e religioso. Nelle prime liriche sono riprodotti i turbamenti dell’animo della giovane, vittima impotente di un amore foriero di angosce e di una Fortuna irrimediabilmente avversa. Del resto lei stessa si definisce pessimista, dichiarando «e di temer sì avvezza è per usanza / questa mia del suo mal presaga mente/ che ’l van timor assai la speme avanza». Nel 1504 Veronica indirizza un sonetto a Pietro Bembo, amico della sua famiglia d’origine, nel quale già emerge la cifra del suo atteggiamento verso il letterato: ammirazione mista ad affetto, la costante richiesta di un giudizio positivo sui propri componimenti e il piacere di riceverne esortazioni a proseguire l’attività poetica. È l’inizio di una relazione che sarà interrotta solo dalla morte di Bembo, a ricordo del quale la poeta compone due sonetti. Diversamente dalle rime, l’epistolario di Veronica Gambara è ancora frammentario e segnato da imponenti lacune, nonostante si abbiano notizie della sua corrispondenza con personaggi di grande rilievo. Per esempio del carteggio con Pietro Bembo, durato una vita, restano solo dieci lettere in cui Veronica si pone sempre in una posizione di rispetto quasi filiale nei confronti del più anziano maestro e consigliere; di quello con Pietro Aretino, che la definisce “meretrice laureata” e che lei cerca di ingraziarsi, undici. In realtà la contessa  è una donna rinascimentale non incasellabile in una sola dimensione: è insieme letterata, accorta politica e reggente del feudo del marito, lucida intellettuale profonda conoscitrice del suo tempo, instancabile animatrice di cenacoli culturali, la cui cifra essenziale è quella di una “poeta reggente” che compone versi e, allo stesso tempo, è attivamente impegnata a creare una solida rete di protezione per la propria famiglia e il proprio feudo. Nel 1509 infatti  Veronica sposa Gilberto VII (o Giberto), che ha quasi trent’anni più di lei, signore di Correggio, vedovo e già padre di due figlie. Il matrimonio, per quanto combinato, pare rivelarsi felice: la giovane si stabilisce nel piccolo feudo ambientandovisi con facilità e si inserisce a pieno titolo nel fervore culturale e religioso del suo tempo. Al marito Veronica dedica numerose rime, che hanno come filo conduttore la lode della bellezza degli occhi e in cui si intrecciano arte e vita, spontaneità e riuso di materiale linguistico ed espressivo, a partire dai “lumi” della lirica stilnovista; lo sguardo intenso dello sposo colpisce la donna fin dall’inizio e questa emozione rende le sue rime vive e palpitanti. Scrive Veronica: «Dal veder voi, occhi lucenti e chiari, / nasce un piacer ne l’alma, un gaudio tale / ch’ogni sdegno, ogni affanno, ogni gran male / soavi tengo, e chiamo dolci e cari. / Dal non vedervi, poi lucenti e rari,/lumi del viver mio segno fatale, / un sì fiero dolor quest’alma assale / che i giorni miei fa più che assenzio amari. / Quanto contemplo voi sol vivo tanto(a), / limpide stelle mie soavi e liete; / il resto di mia vita è doglia e pianto; / però se di vedervi ho sì gran sete / maraviglia non è, ch’uom fugge quanto / che può il morire, onde voi schermo sete». Questo noto sonetto si basa sull’opposizione fra lo stato di beatitudine della protagonista alla presenza degli occhi lucenti e chiari del marito e quella di fier dolor  quando non può guardarli; gli occhi, peraltro, non solo la preservano dal dolore, ma anche dalla morte, alla quale oppongono schermo.
Nel 1510 nasce Ippolito e l’anno successivo il secondogenito Girolamo. Nel 1518 Giberto, a causa di un contagio da febbri malariche, muore, dopo averla nominata amministratrice dei beni dei figli e averle conferito la facoltà di coreggente della signoria, affiancandole il nipote Manfredo III.
Le rime di Veronica dopo la morte del marito ritrovano accenti amari e desolati e ritorna il tema giovanile dell’invettiva contro la Fortuna, alla quale la giovane vedova oppone una fiera resistenza: «Straziami a possa tua, crudel Fortuna, / e di me gioco fa quanto a te piace! / Godi del strazio mio crudo e fallace, / e giorno e notte in me martiri aduna! / Fa pur ch’io stenti e che mai tregua alcuna / non trovi al mio dolor troppo tenace! / Dammi pur sempre guerra e non mai pace, / e quanti mali hai teco in me raduna, / che forza non arai, mentre ch’io vivo, / muovere il fermo cor da quel pensiero / che mille volte il dì l’uccide e avviva! / Né temo il colpo tuo spietato e fiero, / che la cagione onde’l mio mal deriva / tal è ch’ogni gran duol tengo leggiero». Questa lirica rappresenta la trasposizione letteraria della risoluzione di Veronica a non risposarsi e a vivere la sua esistenza sotto il segno del lutto —
che rende onnipresente il nero nell’abbigliamento, nell’arredamento, nel manto dei cavalli e perfino nella carrozza – e della fedeltà al marito defunto, che si concretizza nell’esercizio del potere, in continuità con il progetto di Gilberto di trasformare Correggio in un punto di riferimento importante  fra le corti dell’Italia centro-settentrionale. Proprio dopo la sua morte il piccolo centro emiliano raggiunge il suo massimo splendore. Nel 1520, con l’investitura imperiale, diviene un minuscolo Stato autonomo e una splendida corte, rappresentata nella pittura di Antonio Allegri, detto il Correggio, e ospita per ben tre volte l’imperatore Carlo V: nel 1520, 1530 e 1532. Per la piccola corte emiliana passano inoltre i più importanti letterati del tempo: da Bembo a Bernardo Tasso, dall’Aretino a Ludovico Ariosto, il quale così la ricorda nella conclusione dell’Orlando Furioso: « O di che belle e saggie donne veggio, e di che cavalier il lito adorno! Mamma e Ginevra e l’altre da Correggio veggo dal molo in su l’estremo corno; Veronica Gambara è con loro, / sì grata a Febo e al santo aonio coro». La reggente si occupa con grande abilità e determinazione dell’amministrazione dello Stato e con familistica lungimiranza dell’educazione dei due figli maschi e delle prospettive matrimoniali delle figlie femmine di primo letto di Gilberto, rivelandosi una delle grandi madri reggenti del XVI secolo. Nella politica familiare si appoggia ai potenti fratelli per consolidare le sorti dello Stato attraverso la scalata a cariche prestigiose; decisivo è il suo soggiorno a Bologna nel 1528-1530, ospite del fratello Uberto, governatore della città, per assistere all’incontro tra papa e imperatore e l’incoronazione di quest’ultimo. Nell’occasione la reggente di Correggio riunisce attorno a sé un selezionatissimo circolo, che supera per prestigio perfino quello della ben più nota Isabella d’Este, grazie alla sua capacità di attrarre gli ingegni più famosi e alla attualità delle discussioni proposte, dall’influsso di Saturno all’arte della memoria, dalla fortuna alla ricerca della fama, temi cui aveva iniziato ad accostarsi nella piccola ma colta corte paterna.
Per garantire l’indipendenza della contea Veronica attua una politica di prudente e guardinga amicizia con i potenti vicini, in continuità con quella del defunto marito, abbandona il tradizionale atteggiamento filofrancese dei feudatari padani e ricerca l’amicizia e la protezione di Carlo V, cui dedica cinque sonetti, di tono così marcatamente encomiastico da sconfinare nella piaggeria. L’imperatore le appare come l’unico garante dell’ordine e baluardo della tradizione e della fede, “unica speme in un secolo infelice”, colui che “duo mondi ha vinto”, ovvero la Francia di Francesco I e i Turchi e per lui e le sue armate genti invoca il Padre del Cielo affinché siano guardati con pietoso affetto, poiché non ad altro ch’a disfare intenti / son quelli che ’l nome di Dio hanno in dispetto. Veronica si spinge addirittura a immaginare di far edificare un tempio d’avorio, in cui «Starà nel mezzo una gran statua d’oro/e dirà un scritto “Questo è Carlo Augusto, / maggior di quanti mai ebber tal nome”. / D’intorno i vinti regi, e al par di loro / fuggir vedrassi il Turco, empio ed ingiusto». Nella sua ostentata devozione all’imperatore coesistono ragioni di opportunità politica, l’ubbidienza all’ortodossia cattolica e l’adesione al “mito” di Carlo V, diffuso nella letteratura, nelle immagini e nella mentalità del primo Rinascimento. Particolarmente importante è l’ultima visita dell’imperatore a Correggio, nel 1530; Carlo V esonera il piccolo regno dal rifornire gli eserciti imperiali, assicura protezione ai figli della “signora” e si adopera per il reintegro dei Gambara nei loro possedimenti di Brescia, confiscati dalla Serenissima, e restituiti nel 1532.
Dagli anni Quaranta il governo del feudo passa nelle mani del figlio Ippolito e dunque Veronica può concentrarsi maggiormente sull’attività letteraria, da lei mai davvero trascurata. Nella sua produzione più tarda alcune liriche sono caratterizzate da un anelito religioso: un sonetto è una richiesta d’aiuto a Dio affinché la salvi dalle insidie dei sensi, due sono lodi e celebrazioni della Madonna e, uno, il più controverso, è incentrato sulla predestinazione divina: «Seco gli unisce ed al ben far gli invita / non per opra di lor saggia o gradita / ma per grazia di Lui». Il testo è la trascrizione poetica della Lettera di S. Paolo ai Romani e il tema della giustificazione per sola fede non è una dichiarazione di adesione alla Riforma, bensì semplicemente un documento della sensibilità religiosa dell’epoca, sia pure venato di sfumature eterodosse. Tuttavia l’ispirazione religiosa resta, nel complesso, piuttosto marginale nelle Rime; prevalgono liriche dal tono più intimo, il tono encomiastico e il piacere della comunicazione con il mondo politico e letterario di cui Gambara è parte.

FOTO 3. memorie di Veronica Gambara

La “poeta reggente” muore il 13 giugno 1550, e viene sepolta,  secondo il letterato correggese Rinaldo Corso con un ramoscello di olivo nella mano e uno di alloro sulla bocca, a simboleggiare l’indole pacifica e il culto delle Muse. Oltre alla sua poesia, amata tra gli altri da Giacomo Leopardi, ci restano di Veronica Gambara, probabilmente, due ritratti; uno del Correggio conservato all’Ermitage di San Pietroburgo (in copertina) e la cosiddetta Schiava Turca, una misteriosa figura femminile dipinta dal Parmigianino nel 1531, che avrebbe idealizzata e ringiovanita l’allora non più giovane reggente di Correggio.

FOTO 4. Parmigianino_-_La_schiava_turca
Parmigianino, La schiava turca

 

Articolo di Claudia Speziali

mbmWJiPdNata a Brescia, si è laureata con lode in Storia contemporanea all’Università di Bologna e ha studiato Translation Studies all’Università di Canberra (Australia). Ha insegnato lingua e letteratura italiana, storia, filosofia nella scuola superiore, lingua e cultura italiana alle Università di Canberra e di Heidelberg; attualmente insegna lettere in un liceo artistico a Brescia.

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