Ostinatamente libera. La vita ribelle di Sibilla Aleramo

«A me i libri giungono sempre all’ora esatta, io m’imbatto in essi o sono spinta a cercarli nel momento preciso in cui occorrono alla mia vita, o per lo meno in cui riescono alla mia vita di soccorso profondo».
Questa frase che è dell’autrice di uno di quei libri in cui mi sono imbattuta adolescente e ho ricercato poi quando mi sono ritrovata ad essere una giovane madre: si tratta di Una donna, il primo libro femminista d’Italia, anche se non sempre e non tutte le femministe amarono la sua scrittrice. Lei è nota con il nom de plume di Sibilla Aleramo, che scelse Giovanni Cena, uno dei suoi grandi amori, ispirandosi alla poesia Piemonte di Carducci in cui gli Aleramo erano citati in quanto primi marchesi di quella regione, il Monferrato, nella quale Marta Felicina Faccio, questo il suo vero nome, detta “Rina”, nacque il 14 agosto del 1876. Raccontare la storia di questa scrittrice, femminista, ribelle sempre, significa seguire la sua produzione letteraria che fu un’intensa e appassionata autobiografia che riesce a rendere solo in parte l’eccezionalità di un’esistenza per la quale non vi è definizione migliore se non «bisogna fare della propria vita come si fa un’opera d’arte» di Gabriele D’Annunzio; proprio a lui, fra l’altro, Aleramo dedicò la tragedia in tre atti Endimione, ispirata al suo amore per Tullio Bozza, un giovane atleta morto precocemente come il personaggio mitologico che dà il titolo all’opera.
In Una donna Aleramo racchiude le fasi iniziali della sua vita a partire dalla fanciullezza, definita libera e gagliarda, in quanto figlia maggiore in grado di esercitare una certa prepotenza su fratelli e sorelle minori; ma anche e soprattutto in quanto preferita dal padre che l’adorava: era un professore di scienze che abbandonò la professione per dedicarsi alla gestione di alcune attività prima a Milano con un socio e poi a Civitanova Marche dove divenne direttore di un’azienda industriale del marchese Ciccolini. L’amore accecante per il padre impedì alla giovane Rina di vedere la sofferenza e il male oscuro che opprimevano la madre, che in silenzio assolveva al ruolo di moglie e madre, ma ne era schiacciata e ciò le causò una profonda infelicità che la portò ad un tentativo di suicidio seguito poi dall’internamento in manicomio dove sarebbe morta nel 1917. L’adolescenza di Rina fu funestata però anche da un altro tragico avvenimento: dopo essere stata assunta come contabile nell’azienda gestita dal padre, venne violentata, all’età di quindici anni, da un collega, Ulderico Pierangeli, di dieci anni più vecchio. Convintasi che fosse necessario tacere e manipolata dall’uomo affinché lo accettasse come marito in quanto era già stata sua, Rina acconsentì al matrimonio che venne celebrato nel 1895. Dall’unione nacque Walter a cui Rina si dedicò completamente tentando di sopravvivere in una città che non amava a causa del bigotto provincialismo e ad una vita coniugale che la opprimeva. L’amore per il figlio non le impedì però di provare quello che lei stessa definì come una «stanchezza morale, lo scontento di me stessa, il rimprovero della parte migliore di me che avevo trascurata. In me la madre non s’integrava con la donna». Il travagliato periodo successivo alla maternità portò Rina a conoscere emozioni e sensazioni diverse: si rese conto di non poter più vivere senza il figlio, ma rifiutava il rapporto coniugale con il marito. La situazione precipitò a seguito del sospetto di un possibile tradimento di Rina, non consumato, ma che provocò l’ira dell’uomo; la moglie fu costretta a sostenere continui interrogatori che sfociavano quotidianamente in brutali pestaggi a cui pose fine tentando il suicidio.
Dopo una prima fase di apatia e di vuoto, Rina si riprese grazie ad una delle attività a cui il padre l’aveva sempre stimolata, vale a dire la lettura, e trovò in essa un rifugio e una salvezza, a ciò si aggiunse l’interesse sempre più vivo e sincero nei confronti della questione femminile che maturò in lei mediante l’analisi di alcuni saggi che presentavano le esperienze dei Paesi del Nord, soprattutto Gran Bretagna e Scandinavia. Grazie a queste letture e al suo tragico vissuto, Rina giunse alla conclusione che la condizione di soggezione e di subordinazione della donna fosse universale e sentì di provare simpatia nei confronti di quelle ribelli che, rivendicando la libertà per tutte, «recidevano in sé i più profondi istinti, l’amore, la maternità, la grazia». Fu allora che alla lettura seguì la scrittura attraverso la collaborazione per alcune riviste femminili a Milano, dove si trasferì con la famiglia seguendo il marito. Le dimissioni del padre e la proposta offerta al marito di sostituirlo, costrinsero Rina ad abbandonare la città, pena la perdita del figlio che l’uomo minacciava di portarle via. Il ritorno al paese fu per la scrittrice una sofferenza senza precedenti, abituata ormai al dinamico ambiente cittadino e un giorno, sempre più disperata e rassegnata, riprese in mano le carte della madre trovando un biglietto, mai spedito, indirizzato al padre della donna, nel quale gli annunciava il suo imminente ritorno a causa di un matrimonio ormai finito e di una vita che rasentava la follia, gesto che non si realizzò mai. Da quel momento balenarono in Rina alcune domande e considerazioni che scardinarono completamente il modello femminile da lei culturalmente accettato e impostole: «Perché nella maternità adoriamo il sacrificio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. È una mostruosa catena. Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sé la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità? Per quello che siamo, per la volontà di tramandare più nobile e più bella in essi la vita, devono esserci grati i figli, non perché, dopo averli ciecamente suscitati dal nulla, rinunziamo ad essere noi stessi».
La consapevolezza della cupa subordinazione ormai insopportabile e l’ennesima umiliazione: la necessità di sottoporsi ad una terapia medica a causa della possibile sifilide contratta dal marito, convinsero Rina ad abbandonarlo e a raggiungere il padre a Milano, ma ciò determinò la perdita del figlio, di tutti i beni e addirittura il rimprovero dell’avvocato che avrebbe dovuto sostenerla nella causa di separazione in quanto non doveva lamentarsi, ma sentirsi fortunata per non essere ricondotta dal marito con la forza. Per la legge dell’epoca, la donna non esisteva e Rina dovette ricostruirsi, rassegnandosi alla perdita definitiva di ciò che più amava al mondo, suo figlio, in nome della propria libertà. Lo fece impegnandosi attivamente nell’Unione Femminile Nazionale per la quale scrisse e insegnò nelle scuole serali femminili e in quelle festive e serali per i contadini e le contadine. A Milano e poi a Roma riallacciò i legami con intellettuali progressisti dell’epoca come Paolo Mantegazza, Maria Montessori, Ada Negri, Matilde Serao e divenne grande amica di Alessandra Ravizza, frequentò Anna Kuliscioff e Filippo Turati. Ebbe inoltre una fugace relazione con il poeta Guglielmo Felice Damiani a cui seguì quella più intensa con Giovanni Cena, che allora dirigeva la rivista “Nuova Antologia”, e che la convinse a pubblicare nel 1906 il suo primo romanzo, Una donna appunto. Da quel momento Rina diventò Sibilla Aleramo.
Gli anni Dieci furono tormentati ed errabondi: la fine del legame con Cena, i continui spostamenti tra l’intellettuale Firenze, la Milano futurista, la Parigi della Belle Époque ed infine il ritorno a Roma. Furono gli anni delle relazioni più intense, ma anche devastanti come quella con la scrittrice Lina Poletti, ad esempio, oppure con il poeta Dino Campana di cui rimane il carteggio Un viaggio chiamato amore, da cui Michele Placido ha tratto l’omonimo film con Stefano Accorsi e Laura Morante che non tradiscono le aspettative. Folgorata dalla lettura dell’unica opera del poeta, I Canti Orfici, Aleramo lo raggiunse a Marradi dove lui era già affetto dai disturbi mentali che lo portarono poi alla reclusione in manicomio. L’intesa fisica e intellettuale fu subito molto potente, ma contemporaneamente devastante a causa soprattutto della gelosia di Campana che non accettava i presunti o reali amanti che venivano attribuiti o realmente aveva Sibilla Aleramo definita da un gretto e sprezzante Giuseppe Prezzolini come «lavatoio sessuale della cultura italiana» a dimostrazione di quanto una parte del mondo culturale italiano dell’epoca fosse ancora intriso di quel becero maschilismo sessista che porta a giudicare una vita sentimentale e sessuale libera e attiva come un pregio per la virilità dell’uomo e un abominio per la reputazione di una donna.
Fu il periodo in cui maturò un progressivo allontanamento dal femminismo considerandolo, come scrisse in Apologia dello spirito femminile, un’avventura affascinante, giovanile, ma ormai passata ed esaurita e ciò la portò a prendere le distanze da quell’attivismo militante dei primi anni, senza rinunciare all’idea di fondo del suo pensiero e cioè che ci fosse una complementarietà tra uomo e donna. Il punto di partenza rivoluzionario, che Sibilla Aleramo mise in pratica durante tutta la sua vita e da cui partiva la sua riflessione, era la necessità imprescindibile di rimanere fedeli a sé stesse, alla propria legge personale, al proprio io profondo e da ciò trovare il coraggio e la forza per ribellarsi e rompere quelle catene che costringevano le donne a non essere «signore di sé stesse».
Nel 1919 pubblicò prima Il Passaggio, una sorta di autobiografia poetica della propria pratica letteraria, e, a partire dagli anni Venti, si dedicò anche alla poesia con una serie di raccolte tra cui le più importanti furono Momenti e Gioie d’occasione. Determinante in questi anni fu l’indagine attenta e profusa che la scrittrice riservò all’amore attraverso l’analisi di una passione alla quale decise di non rinunciare mai, arrivando ad intitolare il suo carteggio con il poeta Giulio Parise, alias Luciano, Amo dunque sono. In esso la scrittrice sostiene con forza l’esistenza dell’amore e la necessità di persistere nella sua ricerca nonostante la dannazione e il tragico fallimento con cui costantemente ci si scontra: solo attraverso questo sentimento, che per Aleramo resta solo un’illusione e uno splendido sogno, ci si può accostare al principio primo, all’essenza invisibile dell’universo. Altro aspetto interessante dell’opera è lo spazio dedicato alla riflessione sulla fisicità dell’amore che non ne è l’espressione suprema, ma ne è una prova essenziale. Rispetto a ciò, Aleramo riconosce l’ignoranza degli amanti su ciò che l’altro/a prova durante l’atto sessuale determinando quella che viene definita come tristezza della diversità, una solitudine che la scrittrice riconosce essere sopportata in modo più fiero dall’uomo. Come la vita e i grandi ideali, fra cui il femminismo, anche l’amore è destinato ad esaurirsi e Sibilla Aleramo non manca di riconoscerlo, non con disperazione o rassegnazione, ma con una consapevolezza che le viene dalla profonda conoscenza e accettazione di sé stessa e del modo con cui ha deciso di vivere.
Dopo aver firmato il Manifesto degli Intellettuali Antifascisti ed essere stata arrestata in quanto conoscente dell’attentatore del Duce, a causa delle pessime condizioni economiche in cui versava, Sibilla Aleramo accettò dal regime un assegno mensile di mille lire. Alla fine della Seconda guerra mondiale si iscrisse al Pci e collaborò attivamente con “L’Unità”, “Noi Donne” e “Rinascita”, fu molto attiva sia politicamente, dando il proprio contributo al movimento pacifista e all’Udi, sia culturalmente attraverso letture pubbliche delle sue opere e la ristampa di altre. Nel 1947 uscì per Mondadori Selva d’amore, raccolta antologica delle sue poesie dal 1912 in poi che le valse il premio Viareggio nel 1948. Si dedicò inoltre alla stesura di lunghe pagine di diario, atto supremo della sua autobiografica attività letteraria, pubblicate con il titolo Diario di una donna.
C’è una fotografia un po’ rovinata, ricavata dal microfilm dell’”Unità di Milano” del 19 ottobre 1947, che immortala la scrittrice ribelle ormai settantenne con due donne di circa quarant’anni, e che forse raffigura un momento importante del movimento femminista italiano.

FOTO 1.L’occasione è il II Congresso Nazionale dell’Udi e le due donne, unite dall’esperienza resistenziale e politica, ma anche da una sincera e profonda amicizia, sono Maria Maddalena Rossi, presidente dell’Udi, deputata alla Costituente e alla Camera durante le prime tre legislature e, infine, sindaca di Porto Venere dal 1970; e Giovanna Boccalini Barcellona, direttrice di “Noi Donne”, l’edizione milanese dell’organo di stampa dell’Udi durante il periodo clandestino, commissaria nel Clnai e in quel periodo assessora alla previdenza sociale e all’infanzia nella Giunta milanese. Tre donne con vite molto diverse, ma legate da un filo sottile che unisce gli scritti di Aleramo alle battaglie per i diritti delle donne di Rossi, che tra l’altro lottò strenuamente per l’ingresso delle donne in magistratura, all’impegno di Boccalini Barcellona in ambito sindacale e previdenziale per la tutela del lavoro femminile. Questo filo sottile, ma estremamente resistente, è il testamento spirituale di Aleramo: la missione della donna doveva essere quella di rivendicare la propria dignità umana, evitando di annullarsi e di sottomettersi alla “cultura del sacrificio femminile”, e trovare uno spazio autonomo nel quale esprimere la propria diversità individuale, sociale, politica e culturale.
Sibilla Aleramo si spense il 13 gennaio 1960 a Roma, il giorno seguente Eugenio Montale dalle colonne del “Corriere della Sera” scrisse: «Sopravvissuta a tante tempeste, portava ancora con sé, e imponeva agli altri, quella fermezza, quel senso di dignità ch’erano stati la sua vera forza e il suo segreto». Un segreto che la rese sempre e comunque ostinatamente libera nonostante tutto.

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Jesolo (VE), Foto di Nadia Cario

A lei sono state dedicate vie e strade in tutta Italia.

 

Articolo di Alice Vergnaghi

Lh5VNEop (1)Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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