Una bambina di tre milioni di anni

Il 10 dicembre 2000 il paleoantropologo etiope Zeresenay Alemseged in una campagna di scavo organizzata dal Max Plank Institute, ente pubblico tedesco di ricerca scientifica, fece una straordinaria scoperta presso il villaggio di Hadar, sulle colline di Dikika, nella regione dell’Afar in Etiopia. Dai sedimenti emerse per prima cosa un cranio quasi completo mentre il resto dello scheletro, inglobato nel gress, venne recuperato dallo stesso paleoantropologo con un paziente lavoro di rimozione del materiale inglobante fatto granello per granello per non danneggiare il reperto. I sedimenti, che a causa di un’inondazione lo avevano ricoperto, ne avevano permesso la conservazione per un spazio di tempo calcolato intorno ai 3 milioni di anni. Esaminando poi in dettaglio i denti con un super microscopio fu possibile stabilirne il sesso e l’età alla morte. L’annuncio della scoperta, pubblicato il 20 settembre 2006 sulla rivista “Scientific American” e seguito da una dettagliata descrizione uscita il giorno dopo su “Nature”, fece grande scalpore e non solo tra i membri della comunità scientifica internazionale.

FOTO 1. Zeresenay e Selam
Zeresenay e Selam

 Si tratta dello scheletro di una giovane femmina di circa tre anni, quasi completo. Oltre al cranio sono stati infatti rinvenuti il torso, le scapole e buona parte degli arti inferiori. A questo scheletro venne dato dall’assemblea scientifica riunita ad Addis Abeba per la presentazione il nome di Selam (significa pace, in aramaico) che per altro è anche il nome della moglie dello scopritore.
Le caratteristiche dello scheletro lo classificavano senza ombra di dubbio nel Genere Australopithecus specie afarensis ed i giornali immediatamente parlarono del ritrovamento della “figlia di Lucy”: famosissimo reperto femminile dello stesso genere venuto alla luce nel 1974, sempre nella regione dell’Afar. In realtà le datazioni parlano di una distanza tra i due reperti di circa 120.000 anni: Selam risale a 3.3/3,1 milioni di anni fa mentre Lucy a “solo” 3,2 milioni di anni fa ma si sa che per i media una notizia deve essere spettacolarizzata. Anche nel 1975 il ritrovamento di circa tredici individui di varie età risalenti a circa 3,2 milioni di anni, e quindi coevi di Lucy, fece parlare di “Prima famiglia”.

Lucy's Legacy
Lucy (ricostruzione)

 Le caratteristiche di Selam presenti nel cranio, sia pure in una fase precoce di sviluppo data la giovane età, sono già evidenti: si notano la fronte sfuggente, il mento assente, le orbite grandi ed il massiccio facciale prominente. La morfologia del piede e degli arti inferiori testimonia la possibilità di un’andatura bipede, mentre la scapola morfologicamente simile a quella del gorilla e le falangi delle dita della mano leggermente ricurve mettono in evidenza abitudini arboricole ancora importanti nel comportamento di questi ominidi.
La capacità cranica di 330 cc, pari a una percentuale variabile tra il 66 e l’87% dell’adulto, è simile a quella di un giovane scimpanzé che per altro è già pari al 90% della capacità cranica di uno scimpanzé adulto. Questi dati che indicano un più lungo sviluppo del cervello per raggiungere le dimensioni presenti negli adulti sono molto simili a quelli che si riscontrano nel genere Homo e quindi fanno supporre un prolungarsi dell’infanzia e delle cure parentali,
caratteristiche tipicamente umane.
La locomozione “mista” risulta ben adatta ad un ambiente di foreste e praterie ma anche di paludi in cui vivevano questi ominidi.
Al Museo Nazionale di Addis Abeba dove sono conservati i resti della piccola Selam si è anche tentata la ricostruzione del suo viso (foto di copertina). Essa guarda dalla teca in cui è conservata il nostro mondo con due grandi occhi meravigliati che spiccano in un visetto simile in parte a quello di un piccolo di scimpanzé ed in parte a quello di un bambino. Le evidenze scheletriche indicano la possibilità di arrampicarsi agilmente sugli alberi per mettersi al riparo da possibili predatori e, contemporaneamente, data la possibilità di un’andatura bipede, le mani – liberate dall’assoluta necessità di servire alla locomozione – le permettevano di raccogliere i frutti ed i semi di cui era costituita prevalentemente la sua alimentazione. Ce la possiamo immaginare con la sua famiglia a percorrere la zona dell’Afar, riparandosi all’occorrenza in grotte e dividendo il cibo con altri membri del gruppo.

FOTO 3. Carta AFAR
Regione dell’Afar

 La sua è stata una vita breve ma il ritrovamento dei resti ha costituito un tassello fondamentale per la ricostruzione della lunga strada che ha portato attraverso milioni di anni fino all’essere umano attuale.

 

Articolo di Anna Maria De Majo

G_faThujLaureata in Scienze Naturali all’Università La Sapienza di Roma, dopo la carriera come Assistente di Antropologia presso la Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali della stessa Università, si dedica alla letteratura giovanile, iscrivendosi all’Associazione Gruppo di Servizio per la Letteratura Giovanile e collaborando alla rivista del Gruppo con articoli su vari autori/autrici e recensioni di libri.

 

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