A Trieste con Italo

Mi aspetta a Piazza Unità d’Italia, nel cuore di Trieste, uno dei miei autori preferiti di tutti i tempi.
“Buonasera signor Svevo! O forse preferisce che la chiami Schmitz?”
“Buonasera a lei, Svevo va benissimo”.

“Se posso chiedere, come mai ha scelto di cambiare nome?”
“Si sentono mille storie al riguardo, la maggior parte frutto di fantasia. La verità è che ho scelto di rimarcare la mia appartenenza a entrambi i mondi, italiano e tedesco. ‘Italo’ perché nella Trieste asburgica del tempo volevo sottolineare il mio sentirmi profondamente italiano. ‘Svevo’ perché sarebbe sciocco rinnegare la mia educazione, decisamente impregnata di cultura tedesca. Credo ciò si veda, mio malgrado, nel mio modo di scrivere, che ai lettori italiani sembra intriso di piccoli errori che tradiscono le mie origini”.

Si accende una sigaretta. “Ne vuole una?”
“No grazie, ho smesso”.
“Beata lei, io ci combatto da una vita…”
“Un po’ come Zeno”.
“Già, ma giuro che ci ho provato, è più forte di me e ho continuato a fumare i miei due, anche tre, pacchetti al giorno. Persino in punto di morte il mio ultimo desiderio è stato fumare, ma non me l’hanno concesso”.

“Immagino che non ne potrà più di rispondere a questa domanda, ma come è nata la sua amicizia con James Joyce?”
“C’è stato un lungo periodo, venticinque anni per l’esattezza, in cui la mia attività letteraria si è assopita quasi del tutto e in cui ho composto opere oggi ormai sconosciute ai più. In quegli anni mi sono dedicato alla gestione della ditta Veneziani, di proprietà di mio suocero. Lei mi chiederà cosa ciò c’entri con Joyce e invece è proprio questo il punto di partenza: infatti ho scelto di imparare meglio l’inglese per curare gli affari della filiale di Londra della ditta e, guarda caso, James ai tempi insegnava alla Berlitz School di Trieste“.

“Che ruolo ha avuto lo scrittore inglese nella sua vita e nella sua produzione?”
“Fondamentale. Mi sento di dire che è merito suo se ho continuato a scrivere”.
“Come mai?”
“Vede, dopo l’insuccesso di Una Vita e di Senilità ho cominciato a pensare che forse era meglio lasciar perdere. Poi ho conosciuto James. Veniva a casa nostra a darci lezioni d’inglese e ha rivelato a me e mia moglie di essere uno scrittore, così io, timidamente, mi sono fatto avanti e ho rivelato di aver scritto anch’io due romanzi, nel decennio precedente. Mi chiese di leggerli e ne rimase entusiasta, questo mi ha restituito la voglia di scrivere, di provarci. Lo ricordo con grandissimo affetto, perché siamo diventati grandi amici in pochissimo tempo e, nonostante la guerra ci abbia costretto a separarci, abbiamo continuato a sentirci anche negli anni successivi al 1915”.

“Chi altro ritiene abbia influenzato particolarmente la sua scrittura?”
“Indubbiamente Freud e la sua psicanalisi. Tra l’altro mio cognato Bruno era stato in cura da Freud. Devo dire che non ho mai creduto nella psicanalisi come pratica medica e curativa, ma la ritengo invece un indispensabile strumento per conoscere il mondo e per fare letteratura. La Coscienza di Zeno è un romanzo basato sulla stesura di un diario personale, sotto suggerimento del dottor S., lo psicanalista di Zeno, che porta il lettore a scoprire il vero animo del protagonista, alla rivelazione del suo inconscio, tramite una serie di lapsus, di piccoli gesti involontari, che sono oscuri alla coscienza di Zeno stesso”.

“Signor Svevo, dovendo ricercare una costante nella sua produzione letteraria, quella che salta subito all’occhio è il protagonismo dell’inettitudine”.
“Certo, ho scelto di dar voce a un personaggio profondamente calato nella realtà dei nostri tempi: l’inetto. Chi è l’inetto? È l’uomo non compiuto, malato nella volontà e nello spirito, incapace di adattarsi, di stare al passo del contesto che lo circonda e schiacciato dall’alienazione e della meccanicità della società contemporanea”.

“Tuttavia i suoi inetti non sono tutti uguali, giusto?”
“No, ho scelto di tracciare una sorta di parabola evolutiva dell’inettitudine stessa, o meglio, del rapporto dell’inetto con la propria malattia: Alfonso Nitti si suicida, Emilio Brentani si rifugia in uno stato di senilità, appunto, di passività verso la vita, Zeno Cosini è diverso…” Si spegne sotto la scarpa la seconda sigaretta “… Zeno è un incostante e lo si vede, ad esempio nella sua incapacità di smettere di fumare, è un passivo, un incapace di cogliere le occasioni della vita, ma, a differenza degli altri due, ha accettato la sua malattia e ha rinunciato a qualsiasi forma di velleitaria ribellione”.
“Ma quanto di autobiografico c’è nei suoi romanzi? Lei si ritiene davvero un inetto?”
Non mi risponde e distoglie lo sguardo, mentre si accende un’altra sigaretta, la terza.
“È l’ultima, giuro.”

-.-.-.

ITALO SVEVO: nato Aron Hector Schmitz (Trieste, 19 dicembre 1861 – Motta di Livenza, 13 settembre 1928), è stato uno scrittore e drammaturgo italiano. È ricordato principalmente per i suoi tre romanzi di maggiore successo: Una Vita (1892), Senilità (1898) e La Coscienza di Zeno (1923).

 

 

Articolo di Emma de Pasquale

82266907_464813557755100_6601637314051440640_nEmma de Pasquale è nata a Roma nel 1997 ed è laureata in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Attualmente frequenta la magistrale in Italianistica all’Università Roma Tre. Ha interesse per il giornalismo e l’editoria, soprattutto se volti a mettere in evidenza le criticità dei nostri tempi in un’ottica di genere.

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