Care paludi…

Quella che vedete nell’immagine è una pubblicità progresso, diciamo così, trovata nel colossale Museo storico di Piana delle Orme a Borgo Faiti (LT), diretta agli Alleati sbarcati ad Anzio, nella provincia a Sud di Roma, il 22 gennaio 1944: «Sii completamente vestito dal tramonto. Jane è ok – lei non è ad Anzio».

83843427_1061849950841022_2477507925707325440_nImmagino i soldati dispiaciuti per questo.
«Le Paludi Pontine sono l’angolo più selvaggio e affascinante d’Europa» scriveva Goethe, ma con la malaria non si scherza e bene lo sapevano i soldati tedeschi che, come asserisce lo storico Frank Snowden, invertendo il flusso delle pompe drenanti, avevano riallagato le paludi di recente bonificate in cui erano di stanza gli anglo-americani per introdurre milioni di larve di zanzare portatrici della malattia. I soldati resistettero abbastanza bene all’attacco biologico perché, più che per la pubblicità sessista, erano stati somministrati loro farmaci antimalarici. La popolazione italiana, invece, ne patì grandemente: i casi di malaria aumentarono dai 1.217 del 1943 ai 54.929 nel 1944 su una popolazione di 245.000 persone e soltanto nel 1970 l’Organizzazione mondiale della sanità la dichiarerà eradicata.
In passato, dunque, le zone paludose e umide sono state un ostacolo all’uso agricolo del territorio e per la stessa salute umana. Ora, invece, si è capito che queste due realtà possono e devono integrarsi in un sistema virtuoso proprio per lo sviluppo corretto dell’agricoltura unitamente all’opportuna fruizione di aree ricche di biodiversità.
È del 2 febbraio 1971 la Convenzione firmata a Ramsar, in Iran, sulle rive del Mar Caspio, che in prima istanza ha permesso di identificare le più importanti aree umide mondiali come «le paludi e gli acquitrini, le torbe oppure i bacini, naturali o artificiali, permanenti o temporanei, con acqua stagnante o corrente, dolce, salmastra, o salata, ivi comprese le distese di acqua marina la cui profondità, durante la bassa marea, non supera i sei metri».
La Convenzione, sottoscritta da più di centocinquanta Paesi, è il primo e unico trattato internazionale per la tutela delle quasi 2000 zone umide individuate nel mondo: sostenendo i principi dello sviluppo sostenibile e utilizzando la locuzione “uso saggio” (in inglese wise use), promuove la conservazione della biodiversità che esige proprio di invertire quel processo di trasformazione e distruzione che le ha viste protagoniste nei secoli.

FOTO. Care paludi

Per dare forza a questo accordo, dal 1997 il 2 febbraio è il World Wetlands Day, la Giornata Mondiale delle Zone Umide dalle quali si stima che dipenda circa il 40% di specie animali e vegetali; inoltre costituiscono anche un rifugio temporaneo per un numero sorprendente di uccelli migratori, che devono percorrere particolari rotte migratorie attraverso Stati e Continenti per raggiungere in ogni stagione i differenti siti di nidificazione, sosta e svernamento: che gioia per i/le birdwatcher! Bisogna anche sapere che questi ambienti si comportano come delle spugne giganti, assorbendo l’acqua delle precipitazioni e immagazzinandola, fornendo, poi, acqua potabile utilizzata anche per l’irrigazione delle colture e per alimentare pesci e molluschi. Sono anche enormi serbatoi di immagazzinamento di CO2 e svolgono un ruolo primario nella depurazione delle acque perché assorbono le sostanze chimiche, filtrano gli inquinanti e sconfiggono batteri pericolosi.
Le zone umide, dunque, sono una risorsa però sempre più a rischio: circa due terzi di quelle europee sono scomparse negli ultimi cinquant’anni e quelle che restano sono costantemente minacciate dall’attività antropica e dagli effetti del  cambiamento climatico. Secondo i dati della prima Lista Rossa Europea degli Habitat, oltre un terzo degli habitat terrestri sono attualmente in pericolo di scomparsa, in particolare più di tre quarti delle paludi e torbiere e quasi la metà di laghi, fiumi e coste.
L’Italia ha ratificato la Convenzione di Ramsar il 13 marzo 1976, con il successivo DPR n. 184 dell’11 febbraio 1987, prevedendo una serie di impegni nazionali, come l’attività di monitoraggio e sperimentazione nelle zone umide, l’attivazione di modelli per la loro gestione, la designazione di nuove zone umide. Attualmente in Italia sono riconosciute e protette 65 aree per un totale di 82.331 ettari.
“La vita prospera nelle zone umide” ci dice il sito ufficiale della Giornata; informiamoci e informiamo chi ci sta vicino, promuoviamo iniziative, facciamo una passeggiata o visitiamo una zona umida; magari, aggiungiamo noi, pulendola o scattando foto: come dire? È…ok!

 

 

 

Articolo di Virginia Mariani

RdlX96rmDocente di Lettere, unisce all’interesse per la sperimentazione educativo-didattica l’impegno per i temi della pace, della giustizia e dell’ambiente, collaborando con l’associazionismo e le amministrazioni locali. Scrive sul settimanale “Riforma”; è autrice delle considerazioni a latere “Il nostro libero stato d’incoscienza” nel testo Fanino Fanini. Martire della Fede nell’Italia del Cinquecento di Emanuele Casalino.

 

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