La madre dei poveri

Il matrimonio di Juliette Colbert di Maulévrier (Maulévrier, 27 giugno 1785 – Torino, 19 gennaio 1864), nobile vandeana figlia dei conti di Maulévrier e discendente di Jean-Baptiste Colbert, ministro delle finanze di re Sole, con il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo, paggio dell’imperatore Napoleone Bonaparte e appartenente ad una delle più illustri famiglie della nobiltà piemontese, fu un’unione molto felice e, a dir poco, eccezionale per l’impegno personale e patrimoniale degli sposi nei confronti delle classi definite “le più numerose e le più povere” di Torino.
Dopo le nozze celebrate a Parigi il 18 agosto 1806, Juliette e Tancredi vissero nella capitale francese per alcuni anni rivolgendo la loro attenzione non solo agli ambienti nobiliari cui appartenevano per nascita, ma soprattutto alle istituzioni caritative ed educative.
Alla caduta dell’Impero napoleonico e all’inizio della Restaurazione nel 1814 i Barolo si trasferirono definitivamente nel palazzo di famiglia in via delle Orfane a Torino. Qui iniziò la trasformazione della francese Juliette nella piemontese Giulia perché lei voleva diventare una vera torinese, conoscere la sua nuova patria, apprenderne la storia, le abitudini e anche il dialetto, per trovare un contatto immediato con la gente più umile, con i poveri, soprattutto con le donne cosiddette “pericolate” che diventeranno il fulcro della sua vita e sostituiranno quei figli che i due giovani sposi non hanno mai potuto avere.
Ma che città era la Torino di allora? La Torino di Cavour, d’Azeglio, Alfieri, dei caffè del Cambio e Fiorio, del passeggio elegante sotto i portici di via Po e che politicamente si avviava alla moderata stagione di riforme carloalbertina dopo il rigore repressivo di Carlo Felice, era una città che non si poteva ancora definire industrializzata ma che richiamava molta gente dalle campagne in cerca di lavoro e di fortuna. Purtroppo la maggior parte di essa si trovò ad ingrossare le fila dei già numerosi indigenti che campavano di espedienti, elemosina, furti, prostituzione, di persone che vivevano nella miseria e nella decadenza dei costumi e della persona a causa di denutrizione, etilismo,  sperpero al gioco, assenza di igiene personale e domestica, fino alla morte per le febbri ricorrenti, aggravate anche dal clima freddo e umido, e per le frequenti epidemie di tifo petecchiale, vaiolo e colera nel 1831. Per completare il quadro dei problemi di ordine e igiene pubblica della città subalpina si devono aggiungere i reati veri e propri quali i furti, l’ozio e il vagabondaggio, allora punibili con la detenzione, omicidi e infanticidi che contribuivano al sovraffollamento delle carceri cittadine.
E qui entrò in gioco l’impegno dei benefattori, religiosi e laici, da Giuseppe Cottolengo a Giuseppe Cafasso, da don Giovanni Bosco a Francesco Faà di Bruno e fra questi anche la coppia Giulia Colbert e Carlo Tancredi Falletti: istituzioni caritative e filantropia privata si unirono per tentare di arginare e recuperare questa parte di umanità sofferente e pericolosa per l’ordine pubblico di una città che si avviava a diventare la guida del processo risorgimentale.
Le porte di palazzo Barolo erano sempre aperte: di sera accoglieva l’élite culturale, economica, politica di Torino come ad esempio Cesare Balbo, il conte di Cavour, i marchesi di Saluzzo, il maresciallo de la Tour, gli ambasciatori di Francia, Inghilterra, Austria, Toscana, Spagna e, ogni giorno, nello stesso palazzo veniva distribuito il pasto a qualcosa come duecento poveri. 

Torino. Palazzo Barolo
Torino. Palazzo Barolo

A partire dal 1815 Giulia Colbert si iscrisse alla Compagnia della Misericordia dedicandosi alla distribuzione di viveri nelle prigioni femminili. Nel 1818 riuscì ad ottenere il permesso di entrare nel carcere del Senato a contatto diretto con le detenute e inorridì nel vedere le condizioni disumane in cui esse erano costrette a vivere al punto tale che molte invocavano la morte per uscire da quell’inferno. Giulia portò coperte e cuscini, abiti, pane, carta, matite, libri di preghiera, dedicando loro del tempo leggendo e insegnando a scrivere. Naturalmente dispensava anche laute mance alle guardie affinché chiudessero gli occhi. Da questo momento la sua attività filantropica nel mondo della detenzione, soprattutto femminile, si svolse ininterrottamente fino al 1848, quando cioè le nuove leggi preclusero definitivamente ai civili l’ingresso nelle carceri.
Nel 1821 ella ottenne la direzione del carcere delle Forzate e iniziò a riunire tutte le detenute torinesi in un’unica prigione, introducendo alcune novità di grosso rilievo: separò le donne inquisite da quelle già condannate; affidò alle detenute stesse, pur seguendole da vicino, il compito di redigere il regolamento di disciplina del carcere; attuò una razionalizzazione ed un principio di programmazione dei lavori quotidiani affidandone la gestione alla contessa di Seyssel; infine, con la collaborazione della contessa Paola Pes di Villamarina, si dedicò al compito di alfabetizzare le ospiti del carcere.
Per seguire in maniera costante questa attività, Giulia Colbert riuscì a far subentrare al personale di custodia le suore di San Giuseppe, poi sostituite dalla Congregazione delle suore di Sant’Anna della Provvidenza fondata dai marchesi di Barolo nel 1834. Il loro convento fu costruito vicino alla chiesa della Consolata e adibito ad asilo, e i lavori furono seguiti personalmente dal marchese di Barolo che si era da sempre dedicato ad opere a sostegno dell’istruzione della gioventù.

FOTO Torino_Orfane4_ Loretta Junck
 Via delle Orfane. Foto di Loretta Junck

Nel 1823 Giulia Colbert fondò l’Opera pia del Rifugio, struttura che poteva ospitare oltre 200 ragazze tra quelle che volontariamente abbandonavano la vita di strada o che uscivano dalle carceri, per offrire loro un ambiente familiare e un lavoro dignitoso, favorendone la riabilitazione ed un percorso di redenzione spirituale.
Nel 1825 venne inaugurato l’asilo Barolo che aveva sede nel palazzo di via delle Orfane e ospitava fino a 260 bambini/e. Fu tra i primi esempi in Italia di istituzione organizzata come scuola infantile: lo scopo era infatti quello di accogliere figlie e figli di madri operaie, che altrimenti avrebbero dovuto trascorrere le giornate abbandonati per le strade e in quartieri solitamente malfamati.

Con successivi acquisti di case e orti annessi, nell’attuale via Cottolengo venne costruito il monastero delle Maddalene per la nascente congregazione delle suore di S. Maria Maddalena che avrebbe poi ospitato chi decideva di prendere i voti e cambiare radicalmente vita.
Qualche numero: nel decennio 1837-1846 su 202 donne uscite dal Rifugio, 45 entrarono nel monastero, 93 iniziarono una nuova vita in società, “redente” e con un lavoro dignitoso, 22 furono espulse come “irriducibili” e delle 42 rimanenti alcune morirono e alcune entrarono in altri istituti.
Nel 1832 alle strutture esistenti si aggiunse il Rifugino, specifico per le ragazze minori di 15 anni colpevoli di reati punibili con l’arresto.
Il 4 settembre 1838 Carlo Tancredi di Barolo morì e Giulia divenne erede universale di un patrimonio immenso; si calcolò che negli anni successivi alla morte del marito Giulia abbia speso nelle più svariate forme di beneficenza la considerevole somma di dodici milioni, che all’epoca costituiva quasi il bilancio di uno Stato.
Nel 1845 fondò l’ospedale infantile di S. Filomena destinato alle bambine con disabilità fisiche.
Nel 1846 aprì l’orfanotrofio delle Giuliette e case famiglia e laboratori per fanciulle indigenti.
I marchesi di Barolo erano stati molto attivi anche in provincia e, in modo particolare, a Viù dove, nel 1844, fu fondata una scuola femminile, affidata alla gestione di due suore della Congregazione di Sant’Anna e che si aggiunse alle altre iniziative già avviate in zona dal marito negli anni precedenti.
A questo punto Giulia Colbert aveva speso tutte le ricchezze di famiglia, ma altre ne aveva accumulate dedicandosi alla produzione di vino nei vastissimi vigneti nel cuore delle Langhe, in Barolo, Serralunga e Castiglione-Falletto.
Con la collaborazione del conte di Cavour e l’utilizzo di tecniche innovatrici, Giulia perfezionò il metodo sperimentato dell’enologo Paolo Francesco di Staglieno e ottenne un’ottima produzione di Barolo apprezzato pure dai re Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II.
L’ultima opera della marchesa a Torino fu la costruzione della chiesa parrocchiale di Santa Giulia in borgo Vanchiglia, su progetto dell’architetto Giovanni Battista Ferrante.

Chiesa di S.Giulia
Santa Giulia

I lavori iniziarono nel 1862 purtroppo però l’instancabile Giulia non riuscì a vederla completata perché morì due anni dopo, a 78 anni. Nel 1899 le sue spoglie furono traslate nella chiesa e, nel 2013, vi furono deposte pure quelle del marito e per l’impegno e le opere cui dedicarono la vita sono stati dichiarati venerabili da papa Francesco.
Una tra le più preziose testimonianze dell’epoca sulle attività della nobile coppia proviene dall’amico Silvio Pellico, il quale, dopo la tremenda esperienza dello Spielberg, fu accolto a palazzo Barolo e ne divenne il bibliotecario. Oltre a coadiuvare le attività di insegnamento nelle nascenti istituzioni, fu autore di un libro sull’attività di Giulia  pubblicato postumo e intitolato La Marchesa di Barolo nata Colbert, con il quale documentò passo passo la moltitudine di iniziative della donna.
Ora palazzo Barolo è sede dell’Opera Pia Barolo, istituzione pubblica di assistenza e beneficenza, fondata dalla marchesa con il testamento del 1852 e alla quale aveva disposto il trasferimento di tutti i suoi beni affinché carità, beneficenza e istruzione per i “suoi figli” non venissero a mancare nemmeno dopo la sua morte.
A Torino risultano l’intitolazione a Giulia di una via, di un teatro, di una scuola elementare, di una residenza universitaria, di un museo; altre strade le sono dedicate a Alba, Crema, Mirandola e il ponte sulla Stura tra Viù e Germagnano.

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Torino, via Giulia di Barolo. Foto di Loretta Junck

 

 

Articolo di Marina Antonelli

zjHdr1YM.jpegLaureata in Lettere, appassionata di ricerca storica, satira politica e tematiche di genere ma anche letteratura e questioni linguistiche e sociali, da anni si dedica al volontariato a favore di persone in difficoltà ed è profondamente convinta dell’utilità dell’associarsi per sostenere i propri ideali e cercare, per quanto possibile, di trasformarli in realtà. È autrice del volume Satira politica e Risorgimento. I giornali italiani 1848-1849.

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