Francesca Cabrini, una santa donna d’affari

Al suo attivo si contano 28 viaggi transoceanici tra Vecchio e Nuovo continente; 67 istituti fondati; 1300 suore formate per la gestione di scuole, orfanotrofi, ospedali. Un bilancio decisamente notevole per una donna vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento: e pensare che l’inizio del suo percorso non era certo stato semplice.
Conosceremo brevemente la sua vita attraverso una lettura del tutto laica che prescinde dunque dalla fede, elemento fondativo dell’esperienza spirituale di colei che è diventata la santa degli emigranti. Ci interessa mettere a fuoco alcuni aspetti della sua biografia, delle sue opere e della sua personalità che fanno di lei una donna in piena sintonia con il suo tempo. Una donna dal carattere forte che esprime un punto di vista originale e innovativo sia nelle scelte di vita sia nel progettare le attività di cui si occupa. Una imprenditrice e un’educatrice che guarda al futuro e lotta per raggiungere i propri obiettivi e superare gli ostacoli che incontra. Una donna che lascia il suo paese di campagna e la sua famiglia, viaggia per il mondo e si inserisce in contesti radicalmente diversi da quello del luogo di origine.
Francesca nasce a Sant’Angelo Lodigiano, nel 1850, in una famiglia di agricoltori, ultima di undici figli di cui solo quattro sopravvivono.
La tradizione, che vuole la nascita dei santi segnata da eventi prodigiosi, racconta la comparsa di uno stormo di candide colombe sopra la casa in cui nasce Francesca, “miracolo” ricordato ogni anno il 15 luglio in occasione dei festeggiamenti per la nascita della santa.
È una bambina graziosa, obbediente, ma gracile e dalla salute malferma che le procurerà sempre disagi e difficoltà. Tuttavia è anche sveglia, curiosa, tenace e si dedica allo studio con impegno.
Nella sua famiglia, che è molto religiosa, la sera si legge ad alta voce la rivista “Gli annali della propagazione della fede”. Sono racconti spirituali, ma anche avventurosi ed esotici che narrano di coraggiosi missionari inviati a convertire genti straniere in paesi lontani.
L’eroe di Francesca è Francesco Saverio, missionario in Cina, di cui, non a caso, vorrà assumere il nome una volta ordinata suora.
Nel 1870, conseguito il diploma magistrale, inizia a insegnare a Vidardo, un paesino a pochi chilometri da Sant’Angelo.
La sua vocazione è già matura, ma per ben due volte le viene impedito di prendere i voti a causa della salute cagionevole.
Quattro anni dopo, su suggerimento delle gerarchie ecclesiastiche locali, che già hanno cominciato a conoscerla e apprezzarla, viene destinata a un orfanotrofio di Codogno che gode di cattiva fama ed è male amministrato, con il compito di “risanarlo”. Ma sono anni bui. Francesca si sente prigioniera in una situazione che non ha scelto. Però, grazie a questo percorso, riesce a prendere i voti e comincia a cercare una sua strada. Così, nel 1880, su invito del parroco di Codogno e del vescovo di Lodi, fonda a Codogno una Casa che chiama Le missionarie del Sacro Cuore di Gesù e apre un istituto per l’educazione delle fanciulle affiancato da un orfanotrofio. Già nella scelta del titolo “missionarie” si coglie un segno di novità, così come nella scelta del nome religioso, Francesca Saverio, volutamente al maschile. È il primo ordine femminile che, in autonomia dagli ordini maschili, sceglie la missionarietà e prevede quindi come momento imprescindibile della vita religiosa l’atto di viaggiare, la disponibilità ad affrontare esperienze inedite entrando in contatto con mondi sconosciuti.
Le regole del nuovo ordine sono frutto esclusivo della sua ispirazione e se in esse c’è assoluto rispetto e obbedienza alle gerarchie ecclesiastiche è anche evidente il perseguimento di un proprio preciso progetto, originale e innovativo rispetto alla tradizione precedente.
Dopo la prima del 1880, le fondazioni in Italia si susseguono.
1882 Grumello Cremonese (CR), scuola gratuita e asilo d’infanzia
1884 Milano, convitto per alunne dell’istituto magistrale e scuola
1885 Casalpusterlengo (LO), scuola popolare e scuola materna
Borghetto Lodigiano (LO), scuola popolare e scuola materna
1887 Roma, scuola pontificia e convitto per le alunne dell’istituto superiore di magistero
1888 Castel San Giovanni (PC), collegio, scuola esterna, orfanotrofio, direzione dell’ospedale civile.
L’apertura delle fondazioni romane offre a Cabrini l’occasione di tessere relazioni e farsi conoscere anche negli ambienti delle alte gerarchie ecclesiastiche
.
L’incontro con Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza, apre finalmente la strada
al suo progetto missionario. Scalabrini, con la pubblicazione del suo opuscolo L’emigrante italiano in America, aveva denunciato per primo le terribili condizioni in cui vivevano gli emigrati italiani. Il vescovo aveva un progetto rivolto all’edificazione morale di quell’umanità sradicata e disprezzata: conservare l’italianità, facendo trovare ovunque «la nostra chiesa e la nostra scuola».
La realizzazione di tale progetto non può però essere affrontata dai soli scalabriniani.
E il vescovo, che aveva subito intuito le capacità di Francesca, aveva pensato di servirsi delle sue suore e addirittura di farne il ramo femminile del suo ordine.
Ma, come sostiene Lucetta Scaraffia nel suo Tra terra e cielo. Vita di Francesca Cabrini da cui sono tratte anche le citazioni successive, Madre Cabrini «è senza dubbio una delle fondatrici più innovative e autonome e non era certo possibile una sua riduzione ad appendice di un altro istituto. Infatti le cose andranno diversamente da come Scalabrini le aveva immaginate».
Nel 1888 Francesca incontra Papa Leone XIII e accetta di svolgere la sua missione «non a Oriente ma a Occidente». Così, il 23 marzo 1889, insieme a sette giovani suore, si imbarca per l’America. È il primo di una lunga serie di viaggi.

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Per 28 volte Madre Cabrini attraversa l’oceano. E sono viaggi davvero avventurosi: burrasche in mare, guasti meccanici, sbalzi climatici, epidemie, promesse non mantenute. Ecco di seguito i viaggi compiuti da Francesca in occasione delle fondazioni: 1889 New York; 1891 Nicaragua; 1892 New Orleans, New York; 1895 Argentina; 1898 Parigi; 1899 Madrid, Pennsylvania, Chicago; 1900 Bilbao; 1902 Londra, Denver; 1903 Seattle, Chicago; 1908 Rio de Janeiro;
1912 Philadelphia.
È una viaggiatrice curiosa, affascinata dal progresso tecnologico e dalla modernità. Si appassiona alle spiegazioni sul funzionamento dei motori e delle eliche del transatlantico su cui viaggia e scrive alle suore: «Vorrei conoscere la nautica per spiegarvi bene la struttura di questo bel vapore, che trasporta migliaia di persone dall’antico al nuovo Continente. Vorrei spiegarvi il timone e il perché di quelle sue grandi ruote. Vorrei spiegarvi l’instrumento che segna il meriggio, quello che nota le miglia percorse, quello che determina la profondità del mare, il suo calore, eccetera, vorrei spiegarvi la bussola, ma come fare, se non m’intendo di nulla?»
Non è un caso che la sua vita di missionaria coincida con la grande rivoluzione dei trasporti. Scrive: «È troppo piccolo il mondo, vorrei abbracciarlo tutto». E sempre scrive, in uno stile secco, moderno, ironico, uno stile essenziale, adatto anche alla lettura ad alta voce. Scrive a matita perché, in viaggio, è più comodo che con penna e calamaio. Scrive così perché va sempre di fretta. Anche il suo rapporto con il tempo è moderno. Così esorta infatti le sorelle: «Da brave, tutte, per carità; perché la vita è breve, e se non facciamo in fretta, non ci troveremo nulla, in fine. In fretta, in fretta e allegramente, figlie mie».
Le suore che l’accompagnano, chiuse in cabina, soffrono il mal di mare. Lei invece annota: «Io sto meglio quando c’è un po’ di movimento e pare che la burrasca mi metta un po’ più d’appetito». E di fronte alla forza spaventosa del mare in tempesta scrive: «Vedeste come è bello il mare nel suo gran movimento, come gonfia, come spuma! È un vero spettacolo!»
Il viaggio più avventuroso è quello che la porta da Panama all’Argentina. Due mesi spostandosi per mare, poi in treno, in diligenza e, per superare le Ande, anche a dorso di mulo.
I suoi racconti di viaggio, le sue descrizioni di luoghi lontani e della bellezza della natura mantengono vivo e aperto il canale della comunicazione con gli istituti e sono stimolo alla conoscenza e all’immaginazione delle sue suore e delle alunne affidate alle loro cure. Arrivata a destinazione, i suoi quaderni fitti di annotazioni sono copiati e spediti in forma di relazione «alle altre case, in modo che tutte partecipassero alla movimentata vita della fondatrice».

Mulberry St., New York, N.Y.

Il viaggio è per lei un’occasione di incontri interessanti e utili ad allargare i propri orizzonti e le opportunità di sviluppo dei suoi progetti. E quando, negli ultimi anni, la salute peggiora, i lunghi viaggi transoceanici diventano anche un’occasione di riposo e di cura.
Dopo la prima traversata, all’arrivo a New York, nel 1889, sia l’arcivescovo sia gli scalabriniani non le sono d’aiuto. I primi tempi sono durissimi e sono dedicati a sopralluoghi nei quartieri dove vivono gli emigrati per conoscere le loro reali condizioni di vita.
La prima impresa, con il sostegno dei coniugi Cesnola, è l’apertura di un orfanotrofio e di una scuola gratuita. Inizia così a mostrarsi anche oltreoceano la sua grande capacità imprenditoriale. È abilissima nella raccolta di fondi, non ha paura del denaro, sceglie accuratamente le sedi con competenza e fiuto per gli affari, ottimizza le risorse a disposizione, difende l’autonomia finanziaria dei propri istituti, affianca i servizi a pagamento alle istituzioni caritative, cura la comunicazione e l’immagine per promuovere le sue opere assistenziali. Le sue case devono essere belle, pulite, accoglienti, luminose, perché il loro perfetto funzionamento può contribuire a contrastare la cattiva fama di cui gode la comunità degli emigrati italiani.
Madre Cabrini apprezza il sistema democratico americano e la possibilità di realizzazione individuale che offre a chi rischia e lavora duro. L’America è il posto giusto per dispiegare le sue capacità. E l’America la apprezza tanto che un quotidiano statunitense la definisce “una grande donna d’affari”.
Le donazioni crescono perché se ne vedono i frutti. Così Scaraffia descrive il suo modus operandi e i suoi risultati: «si danno i soldi più volentieri a chi dimostra di saperne fare buon uso. Le sue opere dovevano diventare presto autonome finanziariamente, affiancando le istituzioni caritative ai servizi a pagamento: questi dovevano essere gestiti come delle imprese e quindi, possibilmente, ottenere anche un profitto che veniva poi reinvestito in altre fondazioni. Questo spirito imprenditoriale non poteva che piacere a un paese dove l’iniziativa individuale e la capacità di arricchimento erano molto stimate».
Nel giro di alcuni anni Cabrini elabora e realizza un nuovo modello di integrazione per gli immigrati in cui le due identità culturali, italiana e americana, possono convivere. Il suo progetto vuole «favorire l’inserimento degli immigrati nella società americana, facendone dei buoni cittadini padroni della lingua inglese, ma senza rinnegare la loro origine religiosa e nazionale» (Scaraffia). Infatti, riguardo all’istruzione, Madre Cabrini afferma: «è certo che essa deve essere data nella lingua del paese ospitante e l’italiano deve essere insegnato come materia secondaria. Ciò per venire incontro alle necessità dei bambini, che hanno da guadagnarsi il pane nel paese di adozione, nel quale i loro genitori li hanno portati».
L’obiettivo deve essere quindi la padronanza della lingua, requisito indispensabile per l’acquisizione della cittadinanza americana che lei stessa ottiene nel 1909.
Asili, scuole, orfanotrofi, ospedali, convitti sono teste di ponte per mettere radici nei quartieri e diventano centri di aggregazione e di supporto per fornire agli emigrati aiuti concreti come cibo e abbigliamento, sostegno in caso di disoccupazione, assistenza legale, disbrigo di pratiche burocratiche, segreteria per i contatti epistolari con i familiari.
Poi l’azione si estende oltre i grandi centri urbani per arrivare alle piantagioni, alle miniere, alle carceri.
La sua opera conta alla fine 67 istituti in tre continenti. Per la gestione di tutti questi istituti madre Cabrini forma un esercito di suore, più di 1300. Giovani istruite, preparate con severa disciplina, cui concede fiducia, libertà e responsabilità impensabili per le donne del suo tempo.
«Alle suore Francesca offre un’occasione ancora quasi inesplorata: dimostrare che non sono povere donnette, ma che sono invece capaci di assumersi tutte le responsabilità che di solito toccano agli uomini, pur mantenendo la propria specificità femminile. Su questo punto infatti era molto sicura: le donne sapevano accogliere i sofferenti e i poveri e aiutarli meglio degli uomini, grazie a una pietà pratica e concreta; le donne sapevano trasformare gli istituti in case belle e calde, dove ci si sentiva in famiglia e dove si trovava sempre un posto per chi voleva partecipare. Si trattava dell’esercizio di una maternità spirituale alla quale tutte le suore dedicavano senza riserve la loro vita, una maternità sempre aperta all’imprevisto» (Scaraffia).
Madre Cabrini sa valorizzare al meglio le qualità di ciascuna, non nel mito moderno del successo individuale ma nella realizzazione di un progetto comune: le suore studiano, progettano, dirigono, viaggiano, tessono relazioni, ma solo per il bene dell’istituto.
È una via di emancipazione che raggiunge obiettivi di autonomia invidiabili.
Si pensi che solo nel 1919 viene riconosciuta alle donne italiane la capacità giuridica di gestire il proprio patrimonio. Madre Cabrini lo ha fatto per le Missionarie del Sacro Cuore di Gesù fin dagli anni Novanta del secolo precedente.
«Anche se Francesca Cabrini non ha mai teorizzato questo suo “femminismo”, né ha mai avuto contatti con gruppi di cattoliche che, in quegli stessi anni, stavano impegnandosi in movimenti emancipazionisti insieme con le femministe laiche, era tuttavia ben consapevole di questa sua posizione.» (Scaraffia)

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Tra il 1912 e il 1917, per motivi di salute, la grande viaggiatrice è costretta a fermarsi. Ma questi ultimi anni di forzata sedentarietà sono utilissimi al consolidamento delle fondazioni statunitensi. Trascorre gli ultimi mesi nella casa di Chicago dove muore il 22 dicembre 1917 dopo un’ultima giornata di lavoro.
Successivamente alla beatificazione, avvenuta nel 1938, Madre Cabrini è proclamata Santa nel 1946 da Pio XII (prima cittadina statunitense a essere canonizzata) e, nel 1950, Patrona universale degli emigranti; nel 2010 le è stata intitolata la Stazione Centrale di Milano.
Grande è la devozione verso di lei, in particolare da parte dei discendenti degli emigrati italiani verso le Americhe. In occasione dell’Expo, si è registrato un flusso di turismo religioso, proveniente dagli Stati Uniti, che ha avuto come mete la casa natale a Sant’Angelo Lodigiano e il Museo Cabriniano a Codogno, sede della Casa madre dell’ordine da lei fondato. È recentemente uscito nelle sale cinematografiche un biopic, ora doppiato in italiano, dal titolo Mother Cabrini della regista Daniela Gurrieri che si concentra sugli anni della sua vita compresi tra il 1888 e il 1892, anni difficili durante i quali prende forma il suo modello di missionarietà. E lo Stato di New York ha reso pubblica la decisone di voler finanziare la realizzazione di una statua dedicata alla Santa degli emigranti. L’iniziativa si colloca nell’ambito del progetto She Built NYC il cui fine è quello di incrementare il numero di statue dedicate a donne meritevoli di essere ricordate. Non solo vie e piazze, dunque, sono utili e necessarie a nutrire la memoria collettiva delle donne e della società intera, anche i monumenti lo sono.
Gli aspetti che ho evidenziato sono certo frutto di una lettura selettiva, parziale e laica della biografia di Francesca Cabrini. Ma se il viaggio è metafora della vita (e nella sua vita l’esperienza reale del viaggio ha avuto un ruolo particolarmente importante) nel suo caso lo è con la massima evidenza per aver cercato e percorso strade nuove nelle diverse imprese cui si è dedicata.

 

Articolo di Daniela Fusari

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Daniela Fusari, docente di materie letterarie nella scuola superiore, è nata a Lodi dove vive e insegna. In qualità di archivista, ha curato, il riordino e l’inventario di fondi documentari. Fa parte della Società Storica Lodigiana e ha svolto ricerche di carattere storico in ambito locale e per la valorizzazione dei Beni culturali. Riesce ancora, per sua fortuna, a divertirsi in tutte, o quasi, le cose che fa.

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