Bambine coraggiose e bambini coraggiosi nel mondo

In molte aree del mondo non esistono infrastrutture adeguate affinché alunne e alunni possano raggiungere serenamente la scuola, per questo, in alcune regioni dell’Asia, sono costrette/i ad attraversare boschi, scalare montagne e traghettare fiumi pur di non abbandonare il proprio percorso scolastico. L’istruzione e la formazione svolgono un ruolo essenziale nel contesto economico e sociale di una nazione. La crescita intellettuale rappresenta un investimento nella costruzione di una società più sostenibile e giusta per tutti, ma i passi avanti in questa direzione sono molto lenti. Nonostante l’andamento positivo degli ultimi due decenni, nel 2017 più di 260 milioni di ragazze e ragazzi nel mondo, di età compresa tra i 6 e i 17 anni, non erano mai entrati nel circuito scolastico. L’Unesco recentemente ha messo in evidenza come l’accesso all’istruzione stia diminuendo. Quasi sempre i motivi dell’abbandono sono legati alla difficoltà nel raggiungere gli edifici scolastici, che rendono impegnativi gli spostamenti.
Era il 1989 quando per la prima volta fu adottata una convenzione internazionale per tutelare bambini e bambine di tutto il mondo, promuovendo opportunità di apprendimento permanente per tutti. La Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia ebbe il merito di riconoscere una serie di diritti civili, sociali, politici, culturali ed economici. L’istruzione è un efficace aiuto per ridurre la povertà, eliminare la fame e migliorare la salute. Il legame con la povertà, in particolare, emerge dalle statistiche dell’Onu con forte evidenza. Ratificata in Italia nel 1991, la Convenzione ha, fra gli obiettivi principali, proprio l’istruzione e forma la base per l’obiettivo dell’Agenda 2030.
Tra le criticità, anche la differenza di genere incide sulla qualità dell’istruzione: donne e ragazze sono ancora sfavorite ed emarginate, senza la possibilità di accedere ai sistemi di scolarizzazione. E anche nei contesti contrassegnati da una condizione socio-economica più stabile e progredita, la condizione femminile nelle istituzioni formative e nel mondo del lavoro patisce ancora di inadeguatezze e penalizzazioni.
Ricordo il bambino cinese di otto anni che, nel 2018, percorreva parecchi chilometri a piedi per raggiungere la scuola elementare Zhuanshanbao nella cittadina di Xinjie nella provincia dello Yunnan, sud ovest della Cina. Il piccolo camminò sfidando la temperatura, quel giorno rigida, di – 9 °. Wang Fuman, il bimbo di ghiaccio, è stato fotografato dalla sua insegnante, Fu Heng, che lo ha visto arrivare in classe del tutto congelato con le guance paonazze, i capelli completamente coperti di ghiaccio, le sopracciglia piene di neve e le mani piccine gonfie e rovinate dal gelo. Ha deciso allora di fotografarlo e di raccontare la sua vicenda e quella di tanti altri bambini.
L’immagine fece il giro del mondo e accese polemiche per la situazione dei minori in Cina, facendo scattare nello stesso tempo la solidarietà. Secondo il “China Daily”, quotidiano in lingua inglese pubblicato in Cina, le donazioni alla scuola hanno raggiunto milioni di dollari, parte sono servite per il riscaldamento dell’istituto e altri proventi sono stati assegnati a ciascuno studente per proteggersi dalle temperature gelide. Dopo il clamore e le proteste per le condizioni di vita dei poveri i giornalisti visitarono la baracca fatta di fango e mattoni dove fiocco di neve viveva con i nonni. Wang è infatti uno dei milioni di bambini abbandonati cinesi che vedono raramente i genitori perché, per sostenerli e per riuscire a mantenere la famiglia lavorano in città più grandi e lontano dai figli. L’insegnate dichiarò che era il primo giorno degli esami finali e quella mattina le temperature scesero a meno nove gradi in circa trenta minuti.
Ice boy non è purtroppo l’unico. Sono decine di milioni bambine e bambini che non vivono con i genitori costretti ad emigrare nelle grandi città pur di guadagnare. E i/le piccoli/e vengono accuditi/e da nonne, nonni o da altri parenti anziani. E ancora in Cina a Hunan nello Xinjiang, una delle più grandi regioni cinesi per dimensione ma una delle più scarsamente popolate, le/gli studenti compiono un viaggio lunghissimo per andare a scuola: in fila per uno guadano quattro fiumi, attraversano un ponte di catene e quattro ponti costituiti da un’unica asse di legno.
In altre parti del mondo ci sono bambine e bambini che per raggiungere la scuola rischiano la loro vita. Non solo affrontano chilometri a piedi ma come equilibriste/i stanno in bilico su una zattera di fortuna per andare da una sponda ad un’altra di corsi d’acqua torrenziale e, per salvare la cartella con i libri, si immergono nell’acqua fino alla gola, camminano in fila attaccati alle pareti delle montagne dell’Himalaya con il viso verso il lato roccioso per non guardare il precipizio.
Alcune/i piccole/i vietnamite/i vengono trasportate/i, attraversando il fiume, in sacchetti di plastica per raggiungere la scuola. Anche in questo caso un insegnante di nome Tong Thi Minh ha reso noto con dei filmati il dramma della sua scolaresca. Una volta giunte/i sulla riva opposta escono dai sacchetto asciutte/i e pronte/i per iniziare la lezione. L’esigenza di trasportarle/i, indubbiamente pericolosa, è nata dopo che il ponte sospeso che permetteva loro di raggiungere la scuola è stato danneggiato a causa delle inondazioni, che arrivano puntuali con la stagione delle piogge. Non essendoci alternative, i genitori hanno deciso di spostarle/i così, anche perché, quando la zona è allagata, è il solo modo per farle/i arrivare a scuola asciutte/i.
Guadano fiumi, marciano instancabili, sfidano altezza e vertigini: queste sono le fatiche quotidiane di studenti più o meno fortunate/i del mondo per raggiungere le loro classi.
In Indonesia nel villaggio Sanghiang Tanjung andare a scuola significa attraversare ponti pericolanti sospesi su fiumi. Così come nelle Filippine a Rizal, alunni/e vanno a scuola oltrepassando i fiumi sul copertone di un camion remando con le braccia, in Nepal altre/i attraversano le valli aggrappandosi ad una fune con il terrore di precipitare nel fiume sottostante. Non è un caso se oltre la metà di bambine/i e adolescenti di tutto il mondo non raggiunge livelli accettabili di preparazione di base come la lettura, la scrittura e il calcolo. Di certo, le future generazioni non avranno possibilità di conoscere il mondo e inserirsi in sistemi produttivi sempre più complessi, non potranno garantirsi un livello socio-economico e sanitario decoroso. Il fenomeno dell’analfabetismo va di pari passo con povertà e sottosviluppo.
Non può esistere l’obbligo di frequenza scolastica né tanto meno una riforma se prima non si costruiscono ponti, strade che consentano agli/alle studenti di avere un mezzo sicuro che li/e accompagni a scuola senza rischiare la vita. L’emergenza educativa dovrebbe preoccupare almeno quanto quella economica. Ogni anno quando la scuola ricomincia non tutte le scolaresche del mondo hanno a disposizione un pulmino o una macchina per raggiungere la propria classe. Percorrono chilometri a piedi attraversando strade faticose, viadotti e ponticelli fatiscenti e pericolanti. Non è come andare al parco giochi. È una dura realtà!
Diversamente triste ma reale e angoscioso è il nuovo gioco di alcuni adolescenti: il Planking Challenge, che sfidano la vita forse per andare alla ricerca di un’identità. Il Gioco dello sdraiarsi consiste nel distendersi sull’asfalto di una strada a scorrimento veloce, al centro della carreggiata, e aspettare l’automobile. Supera la sfida chi ce la fa a non farsi investire. Il tutto è filmato dagli amici e pubblicato sui social. Purtroppo l’analfabetismo non è solo culturale ma anche emotivo. Ci troviamo di fronte all’incapacità giovanile di gestire i sentimenti e contenere le emozioni che danno sofferenza, non si ha consapevolezza del proprio stato d’animo. Ragazze/i non sono a conoscenza che nel mondo piccole/i di sei, sette, otto anni sono costretti a rischiare la vita per avere migliori opportunità nel futuro e per desiderio di cultura, non certo per affermarsi in giochi pericolosi e tanto meno per vincere una sfida.

 

 

Articolo di Claudia Mecozzi

D8wrsqss.jpegHa lavorato in ambito amministrativo nel settore della Ricerca Scientifica. Ama le biografie femminili, i cantautori italiani degli anni 70, la musica tutta, e la scrittura, sia per mettersi in contatto con i sentimenti più profondi sia come mezzo di autoanalisi. Impegnata nel sociale nell’ambiente dell’infanzia. Studia e legge per passione, per desiderio di migliorarsi.

Un commento

  1. Ottimo lavoro. Prescindendo dal soggetto di indiscutibile serietá e primaria importanza ( il futuro di tutti noi è dipendente da quei fanciulli), la scrittura è scorrevolissima, semplice nel descrivere difficili argomenti. Ottimo esempio di divulgazione.

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