La prima Venere Nera

Freda Joséphine McDonald fu conosciuta come Joséphine Baker e mantenne il cognome del marito Willie, che sposò nel 1921, anche se fu un matrimonio di breve durata.
Negli anni Venti debuttò sui palcoscenici di Parigi e fu la prima star di colore ad avere successo in Europa. Fu una giovane ragazza di soli diciannove anni che sfidò tutti gli schemi artistici e convenzionali dell’epoca. Amava la vita nonostante le brutture e non ne aveva paura. Disinvolta, spregiudicata, bisessuale. Clara Smith, artista principale di cabaret, fu il primo incontro che la portò a vivere un’esperienza omosessuale. Con lei comprese che poteva amare chiunque e non farsi condizionare dai pregiudizi.
Nacque il 3 giugno 1906 a St. Louis in Missouri sulla riva del fiume Mississippi in un periodo di grande ostilità verso la popolazione nera. Passò infanzia e prima giovinezza circondata dalla brutalità imposta dalla segregazione razziale. Si chiedeva: «Perché sono nata in una città fredda, perché ho sofferto il freddo durante tutta l’infanzia, perché ho voluto sempre ballare sul palco.» Non ha mai odiato la madre nonostante il dolore che le ha procurato. Non è stata amata dalla famiglia, ma l’amarezza non aveva limitato la sua grande generosità. Possedeva una predisposizione innata per i più deboli. Aspetto del suo carattere rafforzato non solo dalla delusioni famigliari ma anche dalle esperienze lavorative che la madre le aveva imposto.
Da bambina a St. Louis, Joséphine rovistava per il carbone dietro la Union Station, un tempo grande stazione ferroviaria, il cibo lo rubava dietro Soulard Market. A sei anni iniziò la scuola vestita di stracci, sporca e i compagni la umiliarono. Le regole per una bambina abituata a vivere nella strada e le mortificazioni ricevute la portarono ad allontanarsi dalla scuola.
Per questa ragione Joséphine, all’età di otto anni, lavorò nella casa di una donna bianca. Carrie, la madre, intanto manteneva la famiglia facendo il bucato. Trattò i suoi figli con grande severità e senza alcuna attenzione. Il freddo, il fetore, gli insetti e i topi erano i compagni d’infanzia di Joséphine. Per Carrie, i bambini non dovevano essere un peso.
A nove anni, nel 1915, Joséphine conobbe il Ku Klux Klan. Nella cittadina di St. Louis accaddero fatti tragici. Fu accusato un uomo di colore per lo stupro di una donna bianca. Il gruppo di bianchi incappucciati incendiò case, picchiò fino alla morte chiunque incontrasse. Joséphine terrorizzata assisté alla violenza e alla crudeltà nei confronti di tutti, bambini, donne e anziani. All’età di tredici anni, ragazzina dal carattere forte e indipendente disposta a tutto pur di guadagnare, trovò un lavoro come cameriera presso un ristorante, l’Old Chauffeu’s Club. In quel posto, di certo non adatto alla sua età, suonavano famosi musicisti. Non sentiva la stanchezza perché attratta dall’atmosfera e dalla musica, quel lavoro faticoso le permetteva, con pochi centesimi, di andare a teatro e farsi trasportare dalla musica e dal ballo che le dava tanta allegria e che soprattutto le consentiva di allontanarsi per qualche ora dalla povertà e dai problemi. Sognava, guardando le ragazze del coro truccate e luccicanti con i loro vestiti bellissimi, di essere una di loro. Osservando le ragazze iniziò a occuparsi di sé e farsi bella. Joséphine maturò il suo amore per il ballo e il canto assistendo agli spettacoli del Boxer Washington Theatre, riservato ai soli neri. Un giorno riuscì a convincere il direttore del teatro a farle un provino. Iniziò così la carriera di ballerina nei piccoli teatri di St. Louis. Joséphine con il suo carattere volitivo, determinato, desiderosa di combattere per una vita migliore.
Spinta dai suoi sentimenti e dalle emozioni nulla la fermò quando le si presentò la possibilità di una prima tournèe, nel 1920, con la compagnia Jones Family Band conosciuta nella strada mentre si recava al lavoro nell’Old Chauffeu’s Club. Si avvicinò, iniziò a ballare fino allo sfinimento, i passanti si fermavano divertiti per le mosse di Joséphine che si lasciò trascinare dalla musica alzando braccia e gambe, girando gli occhi e tirando fuori la lingua con disinvoltura.
Dal New Jersey a Washington, Joséphine decise di tentare la fortuna a New York. A soli sedici anni debuttò al Teatro Broadway con Suffle Along ideato e creato da Noble Sissle, un grande musical dell’epoca, composto ed eseguito dai neri. Musical che aprì le porte alla sua carriera. Caroline Dudley, moglie dell’addetto commerciale dell’ambasciata americana, nata a Chicago e residente a Parigi, reclutava artiste di colore per uno spettacolo simile a Suffle Along. Joséphine accetta e si imbarca per Parigi. Era il 1925 e, appena diciannovenne, indossando poco più di una collana di perle e un gonnellino di ondeggianti banane di gomma, apparve sul palcoscenico a Parigi. I movimenti sensuali e spiritosi lasciarono il pubblico esterrefatto.
La sua sfrenata, gioiosa interpretazione in chiave ironica e il fascino dell’epoca per la cultura africana, la trasformarono, da un giorno all’altro, in una star. Con la Revue Nègre unì musica jazz e cultura nera. In meno di un anno, la ballerina afroamericana divenne protagonista di un varietà alle Folies Bergères. È accompagnata sul palco da un ghepardo di nome Chiquita.
Il charleston nasce negli Venti e prende il nome dall’omonima città della Carolina del Sud, è un ballo di pochi e semplici passaggi, frizzante e divertente che Joséphine personalizzò con le sue espressioni e movimenti original, freneticamente agitati che solo il suo corpo poteva esibire. Indossava piume intorno ai fianchi, così come perline intorno al collo, alle ginocchia e alle caviglie. Lei personificava l’ambiguità. Non si fermò alle umiliazioni e alle critiche che definivano le danze africane una indecenza, una sensualità così sfrenata che poteva derivare solo dall’inferiorità dei primitivi.
Divenuta cittadina francese, durante la Seconda guerra mondiale era sotto l’impiego dell’Intelligence militare francese come “corrispondente d’onore”. Ebbe un ruolo attivo lavorando per la Croce Rossa. Prendeva informazioni sui luoghi delle truppe tedesche e nelle sue feste incontrava regolarmente gli ufficiali. Un’eroina della Resistenza che trafugò messaggi segreti negli spartiti musicali. Si guadagnò la Légion d’Honneur.
Negli anni Cinquanta e Sessanta fu attivista per i diritti civili negli Stati Uniti, periodo in cui il razzismo e il fanatismo di tutti i tipi erano in aumento.
Una donna poliedrica, in un’epoca dominata dagli uomini, dalla discriminazione, dalla diversità soffrì per le offese, le critiche e le difficoltà ma riuscì ad avere successo pur non conformandosi alla società, con la forza della sua personalità e della passione. Joséphine aveva avuto un’infanzia difficile a St.Louis. Girò il mondo e a ogni rientro portava un bambino, ne adottò dodici di ogni razza ed era determinata a dare loro il meglio. Coccolarli e coccolarli.
Fu l’unica donna a pronunciare un discorso alla marcia su Washington per il Lavoro e la Libertà nel 1963, di fronte a una folla di 250.000 persone, organizzata da Martin Luther King; parla al suo fianco: «Sapete che ho sempre scelto la strada più difficile. Diventando vecchia, sicura di averne la forza e la capacità, ho preso quel sentiero difficile e ho cercato di renderlo un po’ più facile. Volevo renderlo più facile per voi. Voglio che abbiate l’opportunità di fare tutto quello che ho fatto io, senza che siate obbligati a scappare per ottenerlo. Arriverà un giorno in cui il colore non significherà nulla, in cui sarà soltanto una tonalità di pelle; il giorno in cui il luogo di nascita avrà la stessa importanza che giocare a dadi, e tutti gli uomini nasceranno liberi, il giorno in cui la comprensione insegnerà l’amore e la fratellanza».
Joséphine ha ancora tanta speranza.
Freda Joséphine McDonald Baker morì a Parigi il 12 aprile 1975.

 

Articolo di Claudia Mecozzi

D8wrsqss.jpegHa lavorato in ambito amministrativo nel settore della Ricerca Scientifica. Ama le biografie femminili, i cantautori italiani degli anni 70, la musica tutta, e la scrittura, sia per mettersi in contatto con i sentimenti più profondi sia come mezzo di autoanalisi. Impegnata nel sociale nell’ambiente dell’infanzia. Studia e legge per passione, per desiderio di migliorarsi.

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