Editoriale. Vincere la paura disumana di ieri e di oggi. Milano ricorda e da Napoli un caffè sospeso va incontro all’umanità.

Carissime lettrici e carissimi lettori,

hanno detto e scritto che da quel giorno è cambiata l’Italia. Hanno detto e scritto, ma tante e tanti di noi l’hanno pensato, che è da quel giorno che abbiamo cominciato ad avere davvero socialmente paura.
Succedeva a Milano, a piazza Fontana. Era il 12 dicembre del 1969, cinquanta anni fa, quando una bomba scoppiava, poco dopo le 16, nel salone centrale della banca dell’Agricoltura. Quella bomba ha fatto più vittime: 17 morti e quasi 90 feriti, alcuni segnati per la vita. Ma di ordigni quel giorno di dicembre ce ne furono altri: uno ancora a Milano, alla banca commerciale, inquietante, perché scoperto prima di quello dell’Agricoltura, inesploso, ma fatto subito brillare, azzerando così una preziosissima fonte di prove. Altre tre bombe furono messe a Roma, alla banca del Lavoro, nella centralissima via San Basilio, a un passo da via Veneto, piazza Barberini, la redazione del quotidiano Il Messaggero. Altre due all’altare della Patria, a piazza Venezia. Tutte provocarono feriti e danni, ma non morti.
Piazza Fontana, con la sua terribile esplosione di mezzo secolo fa, con i suoi morti, con il suo sangue versato e lo spaventoso cratere apertosi nel pavimento della banca, è diventata il simbolo dell’inizio di un’epoca che continuerà ad essere segnata da tante altre bombe e che mieterà ancora tante altre vittime. Qui ricordiamo quella bomba di cinquanta anni fa cominciando dalla sua diciottesima vittima, innocente come le altre, il ferroviere anarchico Pinelli “caduto” (o spinto giù già morto o stordito) dalla finestra di una questura, mentre era trattenuto lì già oltre i termini di legge. Celebriamo quei morti innocenti, ricordiamo quel depistaggio iniziale verso la traccia anarchica, ci colleghiamo con la mente e nei fatti con quel che successe in Germania nel 1933, dopo l’incendio di fine febbraio di Reichstag a Berlino. Dopo quell’avvenimento violento, del quale non poteva certo essere colpevole una sola persona (come si volle far credere), Adolf Hitler trovò definitivamente i numeri per governare.
Dopo fatti del genere è la paura che diventa protagonista: causare il maggior disordine possibile per provocare il bisogno di un ritorno imperante all’ordine. Si chiama strategia della tensione che fa sentire fortemente il bisogno di un governante rassicurante e forte. Paura e muri vanno molto d’accordo come con le dittature. Purtroppo, come scrive l’autore dell’articolo: “A seguire tutta la storia della bomba a piazza Fontana ci si perde” e in effetti si può dire che i veri colpevoli, soprattutto le vere dinamiche (di copertura e quant’altro) non si siano mai chiarite e tanti non hanno avuto interesse a che accadesse.
Ma la città di Milano vuole ricordare. Lo farà per una settimana intera, cominciando da lunedì prossimo. Manifestazioni, video stradali, performance teatrali, incontri nelle biblioteche e nelle scuole e con le 17 pietre d’inciampo (un’espressione di memoria e di pietas che ultimamente ha dato molto fastidio ad alcuni) con il nome di chi quel giorno morì senza colpa. Poi il 12 dicembre ci sarà una riunione straordinaria del Consiglio comunale milanese con la presenza del capo dello Stato Mattarella e tre giorni dopo, il 15, una grande manifestazione ricorderà la solidarietà che lo stesso giorno di mezzo secolo fa la gente dimostrò in occasione dei funerali delle vittime. Perché, come ha detto il sindaco: “Milano è memoria”, e noi aggiungiamo che l’Italia tutta deve, ha il dovere di ricordare, per salvare sé stessa da tentazioni autoritarie conseguenti la strategia della tensione messa in atto da bombe e terrorismo per alimentare la venuta di governi dispotici.
Lo psicanalista Massimo Recalcati spiegando il suo ultimo lavoro sulle Nuove melanconie parla di un passaggio dall’epoca del libertino all’era del securitario che diventa patologico quando si trasforma in una condizione eccessivamente claustrale. Ci si chiude in casa, nel confine della propria terra che può essere sano e normale perché ci permette di avere un’identità (come lo è nell’infanzia) fino a che – precisa Recalcati – il confine rimane poroso, vale a dire che si palesa come luogo di transito di scambio. La perdita della porosità trasforma il confine in muro diventa patologia, si trasforma in barriera, fortezza, difesa”. Ecco la nostra epoca che è spinta, con lo stimolo all’odio, al volersi sentire protetti, al desiderio (questo a grande rischio di patologia delle masse) a mettere la propria vita nelle mani di un uomo, o una donna (purtroppo ne abbiamo ascoltate di parole!), a cui volontariamente diamo i “pieni poteri” nella gestione della res publica.
La paura nei confronti del diverso è purtroppo molto presente. Abbiamo appena celebrato, il 3 dicembre, la giornata mondiale per la difesa delle persone portatrici di disabilità e il compleanno di una donna, Mirella Antonione Casale (il 12 dicembre, la ricordiamo con un articolo), così segnata anche da avvenimenti personali, ci rimanda a un messaggio di speranza per un futuro contrassegnato di più dalla compassione, nello stupendo significato primario di questa parola che ha origine dal latino cum patio, “soffro con”, un ascolto profondo, una consolazione  data da quel cum di origine latina, per una strada comune.
Mirella Antonione Casale ha il grande merito di aver fatto entrare nelle classi delle scuole, cominciando dalla sua, a Torino, dove era preside, le tante bambine e i tanti bambini che hanno avuto la sfortuna di subire un handicap fisico o mentale. Ha fatto superare alla scuola, la presenza vergognosa e ghettizzante delle così dette classi differenziate, di epoca fascista. Questo già nel 1971, prima della legge dello Stato (la 517 del 4 agosto del 1977). A scuola quelle ragazze e quei ragazzi, anche grazie al suo stimolo, hanno la possibilità non solo di vivere insieme alle loro coetanee e ai loro coetanei, sentendosi “parte di” e non solo in quanto “stare in”, ma essere aiutati a questa partecipazione dalla benefica presenza delle insegnanti e degli insegnanti di sostegno.
Oggi questi Figli di un dio minore, come magistralmente detta il titolo del famoso film di Randa Haines (tratto dall’omonima pièce teatrale di Mark Medoff del 1980), hanno finalmente preso un posto nel cuore della nostra società, seppure molto ancora c’è da fare e tanti sono i pericoli di arretramento. Se ne parla a scuola, sui giornali, più attenti anche al rispetto, nella politica, persino nella pubblicità. Anche i racconti televisivi portano in scena storie spesso toccanti. Proprio in questi giorni sotto Natale (dal 16 dicembre su Rai1) una fiction dal titolo emblematico, Ognuno è perfetto che detta, potremmo dire con allegria, questo possibile incontro raccontando le peripezie tragiche e comiche di Dick, affetto realmente dalla sindrome di down, che si realizza lavorando in una fabbrica di cioccolata. Una recitazione magistralmente guidata da Giacomo Campiotti (il regista di Braccialetti rossi) e affiancata a bellissimi nomi di attrici e attori di grande spessore, come Piera Degli Esposti, Cristiana Capotondi e Edoardo Leo oltre che da una vera allegra squadra di ragazze e ragazzi diversamente e magnificamente abili.
Parte con un piccolo (ma non direi così piccolo) dispiacere la carrellata delle donne celebrate in questo numero. Parlo dell’articolo dedicato al ricordo del 25 novembre appena trascorso: “una celebrazione, una passerella di buone intenzioni che in genere restano tali (quando non mandano anzi messaggi contrari), la fiera della retorica, la sagra delle banalità e dei luoghi comuni (anche se tutti/e dicono che bisogna contrastare gli stereotipi)”, scrive amaramente l’autrice dell’articolo.
Ma rallegriamoci con le vite di Josephin Baker (il cognome era del marito e mantenuto anche dopo la separazione), della valorosissima Begun Rokaya alla quale il Bangladesh dedica una giornata all’anno per premiare le donne di quella terra che si sono distinte, o con la storia di Iris Versari o quella non meno interessante delle prime mediche inglesi. Oppure immergiamoci nel racconto della bambina etiopica venuta a noi da un tempo lontanissimo lungo tre milioni di anni.
Si parla poi in questo numero di diritti umani, della Carta dei diritti umani, la Magna carta (approvata il 10 dicembre) e di un altro anniversario importante, quello degli accordi sul clima firmato a Kyoto.
Confesso di aver provato un piacere sottile, concedetemelo, leggendo la ricetta di questo numero, una torta salata (credo gustosissima oltre che facile da fare). Al termine della ricetta l’autrice si cura di avvertire, “per i vegetariani”, di omettere la pancetta che è compresa tra gli ingredienti, ma la cui eventuale assenza nulla toglie alla bontà della ricetta. Ho una figlia che da piccola ha scelto di essere vegetariana e so, per diretta esperienza, quanto sia ancora molto difficile per i vegetariani e per i vegani mantenere fedeltà alle proprie scelte alimentari e quanto sia ancora problematico trovare un panino al bar o un piatto al ristorante che non sia la semplice pasta al pomodoro. E soprattutto come sia più complicato e dispendioso, per chi ha fatto questa scelta etica, fare la spesa.
Ma la mia simpatia va, incondizionatamente di parte, alla storia del caffè sospeso, quella bella abitudine piena zeppa di umanità nata a Napoli, probabilmente al famoso Caffè Gambrinus, ribattezzato il Gran caffè Gambrinus che si apre, con i suoi tavolini sulla centralissima piazza Plebiscito. Una storia che ci fa sperare, una bella storia di uomini e donne che sanno pensare a chi ha bisogno, anche solo per donare, cominciando da lì, un semplice, rivitalizzante caffè!
Buona lettura a tutte e a tutti.

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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