La parola libertà. Anna Cherchi Ferrari

«La vita è bella e merita di essere vissuta in qualsiasi modo essa si presenti», così esordì Anna Cherchi (Torino, 15 gennaio 1924 – 6 gennaio 2006) al Convegno sulla deportazione femminile nei lager nazisti, tenutosi nel 1994 a Torino.
Un messaggio bellissimo, un invito all’ottimismo e all’accettazione serena di ciò che il destino riserva ad ognuno di noi.
Ma pronunciato da lei assume un valore elevatissimo poiché ha condiviso un vissuto con milioni di persone che purtroppo non ce l’hanno fatta.
L’Italia era in guerra, le stragi nazifasciste erano all’ordine del giorno e anche la famiglia di Anna non era stata risparmiata poiché il padre, apertamente antifascista, aveva sempre rifiutato la tessera del partito. La notte del 31 dicembre 1931 venne picchiato violentemente da alcuni fascisti del luogo e abbandonato in mezzo alla neve, dove rimase per l’intera notte. Venne ritrovato agonizzante la mattina successiva e morì di broncopolmonite pochi giorni dopo.
Anna non aveva ancora otto anni e quel trauma probabilmente rafforzò in lei l’odio contro gli autori del delitto e la volontà di combattere contro i nazifascisti.
All’indomani dell’8 settembre 1943 infatti, non ancora ventenne, trasformò il cascinale dove abitava con la famiglia adottiva, nella frazione Santa Libera nel comune di Loazzolo nelle Langhe, in un rifugio per quegli ufficiali e soldati che avevano scelto l’attività partigiana e rifiutato di servire la Repubblica di Salò.
Il 7 gennaio del 1944 i tedeschi, complici i fascisti di Salò, bruciarono la casa dei Cherchi, e da quel momento Anna iniziò a fare la staffetta unendosi alla formazione partigiana del comandante “Poli”, insieme al fratello Giuseppe (Basso), con il nome di Maria Bruni.
Ma il 19 marzo 1944, durante un rastrellamento tra Carrù e Dogliani, fu catturata dai tedeschi, o meglio, si fece catturare per consentire al suo gruppo di mettersi in salvo. Venne trasferita a Torino, alle carceri Nuove dove iniziarono estenuanti interrogatori e terribili torture. Lei resistette per un lunghissimo mese a indicibili sofferenze senza tradire i suoi compagni.
Dalla sua testimonianza: «Volevano sapere dove erano state nascoste delle armi e io ho detto che sapevo che le armi erano arrivate, ma non dove le avevano messe perché ero in un altro gruppo, e ho sempre sostenuto quello. Il Capitano Smith non l’ha digerito, voleva sapere dove erano queste armi, io ho continuato a dire non lo so e lui non è stato tanto gentile. Più che le botte lui adoperava i suoi mezzi, era ben attrezzato, metteva le matite tra le dita, poi serrava le dita in mezzo alla morsa che aveva appesa alla scrivania e stringeva le dita con le matite dentro. Le unghie sanguinavano».
Il 29 giugno fu deportata con altre quattordici ragazze, stipate in un carro bestiame, a Ravensbrück, un campo di concentramento femminile costruito nel 1939 a circa 90 chilometri a nord di Berlino.

Foto 1. Il campo di Ravensbrück.Entrata
Il campo di Ravensbrück. Entrata

Dalla stazione di Fürstemberg proseguirono a piedi verso Ravensbrük vivendo con ogni probabilità l’ultimo momento “lieto” prima dell’inferno che il destino aveva in serbo per loro.
Prosegue infatti nella sua testimonianza spiegando che «c’era una bella strada asfaltata e a un certo punto abbiamo avuto una visione bellissima. A destra c’era il lago, a sinistra tutte villette, una più bella dell’altra, eravamo poi a fine giugno o 1° luglio, ed erano piene di fiori, sembrava che facessero a gara a chi aveva la finestra e il balcone più bello. Tanto era bello a vedere che noi, ingenue, sapevamo che andavamo a lavorare, ma abbiamo pensato guarda in che bel posto ci hanno portate. Quella visione dopo un po’ è sparita, ci siamo trovate davanti un muro altissimo, nero, brutto, e abbiamo detto che fabbrica brutta è questa, non possono dare un po’ di bianco?»

Foto 2. Il campo di Ravensbrück.Blocco
Il campo di Ravensbrück. Blocco

Appena entrata divenne il n. 44.145; in luglio fu trasferita, con altre nove italiane dello stesso convoglio, al sottocampo di Schönefeld (Berlino), dove le venne assegnato il numero 1.721.
Qui iniziò il lavoro massacrante per la produzione di parti di Messerschmitt 709, un aereo da bombardamento, con turni di dodici ore alternando una settimana di giorno e una di notte.
Sopportò il freddo e scoprì successivamente di aver contratto una pleurite secca bilaterale, soffrì la fame, subì violente punizioni corporali, vide morire intorno a sé le sue compagne ma non bastava ancora.
Prosegue la sua testimonianza relativa ai giorni 15 e 16 gennaio 1945: «ci portano a Sachsenhausen. Siamo arrivate davanti a una casetta, una casetta di pietra non di legno, che c’è ancora adesso con la scritta patologia e dentro tutti i ferri nelle vetrine come allora. Entro e dentro c’era un signore grande e grosso che si fingeva dentista, ma non sapeva nemmeno come tenere le pinze in mano. Si vede che voleva imparare, erano convinti di vincere la guerra e magari voleva aprire uno studio dentistico alla fine della guerra, non lo so. Allora mi fissa le braccia su questi braccioli delle poltrone, mi fissa la testa, mi fa mettere i piedi dietro la traversa della sedia perché non gli dia dei calci, poi va nella vetrina e viene avanti con le pinze per togliere i denti. Incomincia dai molari. Quel mattino, dalle dieci e mezza fino alle quattro e mezza del pomeriggio me ne ha tolti sette, poi ha smesso e mi ha dato un pezzo di carta per pulirmi la faccia. Fuori c’era di nuovo il camioncino che ci aveva portate, ma c’ero solo io, le altre non sono più tornate. Io ero tutta frastornata, togliere sette denti senza iniezione, senza niente, non so se mi spiego! poi ero tutta sporca qui davanti, con la bava e tutto quello che veniva fuori dalla bocca, non mi hanno messo niente qui davanti. Quello del camioncino mi fa segno di salire, ma io non ero capace, non gliela facevo, ero distrutta, allora lui mi ha presa, pesavo poco, mi ha presa e mi ha buttata sul camion, come si fa a un sacco di patate. E il camioncino è partito. Il mattino dopo mi chiamano di nuovo, questa volta mi chiamano da sola, mi caricano un’altra volta su quel camioncino e mi riportano a Sachsenhausen. Allora mi è venuto in mente che il giorno prima quel dentista nel mandarmi fuori mi aveva detto auf wiedersehen, arrivederci, ma io subito non ci avevo fatto caso. Ecco perché mi ha detto auf wiedersehen, lui sapeva che io il giorno dopo dovevo ritornare. E infatti sono tornata, mi ha di nuovo fermato le braccia, la testa e tutto e mi ha tolto altri otto denti. In tutto quindici denti. Oggi di denti miei dietro e sopra non ne ho più uno».

Foto 3. Il campo di Sachsenhausen
Il campo di Sachsenhausen

Il 26 o 27 aprile 1945, terminata la produzione, le deportate iniziarono la marcia verso Ravensbrück per essere eliminate ma lungo la strada sono intercettate e liberate dalle truppe sovietiche.
Dopodiché il travagliato, faticosissimo rientro in Italia passando per Bolzano, a piedi, in condizioni di salute precarie; tornata a casa ebbe la forza di voltare pagina, si trasferì a Torino, si sposò nel 1953 con Dino Ferrari, anch’egli partigiano nelle Langhe nelle formazioni autonome e lavorò come operaia alla Fiat Ferriere per trent’anni, dal 1949 al 1979.
Dedicò inoltre molto del suo tempo nel descrivere la vita nei lager nazisti e il ruolo delle donne nella Resistenza, ruolo non sempre riconosciuto; lei si definì sempre e si presentava come deportata politica. E spiegò come nell’inferno del lager lei e le sue compagne si aggrapparono quotidianamente proprio alla parola Resistenza perché gli ideali di cui essa era portatrice consentirono loro di sopravvivere, di essere più forti del nemico che le voleva annientare.
Partecipò a conferenze, fu presente nelle scuole e partecipò ai viaggi della memoria organizzati dagli istituti scolastici e dall’Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti (faceva parte del Consiglio nazionale); scrisse anche un libro, edito nel 2004, intitolato La parola libertà. Ricordando Ravensbrück, che si concludeva con la sua, e non solo sua, più ferrea convinzione che «il passato non andasse dimenticato per volere una vita migliore».

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Era attesa dagli studenti delle scuole superiori di Novara per la fine del gennaio 2006 per uno di quegli incontri che amava tantissimo, in mezzo ai giovani, ma si spense il 6 di quello stesso mese.

Per saperne di più

A. Cherchi, La parola libertà. Ricordando Ravensbrück, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2004.
http://www.anpi.it.
La circolare Pohl, tavola rotonda, Milano, Angeli, 199
Archivio dell’istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea ‘Giorgio Agosti’.
L. Monaco, M. Pepe, G. Pernechele (a cura di), Testimoni luoghi memorie
Viaggi di studio nei Lager nazisti1998- 2006, 2007, Città di Moncalieri, Assessorato alla Cultura.
L. Monaco (a cura di), La deportazione femminile nei Lager nazisti, Milano, F. Angeli, 1995
A. Gasco (a cura di), La guerra alla guerra. Storie di donne a Torino e in Piemonte tra il 1940 e il 1945, Torino, SEB27, 2007.
ArchoS. Sistema integrato dei cataloghi d’archivio – Archivi della Resistenza e del ‘900.

 

 

Articolo di Marina Antonelli

zjHdr1YM.jpegLaureata in Lettere, appassionata di ricerca storica, satira politica e tematiche di genere ma anche letteratura e questioni linguistiche e sociali, da anni si dedica al volontariato a favore di persone in difficoltà ed è profondamente convinta dell’utilità dell’associarsi per sostenere i propri ideali e cercare, per quanto possibile, di trasformarli in realtà. È autrice del volume Satira politica e Risorgimento. I giornali italiani 1848-1849.

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