Lo Stato della strage

«Quella notte a Milano era caldo / ma che caldo, che caldo faceva / brigadiere apra un po’ la finestra / una spinta e Pinelli va giù».
«Quella notte a Milano era freddo, ma a casa il riscaldamento funzionava bene. Spesso papà tornava tardi, ma quella volta erano tre giorni che non lo vedevo. Non sapevo cosa fosse successo, ero una bambina e tante cose non me le dicevano. Ma quando vidi la luce accesa filtrare da sotto la porta capii che era tornato e mi alzai per abbracciarlo. La porta della cucina era chiusa ma filtravano le voci di papà e mamma che parlavano. Prima di aprirla lo sentii dire: “Ho visto pezzi di carne appiccicati alle pareti”». Il papà della bambina Antonella, funzionario di polizia della questura di Milano, fu tra i primi ad entrare nella sede della Banca dell’Agricoltura devastata dalla bomba.
Io non mi ricordo che tempo facesse a Roma, ma era dicembre, l’anno il 1969. La sera di venerdì 12 guardavo con i miei il telegiornale e la notizia, a dir poco, mi sconvolse. Erano scoppiate delle bombe, a Roma e a Milano; non avevano causato vittime tranne una, alla sede della Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, a Milano, che aveva fatto un massacro. La mattina seguente non si parlava d’altro, anche perché sembravano apparire chiarissime la meccanica e la responsabilità: erano stati gli anarchici. Alcuni ci credettero, altri no. Era una notizia vera o una fake news? Ma come scrive Enrico Deaglio nel suo recente libro La Bomba. Cinquant’anni di piazza Fontana, «Cinquant’anni fa non c’erano fake news, perché non esistevano news che non fossero quelle ufficiali, in genere fake». In Italia esisteva una sola rete televisiva con un solo canale e un solo telegiornale, e le notizie erano quelle ufficiali: le cosiddette “veline” di fonte governativa. Né l’unico telegiornale né la maggior parte dei quotidiani e dei settimanali pubblicavano notizie se non quelle passate al vaglio di una censura che noi adolescenti neppure sapevamo esistesse.

2.La prima pagina del Corriere della sera. Il calcolo delle vittime è ancora provvisorio

La bomba scoppiò alle 16,37. Alle 16,25 una guardia aveva trovato un ordigno inesploso dentro una borsa alla Banca Commerciale, a cinquecento metri da piazza Fontana; gli artificieri la considerarono non pericolosa e chiesero indicazioni; dall’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni risposero di farla brillare in sicurezza; gli artificieri eseguirono e distrussero in un colpo solo tutti gli indizi che la borsa e la bomba contenevano: nessuno analizzò l’ordigno, nessuno cercò impronte digitali, nessuno studiò il timer, nessuno cercò testimoni, nessuno batté i bassifondi rastrellando informazioni, nessuno fece nulla, benché fosse chiaro che un collegamento fra quella e le altre bombe della giornata dovesse ragionevolmente esserci. Invece niente: la pista da seguire, fu detto con una prontezza sconcertante, era quella anarchica.
Il venerdì, a Milano, si svolgeva il mercato degli agricoltori davanti al Consorzio agrario, lì a due passi, e la banca era affollata. Le vittime della bomba furono diciassette e ottanta le persone ferite, alcune in modo gravissimo. Perché qualcuno avrebbe dovuto fare una simile strage colpendo nel mucchio alla cieca e poco prima di Natale? Deaglio cita il “caso di scuola” del Novecento: l’incendio del Reichstag di Berlino del 27 febbraio 1933 di cui fu accusato Marinus van der Lubbe, un giovane olandese che, torturato, confessò di aver agito all’interno di un complotto comunista. Gli storici ritengono che la meccanica dell’attentato fosse troppo complessa per una persona sola e che la matrice fosse invece nazista: nonostante la vittoria elettorale, Hitler non aveva i numeri per governare ma, dopo l’incendio, si ritrovò con sei milioni di voti in più e mise in manette tutti gli ottantuno deputati comunisti. Il resto è noto. Come scrive Deaglio, «la lezione di quell’evento è ancora adesso valida: un attentato terroristico è la miglior cosa per “spostare un paese a destra”, nelle varie declinazioni possibili». E perché nel dicembre 1969 qualcuno voleva spostare a destra il Paese, anzi addirittura riportarlo a un regime autoritario? Perché l’autunno operaio, in particolare nel settore metalmeccanico, era stato “caldo”, con agitazioni e scioperi per il rinnovo del contratto di lavoro; perché la contestazione studentesca aveva messo rumorosamente in discussione l’idea di autorità e di potere, rimasta, in Italia, ancora quella del fascismo, sconfitto, tutto sommato, da pochi anni; perché i e le giovani di tutte le fasce sociali, che lavorassero o che studiassero, avevano riconosciuto la propria affinità, i propri problemi che trascendevano le rivendicazioni di categoria. Perché in Italia solo l’1% arrivava all’università (di cui solo un terzo le donne). Perché il mondo era in ebollizione. Rispetto al ventennio fascista l’Italia non era cambiata poi così tanto e il boom economico, che aveva portato un’automobile a rate in tutte le famiglie, cominciava ad apparire un simulacro non solo vuoto ma anche pericoloso. Ligi alla lezione del Reichstag, per fomentare i benpensanti contro le istanze di eguaglianza e di liberazione, i nuovi nazisti inaugurarono una stagione di stragi. Il disordine per imporre l’ordine: sembra contraddittorio, ma funziona.

Foto 3

Alla fine degli anni Sessanta riscuoteva un grande successo una canzone deliziosamente nonsense di Enzo Jannacci, Vengo anch’io no tu no, nella quale si elencano attività tra il banale e il demenziale, e in cui, a un personaggio evidentemente scemo che vuole parteciparvi a tutti i costi, si risponde di no con la motivazione: perché no. «Vengo anch’io? No, tu no. Ma perché? Perché no». Al di là della tiritera orecchiabile e popolare che guadagnò vendite stratosferiche al 45 giri, il testo, che sembra idiota, è in realtà una critica serrata ai luoghi comuni cari alla “maggioranza silenziosa” e ai temi della bontà patriottica, tanto è vero che due strofe, scritte in collaborazione con Dario Fo, furono colpite dalle censure incrociate dell’industria discografica e della Rai e non raggiunsero mai il pubblico. Una si riferiva alla sanguinosa dittatura congolese di Mobutu Sese SekoSi potrebbe andare tutti insieme nei mercenari / giù nel Congo da Mobutu a farci arruolare / poi sparare contro i negri col mitragliatore / ogni testa danno un soldo per la civiltà») e l’altra al disastro minerario di Marcinelle del 1956, in Belgio, in cui morirono 262 minatori, in gran parte italiani («Si potrebbe andare tutti in Belgio nelle miniere / a provare che succede se scoppia il grisù / venir fuori bei cadaveri con gli ascensori / fatti su nella bandiera del tricolor»). Vengo anch’io? No, tu no. Macabro, ma vero.
Ecco, sarà stata l’atmosfera della Hit Parade dell’epoca, ma la sensazione generale era che le risposte alle questioni che andavano emergendo e che stavano a cuore a sempre più persone fossero vuote, circolari, e non a caso: Jannacci aveva scritto la canzonetta proprio per questo. Perché le bombe le avrebbero messe gli anarchici? Perché sì. Perché non potrebbe essere stata l’estrema destra neofascista e magari pezzi collusi dello Stato? Perché no. Perché Pinelli si sarebbe suicidato? Perché sì. Perché non sarebbe stato invece buttato dalla finestra? Perché no.

4.Enzo Jannacci e Dario Fo, 1968
Enzo Jannacci e Dario Fo, 1968

Giuseppe Pinelli, detto Pino, fu la diciottesima vittima. Era un ferroviere anarchico, partigiano, sindacalista, esperantista e fu fermato la sera dell’attentato, trattenuto tre giorni, ben oltre il fermo legale di polizia di 48 ore, e poi precipitato da una finestra della questura nella notte fra il 15 e il 16 dicembre. Morì poco dopo in ospedale. Era stato accusato di aver compiuto la strage con la complicità di altri anarchici, in particolare Pietro Valpreda. Pinelli, secondo la sentenza di alcuni anni dopo, sarebbe stato vittima di un “malore attivo” che lo avrebbe spinto a lanciarsi contro la finestra, aprirla e gettarsi nel vuoto ammettendo sconvolto e disperato la propria colpevolezza. La stanza dove lo stavano interrogando era di soli metri 3,56 per 4,40, vi erano alcuni mobili e i cinque uomini presenti non sarebbero stati capaci di fermarlo. Numerose perizie mediche e balistiche posero seri dubbi sull’attendibilità della versione fornita dalla polizia e l’opinione prevalente fu che a cadere fosse stato un corpo privo di sensi. Il commissario Luigi Calabresi, noto per il suo lavoro di contrasto politico alle formazioni di sinistra, non risulta fosse presente anche se la sinistra gli ha sempre imputato quantomeno una responsabilità morale. Sottoposto a processo, morì ammazzato prima della conclusione. Nei cinquant’anni dopo la strage, oltre alle vittime della bomba, ve ne furono altre fra i testimoni, gli accusati e gli investigatori, alcune dovute al normale scorrere del tempo, altre più ambigue.
Se sulla morte di Pinelli le notizie attendibili faticarono a diffondersi, circolarono subito i versi citati all’inizio di queste righe, adattati alla musica di Il feroce monarchico Bava, la canzone popolare del 1898 sul generale Fiorenzo Bava Beccaris, autore della sanguinosa repressione dei moti di Milano.

5.Giuseppe Pinelli
Giuseppe Pinelli

A seguire tutta la storia della bomba di piazza Fontana ci si perde. La pista anarchica apparve presto pretestuosa, anche grazie alle indagini e alle disamine dei processi condotte da militanti, studiosi e giornalisti della sinistra extraparlamentare. Nel giugno 1970 apparve un libro, La strage di Stato, nel quale gli autori Eduardo M. Di Giovanni, Marco Ligini “e tanti altri compagni e compagne” raccolsero informazioni e testimonianze, misero a confronto dichiarazioni, ricostruirono attività e spostamenti allo scopo di «accertare i fatti e risalire alle responsabilità politiche»: un lavoro di giornalismo investigativo che fece epoca. Fu allora che nacque la “controinformazione”, ovvero la ricerca e la diffusione di notizie diverse rispetto alla stampa, alla radio e alla televisione ligie al pensiero unico che spandeva accuse e certezze acritiche.
I processi si accavallarono e si conclusero solo nel 2005 dopo aver variamente condannato e poi assolto nei tre gradi di giudizio una quantità di persone. Colpevoli furono riconosciuti gli aderenti alla cellula veneta del gruppo neofascista Ordine nuovo i cui responsabili, nelle persone di Franco Freda e Giovanni Ventura, erano però già stati assolti in precedenza per lo stesso reato e non furono dunque condannati. Nel vespaio degli infiniti processi celebrati nei posti più disparati della Penisola non è mai emerso chiaramente chi avesse materialmente messo la bomba. Ma dai personaggi coinvolti, sebbene non tutti condannati, trapela una partecipazione dello Stato, o di un parte di esso, in qualità di mandante e di fido consulente. E anche figure non sospettate risultano sospette: una per tutte il questore di Milano Marcello Guida, già direttore della colonia di confino politico di Ventotene durante il fascismo, a cui il presidente della Camera Sandro Pertini, giunto a Milano dopo la strage di piazza Fontana ed ex confinato politico proprio a Ventotene, si rifiutò di stringere la mano. La strage di piazza Fontana è stata la madre di tutte quelle che seguirono, e furono tante, tutte della stessa mano. La piaga del fascismo, mai del tutto guarita, ha continuato a infettare.
Ma perché la strage non ha avuto la conseguenza che gli assassini s’aspettavano? Perché non ci fu alcun colpo di Stato? Perché la prevista rivolta popolare da reprimere nel sangue non ci fu. Per i funerali, il 15 dicembre, Piazza del Duomo si riempì di una folla muta e sgomenta, senza bandiere, senza violenza. Lo Stato della strage si trovò disarmato.

6.Enrico Baj, I funerali dell'anarchico Pinelli
Enrico Baj, I funerali dell’anarchico Pinelli

Se giustizia vera non c’è stata, c’è la memoria. Dopo cinquant’anni finalmente l’opera I funerali dell’anarchico Pinelli, un monumentale collage di 3 metri per 12 di Enrico Baj ispirato a Guernica di Pablo Picasso, ha trovato una sede pubblica milanese dopo mezzo secolo di dinieghi e censure. Una studente, Arianna, tre anni fa ha scritto una tesina su Pino Pinelli per l’esame di maturità e l’ha esposta a una commissione attenta ed emozionata, alla quale ha però rivelato solo dopo la comunicazione dell’esito dell’esame che Pino era suo nonno. «Sarebbe bello», come augura Deaglio alla fine del libro, «se il 12 dicembre ci fosse una grande manifestazione in quella piazza che cambiò la storia d’Italia» e che tanta gente andasse alla catena musicale del 14, quando si canterà e si suonerà lungo il percorso da piazza Fontana alla questura di Milano per ricordare Pinelli.
Le domande sono ancora tante. Anche le risposte devono essere tante, e articolate, e convincenti. Non vogliamo più chiedere: «Ma perché?» e sentirci rispondere: «Perché no».

* * * * *

La bibliografia sulla strage di piazza Fontana è amplissima. Un bel libro recente è il citato: Enrico Deaglio, La Bomba. Cinquant’anni di piazza Fontana, Milano, Feltrinelli, 2019
Informazioni sulla manifestazione per i 50 anni di piazza Fontana e della morte di Pinelli si possono trovare qui: https://www.facebook.com/events/3005570889668809/

 

Articolo di Mauro Zennaro

RXPazl9rMauro Zennaro è grafico e insegnante di Disegno e Storia dell’arte presso un liceo scientifico. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi sulla grafica e sulla calligrafia. Appassionato di musica, suona l’armonica a bocca e la chitarra in una blues band.

3 commenti

  1. Complimenti, lo farò girare per email e lo condividerò sulle mie pagine fb ma, purtroppo, so che il “feisbuchiano” medio gli articoli li fugge come la peste e tutt’al più arriva alla quinta riga 😦

    "Mi piace"

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...