Artemisia, la pittora caravaggesca

Nel XVII secolo, epoca della Controriforma cattolica in tutta Europa, l’arte assunse caratteri nuovi ed ebbe un peso di grande importanza per la diffusione delle idee controriformiste e venne utilizzata come mezzo per riportare il popolo alla dottrina cristiana. In questo periodo storico ebbe un ruolo preminente l’Accademia dei Carracci di cui furono protagonisti tre artisti bolognesi: Ludovico, Agostino e Annibale Carracci, legati da un vincolo di parentela; crearono una vera e propria scuola di pittura a Bologna, seconda città dello Stato della Chiesa, intrapresero questa via con moderazione e diedero agli allievi un metodo unitario raggiungendo una compostezza classica equilibrata, ruolo determinante nella pittura del Seicento in Italia. Nello stesso periodo ebbe grande rilievo in Europa e in Italia la pittura di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio; contemporaneamente e in opposizione alla corrente carraccesca si parlò di una corrente caravaggesca, idealizzante la prima, realista la seconda. Questa distinzione per certi versi è giusta, anche se troppo schematica, infatti gli uni non ignorano gli altri, né tantomeno le componenti culturali del Seicento furono solamente queste. Caravaggio affrontò senza mezzi termini il problema esistenziale dell’uomo, la ricerca della verità, la realtà drammatica che apparve agli occhi della società contemporanea tanto sconvolgente da essere identificata come brutale volgarità.
Tra gli artisti che risentirono di tale influenza ricordiamo: Orazio Gentileschi, Artemisia Gentileschi, Pieter Paul Rubens, Diego Vel
ázquez, Jan Vermeer, Harmenszoon van Rijn Rembrandt, Orazio Borgianni.

1. Autoritratto come martire
Autoritratto come martire

Artemisia Lomi Gentileschi (Roma 1593 – Napoli 1651), figlia del pittore Orazio e di Prudenzia di Ottaviano Montoni, perse la madre a soli dodici anni e fu in questo periodo che si avvicinò alla pittura guardando incantata il padre; cominciò così il suo apprendistato sotto la guida di quest’ultimo che le insegnò: la macinazione dei colori, l’estrazione e la purificazione degli olii, il confezionamento dei pennelli con setole e pelo animale, l’approntamento delle tele e la riduzione in polvere dei pigmenti, furono tutte competenze che la giovane elaborò nei primi anni nella bottega paterna a Roma.                Per Artemisia fu importante la conoscenza della pittura di Caravaggio: ciò che di lui recepì fu l’illuminazione laterale che colpisce con forza alcune parti lasciandone altre in ombra. Caravaggio si recava spesso presso lo studio di Orazio per procurarsi le travi da sostegno per le proprie opere, a tal proposito alcuni critici supposero una relazione tra di loro, altri invece ritennero ciò impossibile per le limitazioni paterne, la donna era infatti costretta a rimanere tra le mura domestiche.                                                                                  In quell’epoca alle donne non era concesso frequentare le scuole d’arte, la pittura era considerata esclusivamente maschile, per Artemisia quindi non fu semplice affermarsi come pittrice tanto da rimanere sconosciuta per secoli, tanto da non essere menzionata neanche nei libri di storia dell’arte. Tuttavia, la sua dote era tale che in breve tempo riscosse un successo prestigioso esaltato anche dal severo padre, egli ne scrisse in una lettera inviata alla granduchessa di Toscana Cristina di Lorena, figlia del duca Carlo III e di Claudia di Francia, evidenziando che la figlia da tre anni esercitava la professione della pittura con molto profitto. Artemisia nel 1610 entra a pieni titoli nel mondo dell’arte con l’opera Susanna e i Vecchioni, in cui è rappresentata un’equilibrata sintesi tra il realismo del Caravaggio e le forme dei Carracci; il dipinto oggi fa parte della collezione Graf von Schönborn, Museo di Pommersfelden in Baviera.

2. Susanna e i vecchioni
Susanna e i vecchioni (particolare)

Nel 1611 il padre decise di affiancarle la guida di Agostino Tassi, soprannominato «lo smargiasso»; pittore di grande attitudine della prospettiva in trompe-l’oeil, stava collaborando all’esecuzione della loggetta della sala del Casino delle Muse nel palazzo Rospigliosi. Uomo dal carattere irascibile fu spesso coinvolto in episodi giudiziari, nonostante ciò Orazio Gentileschi nutriva grande stima per lui, tanto da fargli frequentare con continuità la sua casa. I fatti, però, presero una brutta piega e, dopo diversi tentativi di avance rifiutati, Agostino Tassi, avvalendosi dell’assenza del padre, abusò di Artemisia con la condiscendenza di Cosimo Quorli, furiere della camera apostolica, e di Turzia, vicina di casa che occasionalmente si occupava della giovane. Questo episodio e il successivo processo, che ebbe un’eco enorme nella Roma di quel periodo, condizionarono la vita e la carriera di Artemisia Gentileschi; nella testimonianza è stato descritto dalla giovane l’atto di violenza subita: «chiuse a chiave la porta della camera, buttandola giù sulla sponda del letto e le mise sulla bocca un fazzoletto per evitare che gridasse».                                                                                                  Solamente un anno dopo, Orazio Gentileschi decise di inviare una petizione a papa Paolo V per denunciare il suo collega, con l’accusa di aver violentato la figlia Artemisia, di averne abusato per mesi nella loro abitazione e di aver sottratto alcune tele.
Agostino Tassi, per cancellare l’ignominia, pare avesse fatto una promessa di matrimonio riparatore, negando però di essere già sposato, così ebbe inizio il processo; l’elemento probante fu molto dibattuto e attraverso l’ampia documentazione relativa al procedimento giudiziario e ai fatti accaduti si evince la complessità che ne emerse. La macchina giudiziaria fu continuamente offuscata dagli eventi, dall’utilizzo di attendibili testimoni che erano in strette relazioni con i personaggi implicati nella vicenda e pronti a compromettersi con l’accusa di falsa testimonianza e calunnia pur di disonorare la stima dei Gentileschi. Tra contraddizioni e colpi di scena, il 27 novembre 1612 il tribunale emise la sentenza per Tassi: gli fu concesso di scegliere tra la condanna a cinque anni di carcere o l’esilio perpetuo da Roma, il pittore scelse l’esilio, condanna che non espiò. Il giorno seguente alla ratifica della sentenza, Artemisia Gentileschi per rispetto a un rito sociale riparatore, necessario per la morale dell’epoca, sposò nella Chiesa di S. Spirito in Sassia il fiorentino Pierantonio Stiattesi, che seguì immediatamente a Firenze, lasciandosi alle spalle un padre troppo opprimente e un passato da dimenticare. Firenze in quel periodo attraversava un periodo di fermento artistico, grazie al governatore Cosimo II dei Medici, uomo di grande sensibilità per la musica, la scienza, la pittura, in particolare per il naturalismo di Caravaggio. La giovane approdò così nel mondo mediceo, impegnò la sua vitalità concentrando attorno a sé le intelligenze più aperte e tra i suoi amici vi erano le personalità più illustri del tempo come Galileo Galilei e Michelangelo Buonarroti detto il Giovane, quest’ultimo le commissionò un’opera: l’elegante e luminosa Allegoria dell’Inclinazione realizzata nel 1615/16 seguendo le indicazioni iconografiche del committente. La pittura di Artemisia predilesse temi drammatici, talvolta di un realismo esteriore, altre declamatorio o perfino minaccioso, ma fu sempre appassionata e lirica. Nelle sue opere riprese e modificò più volte le composizioni paterne trasformandole in scene tragiche, di truce e realistica violenza evidenziando il forte chiaroscuro, espressione dello stile caravaggesco che lei stessa contribuì a diffondere. Il periodo fiorentino fu ricco di soddisfazioni, nel 1616 ottenne un eccezionale riconoscimento per la sua capacità con l’ammissione all’Accademia del disegno, istituzione presso la quale rimase iscritta fino al 1620. Inoltre, grazie alla vicinanza dei pittori toscani più ricercati, perfezionò i mezzi stilistici ed espressivi, elaborò i suoi punti di riferimento in una modalità più classica, sfarzosa nei colori e pregevole negli elementi decorativi, rendendo più raffinata la sua arte e firmando le sue opere con il cognome Lomi.
Le opere più famose narrano la storia di donne coraggiose in grado di lottare per dimostrare di esistere, tra le tante vorrei ricordare le più significative.                                   Giuditta che decapita Oloferne (1612-1613) presso il Museo Nazionale di Capodimonte: questa tela è una delle opere più simboliche in cui le varie interpretazioni ricercarono un legame con i fatti privati della giovane artista; l’eroina della Bibbia Giuditta, esempio di virtù e castità, rappresentata nell’atto di tagliare la testa del nemico Oloferne, condottiero assiro da lei ingannato con la seduzione pur mantenendo salva la propria purezza; un dipinto realistico nel quale il colore marca il momento convulso della decapitazione.

3. Judit_decapitando_a_Holofernes,_por_Artemisia_Gentileschi
Giuditta decapita Oloferne

Giuditta con la sua ancella (1618-1619; particolare nella foto di copertina) nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze: le due protagoniste rappresentate sono illuminate da una luce che sembra provenire da una candela, dando un tono drammatico alla scena; qui la pittrice descrive il momento in cui le donne portano via la testa del nemico, nascosta in un cesto, ma appaiono spaventate da qualcosa o da qualcuno.
Conversione della Maddalena (1615-1616) nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti: Artemisia Gentileschi in questa tela si misura con la storia di Maria Maddalena, unica discepola di Gesù, dal passato chiacchierato perché era una prostituta; l’abito è ricco, il colore oro molto acceso dona al dipinto un aspetto nobile ed elegante, diverso da altre rappresentazioni in cui Maria Maddalena era raffigurata in modo sensuale.

4. Conversione della Maddalena (1615-1616) nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti
Conversione della Maddalena

Autoritratto come allegoria della pittura (1638-1639) fa parte della Collezione reale conservata a Londra in Kensington Palace: in questo autoritratto la pittrice si descrive come una che indossa una lunga catena d’oro con un medaglione a forma di maschera, i capelli disordinati e nelle mani tiene gli strumenti del suo lavoro, un pennello e la tavolozza.

Royal Collection
Autoritratto come allegoria della pittura            

Alla fine del 1620 rientrò a Roma, guardando con rinnovato interesse l’arte di Simon Vouet, pittore e disegnatore francese che fu uno dei maggiori esponenti del caravaggismo e contribuì all’introduzione del barocco italiano; la pittrice inoltre dimostrò un’apertura sempre maggiore verso il classicismo dei maestri bolognesi come: Annibale Carracci, Guido Reni e soprattutto il Domenichino (Domenico Zampieri), infatti alcune delle opere di grande valore di Artemisia sono state ricondotte proprio alla prima metà del terzo decennio. Nel 1630 si trasferì a Napoli, capitale del viceregno spagnolo e dove vi era un grandissimo fervore artistico e culturale in cui si accentrarono le più grandi figure come: Giordano Bruno, Giovan Battista Marino, Massimo Stanzione, Francesco Guarino; fu per lei una seconda patria, dove ricevette attestati di grande stima, ebbe rapporti di scambio alla pari con altri artisti e un’intensa collaborazione. Fra le commesse di grande rilievo realizzò le tele per la cattedrale di Pozzuoli: uno dei lavori più impegnativi nell’ambito delle pale d’altare fu l’Annunciazione, oggi conservata nel Museo Capodimonte di Napoli. Alla fine del quarto decennio su invito di Carlo I d’Inghilterra, Gentileschi si recò presso la corte inglese, sulle orme del padre che vi era già dal 1626 e morì a Londra il 7 febbraio 1639. Nella capitale inglese continuò una sua attività autonoma, nella collezione di Carlo I vi era una sua tela: l’Autoritratto in veste di pittura, ma nel 1642 lasciò Londra e ritornò a Napoli.                                                                                                                                                   Artemisia Gentileschi morì nel 1653, lasciando in eredità i suoi capolavori e la contezza che è impossibile rinchiudere il talento in spazi sociali che reprimono la capacità di espressione, la sua storia è stata ed è ancora oggi un esempio che ha oltrepassato i limiti della sua portata reale.
La critica nei confronti della pittrice si divise in due: alcuni diedero una lettura «femminista» delle sue opere che lasciarono l’impronta di un’ossessiva inquietudine per le vicende umane subite, anteposte ai meriti professionali mettendo in ombra la sua produzione artistica; la seconda esaminò l’inserimento nella cerchia dei seguaci di Caravaggio, entrambi gli orientamenti riacquistarono vitalità dagli studi avviati e dall’articolo scritto da Roberto Longhi nel 1916 dal titolo Gentileschi padre e figlia. Lo studioso mise in evidenza l’appartenenza legittima di Artemisia al mondo di Caravaggio e la considerò fondatrice del «primitivismo caravaggesco» a Napoli, definì l’artista come «l’unica donna in Italia che abbia mai saputo cosa sia pittura e colore, e impasto, e simili essenzialità». La pittrice che traspare dalle parole di Longhi va oltre gli stereotipi del periodo e si immette in una condizione di netta parità con gli artisti uomini, oltre che a pari livello del padre. Queste attestazioni si riproposero negli anni Settanta nella mostra dedicata a Caravaggio e ai Caravaggeschi a Firenze curata da Evelina Borea, nella quale Artemisia Gentileschi viene annoverata tra i seguaci del Merisi; secondo la studiosa le sue opere sono «immagini femminili indimenticabili per la fierezza e spesso per la ferocia», oltre che per essere in bilico «tra violenza erompente o agguato sospeso». Nel 1976, al County Museum di Los Angeles, viene allestita la prima mostra internazionale dedicata alle donne pittrici curata dalle studiose Ann Sutherland Harris e Linda Nochlin, dal titolo Women Artists 1550-1950 e tra loro era presente anche Artemisia Gentileschi.

 

 

Articolo di Giovanna Martorana

PXFiheftVive a Palermo e lavora nell’ambito dell’arte contemporanea, collaborando con alcuni spazi espositivi della sua città e promuovendo progetti culturali. Le sue passioni sono la lettura, l’archeologia e il podismo. 

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