Lungo amore per Giuliana Gadola

Vorrei dirvi che sono nata una sera di ottobre del 1943.
«Una sera di ottobre davanti al caminetto acceso, nel salone pieno di quadri e specchi, semibuio, che cercava di imporci una familiare assennata compostezza», scrive Giuliana Gadola nel Capitano. La sera in cui Giuliana sceglie, per sé e per il marito Filippo Beltrami, la Resistenza. «Dio mio, avevo deciso. Mi sentivo leggera e fredda». Giuliana sceglie con solennità lieve, per dignità e coerenza interiore; Giuliana sceglie guardando al futuro, ai figli, a Michele di pochi mesi (il piccolo che avrebbe portato in spalla «sui sentieri / in cerca d’uova da una grangia all’altra»), ai bambini e alle bambine (io sono una di loro) che sarebbero nati dopo, anni dopo, in un altro mondo.
«Vedevamo un mondo molto più netto: o vincevano i fascisti, e allora morivamo tutti, o vincevamo noi, e allora… allora era un altro mondo. Ma non ci saremmo mai aspettati di vedere ancora i fascisti per le strade, no, questo no!».
Sono le prime parole di Giuliana Gadola che ho ascoltato, da Materiale resistente. Era il 1995. Non sapevo, allora, chi fosse Giuliana. Avevo conosciuto la Resistenza negli anni Settanta: ricordo la strategia della tensione e l’antifascismo come risposta, ricordo le canzoni degli Stormy Six e l’illusione giovanile che non sarebbe mai più accaduto. Invece accadeva, di nuovo: nel 1995 i fascisti non solo erano per le strade, ma al governo, con l’arroganza di sempre, e non per l’ultima volta.
Da qualche tempo avevo conosciuto gli uomini della Resistenza, nella sezione dell’Anpi di Lodi, la città dove vivo. E da Lodi, dal Lodigiano, nell’autunno del 1943 nove uomini avevano raggiunto Filippo Beltrami; due di loro sarebbero caduti a Megolo, in Val d’Ossola, il 13 febbraio 1944, in battaglia contro nazisti e fascisti.
Avevo conosciuto gli uomini, le donne no. Le donne erano come dissolte, rifluite nel quotidiano. Poi, nel febbraio 2001, grazie a Michele, avevo incontrato Giuliana: non solo padri, ma (finalmente) anche una madre simbolica. In quell’occasione Giuliana aveva conversato con le mie studenti di quinta liceo: «il femminismo, in Italia, è nato dalla Resistenza», il periodo più bello nella vita delle donne che lo hanno vissuto, perché, nonostante i rischi e gli stenti, erano finalmente libere.
Certo – lo sappiamo – le donne scompaiono quando nella lingua italiana si declina al maschile: e già negli scioperi del marzo ‘43, dietro al termine ‘operai’ – arrestati, condannati, deportati – si scopre che ci sono, e in maggioranza, donne. Ne erano consapevoli i Gruppi di difesa della donna, che non mancavano di rivendicare la titolarità delle azioni e la presenza pubblica delle donne, non soltanto mogli, madri, sorelle di partigiani, ma le prime a scendere in piazza, alzando forte la voce: per l’aumento del salario, per il ritorno dei figli dal fronte, per dire basta guerra. Le parole d’ordine dei grandi scioperi erano infatti pace, pane, libertà. Pace, prima di tutto, come condizione necessaria a instaurare benessere e democrazia.
Le donne erano consapevoli che quella di Resistenza era, doveva essere, l’ultima guerra, nella quale esse stesse avevano preso le armi in una contingenza storica eccezionale, perché ‘quando è troppo è troppo’, e perché «se una cosa è giusta – è l’epigrafe che Giuliana ha scelto per il Capitano – certo vale meglio di una cosa saggia». L’ultima guerra.
Con commozione, nel marzo 2003, ho poi condiviso l’impegno di Giuliana, e delle donne dell’Anpi milanese, per la pace, alla vigilia dell’invasione annunciata dell’Iraq. «Speravo che malgrado tutto le cose sarebbero andate bene, che la guerra sarebbe finita presto che, dissipato l’incubo, la vita avrebbe ripreso un ritmo di pace», aveva scritto Giuliana nel Capitano tanti anni prima, e mi suggeriva, allora, di intitolare il mio contributo Guerra alla guerra, riprendendo le parole delle donne, le volontarie della libertà, per le quali la guerra di Resistenza non poteva che essere l’ultima. La guerra nella quale Filippo muore solo («T’ho lasciato solo a morire. / Né freddo né male / né l’acre morso della sete / con le mani che amavi ho addolcito») e dalla quale Giuliana torna sola («ma qui dove prima ti sorrisi / assoluta vivrà la tua mancanza»), e la storia di lei e del marito, del ‘Capitano’ e della ‘Signora’, narrata al figlio ultimogenito, «diventa una leggenda».
«Vi era un accordo tra mio padre e mia madre: – mi avrebbe raccontato Michele – se uno dei due fosse morto l’altro, l’altra, si sarebbe ritirato dalla lotta per crescere i figli. Per me è stato meno doloroso che per mio fratello e mia sorella: quando mio padre è morto avevo meno di un anno, praticamente non l’ho conosciuto, non ne ho ricordo. Ma loro sì, invece».
Giuliana era nata a Milano il 1° gennaio 1915. Già a sedici anni, studente del liceo classico “Manzoni”, aveva dato prova di coraggio e antifascismo, consegnando in bianco un tema sul 28 ottobre, data della marcia su Roma; al docente che le aveva chiesto spiegazioni aveva risposto che di quella data non sapeva nulla, ed era stata punita con zero.
Nel 1936 aveva sposato Filippo Maria Beltrami, architetto di famiglia antifascista. Nel 1942 con il marito e i due figli, Giovanna e Luca, era sfollata da Milano a Cireggio, in Val d’Ossola, dove, dopo l’8 settembre 1943, Filippo era diventato comandante di una delle prime formazioni partigiane. La famiglia avrebbe potuto espatriare senza difficoltà in Svizzera e qui attendere la fine della guerra. Giuliana e Filippo avevano deciso, invece, di fare la propria parte per il proprio paese, contribuendo insieme alla causa della libertà. Quando Filippo si era ammalato, in novembre, Giuliana aveva deciso di seguirlo in montagna, in Valle Strona, per stargli vicino: i dieci giorni con lui nella formazione partigiana rappresentavano per lei i ricordi più belli della sua esperienza resistenziale. Aveva deciso comunque di tornare dai figli (nel frattempo era nato il terzogenito, Michele), mentre Filippo, avvertito di una delazione, in gennaio aveva lasciato l’Alpe Camasca, ove si era rifugiato, e – lungo il sentiero che ora porta il suo nome (e sul quale io stessa nell’agosto 2016 ho arrancato, e non c’era la neve) — si era portato a Megolo: qui con il suo gruppo era stato accerchiato dalle forze naziste e fasciste e aveva trovato la morte il 13 febbraio 1944 con altri undici compagni.
Nel dopoguerra Giuliana era tornata a Milano e fino alla sua morte (il 1° luglio 2005) aveva partecipato attivamente alla vita civile italiana, scrivendo il romanzo Il Capitano (dedicato all’amatissimo marito), la raccolta di poesie Lungo amore e, con Mirella Alloisio, il saggio Volontarie della libertà, la prima storia delle donne nella Resistenza.
Ho parlato di Giuliana, ho parlato di me: in fondo parlare di altri – e altre –, che abbiamo amato e che amiamo, è l’unico modo per parlare davvero di sé: perché è negli altri che si esiste, si ricompone il percorso della propria vita, si sceglie la propria identità.
E allora, è vero: nonostante l’anagrafe dica altro, come donna libera, come cittadina democratica, io sono nata una sera di ottobre del 1943.

 

Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Insegna letteratura italiana e storia ed è presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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