Livorno ricorda il figlio ribelle: Amedeo Modigliani

Fino al 16 febbraio sarà possibile visitare a Livorno, al Museo della Città, piazza del Luogo Pio, la mostra Modigliani e l’avventura di Montparnasse – Capolavori dalle collezioni Netter e Alexandre. Nella importante retrospettiva si possono ammirare 14 dipinti e 12 disegni raramente esposti al pubblico, insieme a 120 opere di grandi artisti dell’École de Paris: Chaïm Soutine, Maurice Utrillo, Suzanne Valadon, Moïse Kisling, André Derain.
Nel momento dell’anniversario della morte, avvenuta per tubercolosi il 24 gennaio 1920 a soli trentasei anni, era impossibile per la sua città natale non ricordare questo geniale artista, divenuto poi un mito parigino e mondiale, tuttavia rimasto profondamente toscano (un ebreo livornese, amava definirsi). Ne ha parlato di recente l’assessore alla cultura, lo scrittore e musicista Simone Lenzi, in un articolo su “Repubblica” (2 gennaio) in cui racconta di essersi spesso confrontato con Dedo (a Livorno non si dice Modì!) negli ultimi mesi e di avergli raccomandato di comportarsi bene in occasione della mostra: lampi e fulmini piovevano sulla città, ma il giorno della inaugurazione comparve in cielo un meraviglioso arcobaleno.
Chi ha qualche anno di età sulle spalle, ricorda la beffa organizzata nel 1984 (centenario della nascita) da un gruppetto di giovani che fecero ritrovare delle sculture “alla maniera di Modigliani” in un canale cittadino: la critica impazzì letteralmente, prendendo per buoni quei volti di pietra scolpiti con il trapano elettrico in una cantina! Ma i livornesi sono così, volevano “ruzzare”, la burla fu un successo strepitoso e forse fu un modo un po’ originale per rilanciare un mito mai dimenticato. Non tutti sanno che, anche se morì povero, subito seguìto dalla inconsolabile compagna Jeanne Hébuterne (incinta di quasi nove mesi) suicida, Modigliani ebbe un funerale grandioso grazie agli amici della comunità artistica di Montparnasse e di Montmartre: riposa nel celebre cimitero di Père Lachaise e la lapide è scritta in italiano. Jeanne invece ebbe un funerale all’alba, in forma riservata, ma nel 1927 la sua salma fu ricongiunta a quella dell’uomo per cui aveva sacrificato la vita sua e del piccolo mai nato. La figlioletta Jeanne fu in seguito adottata da Margherita, sorella di Amedeo e di Emanuele, e, divenuta adulta, ritornata a Parigi si impegnò con una biografia ben documentata a sfatare pregiudizi e falsità su quel padre che non aveva praticamente conosciuto e che si era fatto la fama di artista “maledetto”.

Tomba a Père Lachaise
Tomba a Père Lachaise

Era semplicemente un genio, di quelli che nascono una volta ogni tanto, e la Toscana di geni ne sa qualcosa…
Davanti alle sue meravigliose donne si rimane senza fiato: la bambina con gli occhioni azzurri e il piccolo fiocco rosso fra i capelli scuri (riprodotta sulla locandina) ci guarda attenta, un po’ perplessa, il capo lievemente piegato che emerge dalla luminosa veste chiara. È la Fillette en bleu, uno dei pochi ritratti a figura intera, realizzato in stato di grazia quando, in Provenza, attendeva la nascita della primogenita Sì, sono proprio le sue donne a fare la differenza: non sono le raffinate dame di Boldini o le esotiche creature di Gauguin, né le contadine di Van Gogh. Queste sono donne, al di là e al di fuori da qualsiasi ambiente, vestite o nude, in primo piano o a mezzo busto, che ci parlano, comunicano con noi e, al tempo stesso, ci fanno vedere “oltre” l’apparenza.
Nella mostra livornese i disegni sono volti per lo più femminili anch’essi, non studi preparatori, ma opere nate dall’osservazione della scultura nera (le maschere) e dell’arte greca (come le cariatidi); fra queste spicca un bellissimo Pierrot con un lieve sorriso. Fra i dipinti, raramente visibili perché quasi tutti in collezioni private, si possono ammirare ritratti dell’amata Jeanne (Jeune fille rousse), di amici, di mecenati, di donne sconosciute; è risaputo che Modigliani dipingeva un ritratto in sei giorni, aveva quindi un bisogno impellente e continuo di modelle e modelli, che però non poteva pagare. Ricorreva dunque a conoscenti, corniciai, bottegai, servette, semplici passanti incontrati per caso, purché disponibili a posare qualche ora per lui. Ecco quindi l’abito modesto dell’uomo con i baffi e l’aria scanzonata del collezionista, la distinta signora seduta con le mani in grembo (altro elemento distintivo della sua arte: l’intreccio delicato delle dita appoggiate sulle ginocchia), e poi Elvire au col blanc, Ritratto di Beatrice Hastings, il collega Soutine dai tratti marcati.

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Elvire au col blanc

La ricca esposizione presenta molte pregevoli opere della grande Suzanne Valadon, la prima donna ad essere ammessa alla Società nazionale delle Belle arti e la prima a sfidare le convenzioni del tempo dipingendo nudi. Numerosi sono anche i dipinti di suo figlio, Maurice Utrillo, genio  dall’esistenza tormentata, raffinato descrittore di paesaggi urbani, viali costeggiati da alberi e cancellate, angoli appartati, viuzze periferiche che amava rendere più vive con elementi presi dalla natura (sabbia, foglie sbriciolate); qui si ammirano fra gli altri panorami della Corsica, Rue Marcadet a Parigi, Piazza della chiesa a Montmagny. L’elenco sarebbe lungo, perciò mi limito a citare ancora di Kisling il raro ritratto del collezionista e mecenate Netter e di Soutine la conturbante Folle dal volto asimmetrico e dalle mani nodose, tanto diversa dalla linearità e gentilezza delle donne raffigurate da Modigliani. La si può davvero definire una panoramica esauriente di un intero periodo dell’arte parigina, che va dagli inizi del XX secolo fino alla Seconda guerra mondiale, coinvolgendo artisti francesi e stranieri, nel continuo confronto con i movimenti d’avanguardia in rapida evoluzione: Espressionismo, Fauvismo, Cubismo, Surrealismo.
Prima di concludere, vorrei – da toscana – esortare chi ama l’arte, e non solo, a visitare Livorno, dai più conosciuta come porto di arrivo e partenza per tante mete delle vacanze; è una città da scoprire, invece, con il suo lungomare con le ville Liberty, l’accogliente Terrazza Mascagni, il museo “Fattori” a Villa Mimbelli, il quartiere Venezia con i canali navigabili, la fortezza medicea, l’Accademia navale, la sua costa ancora una volta premiata nel 2019 con la “bandiera blu”. E non si può dimenticare la gastronomia, legata in modo indissolubile al mare e alla pesca.
«Quando nasci a Livorno – ha scritto ancora l’assessore Lenzi – questa città te la porti dentro ovunque tu vada. Non ho ancora capito se come una benedizione o come un dispetto, ma se ne sta lì, e continua a interrogarti. Come una domanda senza risposta, come il tesoro promesso alla fine dell’arcobaleno».

 

 

Articolo di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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