La scomparsa del vaiolo

Quarant’anni fa, L’Organizzazione Mondiale della Sanità annunciava la scomparsa del vaiolo.
Il programma intensivo per l’eradicazione del vaiolo era stato lanciato il 1° gennaio 1967, quando ancora si contavano più di 10 milioni di casi nel mondo. L’analisi effettuata nel 1964 dal Comitato di esperti sul vaiolo sui dati delle aree più densamente popolate del mondo, le più a rischio, aveva rilevato che la sola vaccinazione non era misura sufficiente a debellare la malattia. In Paesi come Bangladesh, Indonesia, Pakistan e India, nonostante una copertura vaccinale della popolazione vicina all’80% il vaiolo era tutt’altro che sconfitto. L’epidemia di vaiolo del 1966 in Nigeria, dove il 90% della popolazione risultava vaccinata, confermò la necessità del tempestivo isolamento dei focolai per bloccare la trasmissione del virus.
La strategia si rivelò vincente quando, nel 1970, esplose una vasta epidemia in India e venne rapidamente circoscritta in un’area popolata da circa due milioni di persone.
L’importanza dell’azione combinata tra immunizzazione di massa e isolamento veniva sottolineata in un articolo pubblicato nella rivista ufficiale dell’Oms “Weekly Epidemiological Record ”: «L’esperienza insegna che una malattia infettiva così grave come il vaiolo è stata fatta scomparire attraverso misure quali la quarantena e l’isolamento».
Infatti dopo l’accertamento dell’ultimo caso di vaiolo in Somalia nel 1977, nel dicembre del 1979 l’Oms annunciò ufficialmente l’eradicazione completa del vaiolo. Infatti il protocollo stilato dall’Unità di eradicazione precisava che una zona poteva considerarsi libera dal vaiolo trascorsi due anni, consecutivi, senza segnalazione di focolai.
Una grande vittoria su una malattia che aveva provocato la morte di 300 milioni di persone nel XX secolo, che flagellò l’Europa nel XIX secolo con epidemie ricorrenti negli anni 1824-1829; 1837-1840; 1870-1874 e che, dalla metà del XVIII, secolo fu la più diffusa malattia endemica nel mondo.
Contrarre il vaiolo, malattia infettiva acuta, contagiosa ed epidemica, di natura virale, era purtroppo molto facile poiché il virus si trasmetteva per via aerea mediante l’inalazione di goccioline di saliva prodotte dalla mucosa orale, nasale o faringea di un individuo infetto o anche tramite il contatto con oggetti contaminati. Qualche giorno dopo aver contratto il virus, la malattia si manifestava con le tipiche vescicole piene di liquido.
Sulle origini di questo terribile morbo ci sono naturalmente tesi diverse.
Alcuni scienziati la datarono al tempo dei Faraoni, più di tremila anni fa, poiché esami istopatologici effettuati sulla mummia di Ramses V avrebbero mostrato lesioni compatibili con quelle provocate dal vaiolo. Il virus avrebbe viaggiato dall’Egitto all’India, alla Cina e al Giappone al seguito delle carovane di mercanti che si spostavano per i loro commerci e sarebbe arrivato in Europa in età medioevale, diventando poi la prima causa di morte nel XVIII secolo, con più di 400.000 morti l’anno.
Ricercatori canadesi e lituani invece posticiparono la comparsa del virus al XVI secolo. Essi analizzarono il Dna estratto dai resti mummificati di un bambino dell’epoca, morto di vaiolo a Vilnius in Lituania e ricostruirono un albero genealogico che ricondusse i virus contemporanei ad un unico antenato comune comparso tra il 1530 e il 1654.
La diffusione nel continente europeo fu di particolare importanza per i destini di gran parte dell’umanità perché l’Europa costituì il focolaio da cui il vaiolo si estese in America del centro-sud a seguito della colonizzazione spagnola prima e, successivamente, nel nord del continente dove colpì duramente le popolazioni di indiani Cherokee. Nel XVIII secolo essi furono devastati da quattordici puntate epidemiche di vaiolo, una ogni sette anni o poco più.
Ma in quei tempi così lontani come si combatteva questo terribile nemico?
Tra il X e il XVII secolo la medicina non aveva ancora individuato cure efficaci.
La prima definizione accurata del vaiolo risale al 930 d.C. e si deve al medico arabo al-R
āzī.
Egli praticava la cura definita della “sudorazione” per un morbo considerato di natura “umorale”:
«Il vaiolo compare quando il sangue è infetto e ribolle. Essenzialmente, il vaiolo assomiglia alle bollicine frizzanti del vino giovane. La cosa migliore da fare in questi casi è di evitarla, poiché, quando si vede la malattia, essa sta per diventare epidemica».
Circa sette secoli dopo, il medico inglese Thomas Sydenham (1685) aveva descritto il vaiolo come una “infiammazione sanguigna” ma, contrariamente a quanto suggerito dal dottor al-R
āzī, Sydenham consigliava una terapia rinfrescante, aria fresca, bevande fredde e l’uso del laudano.
Mentre la scienza cercava di progredire nella conoscenza della malattia, oltretutto non ancora ben differenziata da altre come varicella, morbillo, scarlattina, si stava diffondendo una terapia utilizzata già dal I millennio in India, in Bengala e zone circostanti oltre che in Senegal.
Si trattava del metodo della variolizzazione che consisteva nell’inoculare materiale infetto prelevato da chi aveva contratto la forma meno virulenta della malattia con l’obiettivo di rendere immuni le persone sane.
In Europa la variolizzazione fu sostenuta nei primi decenni del XVIII secolo da due medici greco-italiani, Jacopo Pylarino e Emanuele Timoni, ma il frutto delle loro osservazioni sarebbe andato perduto se non fosse stato per l’interessamento di lady Mary Wortley Montagu, moglie dell’ambasciatore inglese a Istanbul. Lei stessa, dopo aver perso un fratello per il vaiolo, era sopravvissuta al contagio e, venuta a conoscenza di tale pratica, fece immunizzare il suo primogenito. Tornata in Inghilterra, nel 1722 cercò di persuadere il Collegio dei medici di Londra ad introdurre la variolizzazione. Dovette superare l’ostilità e il disprezzo della classe medica britannica per quello che ritenevano un rimedio della tradizione popolare di un paese orientale, finché acconsentirono ad eseguire una prova che avesse un valore dimostrativo.
Quello stesso anno il medico del re sperimentò la variolizzazione su sette condannati a morte del carcere di Newgate i quali sopravvissero e furono graziati. Lady Mary fece vaccinare di fronte alla corte inglese il suo secondo figlio, ottenendo così la fiducia della famiglia reale che a sua volta si sottopose alla variolizzazione, così come pure Caterina di Russia e tre figli dell’imperatrice d’Austria Maria Teresa.
In Francia le prime inoculazioni risalgono al 1754 e trovarono il favore e il sostegno di personaggi come Voltaire e D’Alembert, specialmente dopo che re Luigi XV era rimasto vittima del morbo.
In Italia Antonio Genovesi e Cesare Beccarla furono fra i primi fautori di questa pratica; Pietro Verri vi dedicò l’ultimo numero del “Caffè” e Giuseppe Parini una sua ode.
Toscana nel 1756 e Repubblica di Venezia nel 1767 furono gli Stati pionieri della variolizzazione in Italia.
Purtroppo però non bastava perché le epidemie erano tutt’altro che cessate e fu grazie al medico condotto di Berkeley, Edoardo Jenner (1749-1823), membro della Royal Society di Londra, che la scienza segnò un altro passo in avanti.
Jenner iniziò nel 1778 i propri studi sulla relazione tra la malattia vaccina (benigna nell’uomo) e il vaiolo che colpiva gli esseri umani. Osservò che le persone guarite dal vaiolo vaccino  non contraevano quello  umano e ne dedusse che questo poteva rappresentare una difesa. Nel 1796 Jenner decise di sperimentare la sua ipotesi. Prelevò del pus dalla mano di una giovane mungitrice e lo trasmise su un bambino sano di 8 anni. Dopo successive inoculazioni il bambino risultò immune.
Dopo una serie di sperimentazioni nel 1798 Jenner descrisse il suo procedimento, denominato vaccinazione dall’origine del materiale infettivo, in An inquiry into the causes and effects of the variolae vaccinae.
Il nuovo metodo si diffuse in Europa abbastanza velocemente: la Norvegia fu la prima nazione a rendere obbligatoria la vaccinazione nel 1810, seguita da Svezia, Inghilterra, Danimarca, Germania.
In Italia l’impulso alla diffusione della vaccinazione venne soprattutto grazie al dott. Luigi Sacco, medico primario dell’Ospedale Maggiore di Milano. Egli sperimentò la stessa tecnica del collega britannico e vaccinò sé stesso e cinque bambini di età compresa tra i due  e i sette anni. Quattro di loro contrassero il vaiolo vaccino ed uno non subì alcuna alterazione, nemmeno dopo una seconda vaccinazione. Anche il dottor Sacco, dopo l’inoculazione, contrasse il vaiolo vaccino, con la comparsa di varie pustole che
(dopo) in  alcuni giorni scomparvero. Dal settembre del 1800 all’aprile del 1801 egli eseguì più di 300 innesti di virus vaccino a Milano e in altri centri limitrofi; nel 1806  riferì di avere fatto vaccinare o vaccinato personalmente nei soli Dipartimenti del Mincio, dell’Adige, del Basso Po e del Panaro più di 130.000 persone. In breve volger di tempo i vaccinati del Regno d’Italia giunsero a un milione e mezzo.
La profilassi antivaiolo di massa era ormai alle porte.

 

Articolo di Marina Antonelli

zjHdr1YM.jpegLaureata in Lettere, appassionata di ricerca storica, satira politica e tematiche di genere ma anche letteratura e questioni linguistiche e sociali, da anni si dedica al volontariato a favore di persone in difficoltà ed è profondamente convinta dell’utilità dell’associarsi per sostenere i propri ideali e cercare, per quanto possibile, di trasformarli in realtà. È autrice del volume Satira politica e Risorgimento. I giornali italiani 1848-1849.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...