Il Protocollo di Kyoto e i cambiamenti climatici

Arashiyama e il bosco di bambù, la passeggiata del filosofo, il Tempio Ginkakuji e il Tempio Kiyomizudera, il Castello Nijō, il Parco Maruyama: sono alcune delle attrazioni turistiche senza tempo assolutamente da visitare a Kyoto, città del famoso Protocollo.
L’11 dicembre 1997, infatti, in questa città giapponese è stato firmato un trattato internazionale riguardante il surriscaldamento globale (UNFCCC), entrato in vigore il 16 febbraio 2015, dopo la ratifica della Russia; due anni prima vede gli Stati che lo hanno ratificato diventare centonovantadue dai centottanta iniziali. Dato confortante.
Con l’accordo di Doha, in Qatar, l’estensione del Protocollo è stata prolungata dal 2012 al 2020, con ulteriori obiettivi di taglio delle emissioni serra, che già durante la conferenza dell’Onu sull’Ambiente e lo Sviluppo che si tenne a Rio de Janeiro, in Brasile, nel 1992 (Summit della Terra) vennero riconosciute come responsabili dei cambiamenti climatici tanto da sviluppare il Programma 21.
L’essere umano, dunque, con le sue attività incide sull’ambiente, sebbene qualcuno preferisca aggiungerci un “probabilmente” e qualcun altro inviti a spostare l’attenzione sul crescente e preoccupante aumento della popolazione terrestre. Fatto è che sulla base della variabilità di parametri quali la crescita economica, le politiche energetiche e l’incremento demografico, se la temperatura aumenterà anche soltanto di 2° C. come esseri umani siamo, se non fritti, belli cotti. Dato assolutamente sconfortante.
Della situazione sembrano non curarsene gli Usa che con il presidente Bill Clinton hanno firmato, ma in seguito mai più ratificato il Protocollo, e che da soli producono circa il 30% di emissioni del biossido di carbonio di tutto il pianeta; inoltre ai primi di novembre il segretario di Stato Mike Pompeo ha ufficialmente informato l’Onu che il presidente Trump, da sempre contrario agli accordi poiché penalizzano il futuro degli Stati Uniti, intende uscire pure dagli accordi di Parigi del 2015 e qui lo sguardo furente della giovane Greta Thunberg, lo ricorderete, ci sta tutto! È un dato di fatto.
Il trattato prevedeva l’obbligo di operare nel periodo 2008-2012 una riduzione delle emissioni di biossido di carbonio, metano, ossido di azoto, idrofluorocarburi, perfluoro-carburi ed esafluoruro di zolfo in una misura non inferiore all’8,65% rispetto alle emissioni registrate nel 1990; in particolare i Paesi industrializzati avrebbero dovuto ridurre del 5% le proprie emissioni di questi gas.


Foto 1 Kyoto

Secondo l’Istat l’Italia, nel periodo tra il 1990 ed il 2016, ha ridotto le emissioni di gas serra del 17,5%, dato che mi sembra stridere con il visibile inquinamento dell’aria causato dall’ex-Ilva, per esempio, e presente in tutta la Pianura Padana.
Dopo più di vent’anni non si riesce, in verità, ad avere dati certi e un bilancio completo, ma le alluvioni e gli uragani che proprio in questi giorni hanno colpito in Puglia tutto il Salento, molte città tra cui Matera in Basilicata, e quindi Venezia e la Thailandia e il Sud Sudan non ci dicono nulla? Ban Ki-Moon, segretario generale delle Nazioni Unite dal 2007 al 2016, ha affermato: «Non abbiamo un piano B perché non esiste un pianeta B». Questo pensiero ha accompagnato la stesura degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS/SDGs) dell’Agenda 2020 e ora dell’Agenda 2030 con i suoi 17 goal, o obiettivi, affinché lo sviluppo economico e sociale sia appunto sostenibile.
Sembra un’umanità che summit dopo summit, documento dopo documento, stia procedendo più secondo l’antico proverbio “chiodo scaccia chiodo” che secondo l’originario e già esaustivo Protocollo: è sempre una questione di amore, ma è tempo di unire la mente al cuore e di amare concretamente l’unico pianeta nel quale viviamo, magari utilizzando
lo stesso martello che ha piantato questo chiodo fisso del profitto e dell’accaparramento delle risorse per toglierlo. Metterne un altro, così come fare incontri su incontri, accordi su accordi, potrebbe voler dire soltanto rendere il buco dell’egoismo e dell’arroganza ancora più largo. Perdendo tempo nel prendere tempo.

 

Articolo di Virginia Mariani

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Docente di Lettere, unisce all’interesse per la sperimentazione educativo-didattica l’impegno per i temi della pace, della giustizia e dell’ambiente, collaborando con l’associazionismo e le amministrazioni locali. Scrive sul settimanale “Riforma”; è autrice delle considerazioni a latere “Il nostro libero stato d’incoscienza” nel testo Fanino Fanini. Martire della Fede nell’Italia del Cinquecento di Emanuele Casalino.

 

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