L’indomito esercizio della ragione e l’oscurantismo del chiostro. Enrichetta Caracciolo (17 febbraio 1821 – 17 marzo 1901)

A volte le date sono rivelatrici dell’essenza di un’esperienza di vita perché la racchiudono all’interno di momenti significativi non solo per la propria storia personale, ma anche per quella collettiva in modo che le due dimensioni si intreccino indissolubilmente. È quello che accade con Enrichetta Caracciolo, nata a Napoli il 17 febbraio 1821, quando nella sua città imperversava la svolta repressiva e reazionaria nei confronti dei moti risorgimentali del 1820-1821, e morta il 17 marzo 1901 a quarant’anni dalla nascita di quell’Italia per la quale aveva tanto lottato.
Enrichetta Caracciolo è infatti un’interessante figura del Risorgimento italiano sia perché partecipò attivamente come patriota al movimento, sia perché con la sua complessa e drammatica esperienza si fece testimone e si riscattò da una delle forme più becere di schiavitù femminile dell’epoca: la monacazione forzata.
Il ruolo delle donne nel Risorgimento è un argomento controverso che pone da una parte coloro che ne hanno esaltato i connotati, considerandolo come un fenomeno significativo sia per il contributo offerto all’Unità d’Italia sia per la rivendicazione di uno spazio sociale e politico femminile; dall’altra chi tende a limitare quest’ultima dimensione evitando di associare la partecipazione femminile al Risorgimento ad un’embrionale forma di rivendicazione di diritti e di libertà per le donne italiane. Bisogna tenere presente che al tramonto dell’ancien régime, al trionfo dell’idea di nazione e al riconoscimento del principio di cittadinanza si intrecciò la costruzione dell’identità di genere e già durante gli anni compresi tra la fine del ‘700 e i primi anni dell’800, ci furono, anche se ancora poche, ma non per questo meno importanti voci femminili che si levarono a reclamare i diritti delle donne in quanto cittadine. Un esempio illustre è quello di Carolina Arienti in Lattanzi che lesse pubblicamente all’Accademia di Mantova una memoria sulla Schiavitù delle donne e fondò a Milano il “Corriere delle donne” dalle cui colonne denunciava il mancato riconoscimento alle sue concittadine del diritto alla resistenza all’oppressione.
La stessa strada venne intrapresa da Enrichetta Caracciolo che provò personalmente quello stato di oppressione nelle sue forme più crudeli e lo denunciò pubblicamente attraverso un’opera, i Misteri del chiostro napoletano, che, pubblicata nel 1864, si configura come un potente atto di accusa e di denuncia nei confronti della violenza da lei subita prima con la monacazione forzata e poi per le condizioni di vita a cui le monache e le educande erano costrette, chiuse in un ambiente in cui odi, rivalità e perversioni portarono molte di loro a manifestare segni evidenti di squilibrio fisico e mentale. Nato come diario privato di una dolorosa esperienza, il romanzo ebbe una notevole fortuna letteraria le cui informazioni biografiche sulla vita dell’autrice vanno attentamente vagliate dal momento che il testo venne rivisto dal filologo greco Spiridone Zambelli, dal banchiere massone Adriano Lemmi e dal riformatore religioso e pedagogista Stanislao Biancardi.
Se è vero quello che dice Francis Scott Key Fitzgerald e cioè che
«non c’è mai stata una buona biografia di uno scrittore. Non potrebbe esserci. Se ha un qualche valore, lo scrittore è troppe persone», questo vale anche per Enrichetta Caracciolo che nella sua lunga vita ebbe modo di sperimentarlo. Era la quinta di sette sorelle che il figlio cadetto del principe di Fiorino ebbe da Teresa Cutelli, la sua giovane moglie palermitana che lui, quarantenne, sposò quando lei aveva appena quattordici anni. Fabio Caracciolo di Fiorino era un militare in carriera che prestò servizio prima a Napoli, poi a Bari e, dopo essere stato declassato dal re ed aver trascorso, insieme alla sua famiglia, tre anni di ristrettezze ed indigenza, fu destinato al comando a Reggio Calabria dove morì lasciando alla moglie il compito di occuparsi della famiglia. Spinta dall’esigenza di sistemare al più presto le figlie e non riuscendo a garantire a tutte una dote, la donna dispose che Enrichetta venisse collocata nel monastero benedettino di San Gregorio Armeno a Napoli dove risiedevano due zie paterne che si offrirono di prendersi cura della nipote. La decisione, prima transitoria, divenne definitiva quando Teresa Cutelli si sposò per la seconda volta, abbandonando la figlia in un luogo che, insieme agli altri monasteri, viene definito nei Misteri del chiostro napoletano come «carcere inaccessibile a ogni lume sociale, a ogni voce dell’umanità». Ad aumentare l’insofferenza di Enrichetta nei confronti del chiostro, concorse il temperamento ribelle, ostinato e libertario che la giovane aveva mostrato dalla più tenera età e che la madre aveva già tentato di domare con un’educazione molto rigida e severa, ma intellettualmente e culturalmente ricca che fece di Enrichetta un’avida lettrice e le permise di sviluppare una spiccata attitudine per la musica diventando un’appassionata pianista devota soprattutto al maestro Rossini.
Durante i primi anni della sua giovinezza, aveva vissuto pienamente anche i primi turbamenti amorosi innamorandosi più volte, ma non riuscendo mai a giungere al tanto agognato matrimonio. Le speranze di convolare a nozze con uno dei suoi pretendenti si spensero quando venne collocata nel monastero napoletano di San Gregorio Armeno in cui, inizialmente, doveva rimanere solo pochi mesi, ma poi la situazione cambiò. La vita monastica si rivelò subito molto dura: gelosie e discordie fra donne, che avrebbero dovuto essere sorelle, si alimentavano attraverso il pettegolezzo e la convivenza forzata e spesso non voluta in un luogo odiato in quanto simbolo di oppressione e costrizione. La costernazione e disperazione iniziali, lasciarono ben presto il posto alla consapevolezza di non essere l’unica a vivere nella solitudine e nello svilimento. Questo pensiero di condivisione delle proprie miserie con altre/altri rese più sopportabile, in alcuni momenti, la reclusione offrendo ad Enrichetta anche lo stimolo per raccontare, testimoniare e denunciare l’ingiustizia del chiostro, descrivendone con lucidità le peggiori storture a partire dalle condizioni intellettuali e morali delle monache che non rispondevano assolutamente alla nobiltà della loro nascita. Per Caracciolo, un monastero femminile era paragonabile ad un museo di antichità che metteva in mostra le reliquie di un Medioevo cupo e nefasto, tale da rendere insopportabile la vita monastica soprattutto per la clausura definita come il male peggiore.
Un tratto caratteristico che accomunava tutti i conventi femminili era la cura con cui veniva assolto l’ufficio religioso della confessione, che era un dovere a cui le monache erano chiamate quotidianamente e poteva anche tenerle occupate ore. Durante il colloquio con il confessore, le donne erano costrette non solo a presentare i piccoli peccati che la loro vita di recluse faceva commettere, ma anche i loro pensieri più intimi e personali, inoltre Enrichetta riscontrò un atteggiamento riprovevole dei confessori nei confronti delle monache, in particolar modo quelle più giovani, che erano spesso costrette a subire atteggiamenti licenziosi e manipolatori che indussero alcune di essere a credere che amare il proprio confessore significasse amare Dio. Spesso il favore di un confessore verso una o l’altra monaca determinava gelosie, dispetti, ripicche e odi che rendevano ancora più insopportabile la convivenza.
All’interno dell’opera di Caracciolo, molte sono le situazioni toccanti e drammatiche, ma è carica di una particolare intensità e assume un significato altamente simbolico la descrizione del taglio dei capelli durante la cerimonia di investitura che vanificò le speranze di Enrichetta di uscire dal monastero come inizialmente promesso dalla madre. Le cupe e lapidarie parole con cui viene ricordato il momento, «la chioma cadde, e presi il velo», sono presagio del periodo di profonda depressione che seguì la cerimonia e che viene così descritto: «morto il passato, estinto l’avvenire per me; le memorie un vago sogno: le speranze un delitto» e ancora «d’allora in poi, mi separava dal mondo un baratro, secondo ogni apparenza, insuperabile. Non doveva avere né madre, né sorelle, né parenti, né amici, né sostanza alcuna; aveva abdicata perfino la mia personalità». Nonostante il profondo svilimento, rimase però sempre vivo e palpitante nell’animo della donna un sentimento ostinato che la spinse a rivendicare con forza quello che per lei rimase sempre un diritto inalienabile: l’esercizio della ragione. Accanto a questo ci fu anche il conforto di una fede genuina, mai traviata dalle grettezze del monastero, che si manifestava nel desiderio di conservazione di sé e di amore nei confronti del prossimo. Enrichetta estrinsecò questa sua religiosità svolgendo compiti all’interno del monastero che nessuno voleva ricoprire, come ad esempio occuparsi dell’infermeria, e che le permisero di esprimere quella che lei riteneva fosse la più alta manifestazione della propria fede e cioè la carità verso il prossimo soprattutto in un luogo in cui l’inumanità unita «alla privazione della libertà, l’uniformità del vivere, la monotonia delle impressioni, la frivolezza della giornaliera conversazione» portarono molte monache a manifestare evidenti segni di squilibrio mentale. La follia era solo uno dei mali dei chiostri a cui si univano il furto e lo scandaloso guadagno derivante da un vero e proprio traffico di dolci e medicamenti; tutto ciò fece affermare a Caracciolo che «la congregazione monastica assume le forme di una tollerata camorra».
Tutto ciò portò Enrichetta a maturare nell’animo la risoluzione di lasciare ad ogni costo un luogo dove ormai la prostrazione fisica e mentale era diventata insostenibile. Per questo, la donna avanzò una supplica all’allora papa Pio IX, la cui elezione aveva suscitato le speranze dei patrioti italiani per le sue idee liberali, affinché le concedesse una dispensa dalla reclusione claustrale, ma l’arcivescovo di Napoli, il cardinale Riario, si oppose a quella e alle molte altre che Caracciolo redasse, impegnandosi in una vera e propria crociata personale contro la donna. Cosa determinò questa avversione del cardinale nei confronti di Enrichetta? Forse l’uomo era profondamente infastidito e intimorito dall’autonomia di pensiero e dall’ostinazione con cui lei combatté sempre la propria battaglia per la libertà e su ciò influì probabilmente anche il momento storico e politico in cui ciò avvenne. Gli anni ’40 dell’800 furono, infatti, quelli in cui gli ideali risorgimentali si diffusero a macchia d’olio in tutta la Penisola ed Enrichetta se ne fece interprete anche all’interno del monastero mediante la lettura della stampa liberale e la manifestazione della propria fede democratica e repubblicana attraverso degli scritti che successivamente bruciò per evitare ritorsioni nei confronti della sua famiglia d’origine.
Finalmente nel 1849 la donna ottenne il permesso di uscire dal monastero per potersi curare accompagnata dalla madre, ma poi le venne negato il prolungamento della licenza a causa del parere negativo di Riario, ma poté trasferirsi nel Conservatorio di Costantinopoli, non senza subire però le angherie del cardinale suo persecutore che la spogliò dell’eredità delle due zie monache e ordinò alla madre badessa di proibirle la lettura, infatti le furono sequestrati i libri dai quali non si separava mai, quelli di Tommaseo e Manzoni; la musica, negandole il conforto di suonare il pianoforte che tanto amava, e la scrittura. Nonostante le restrizioni, Enrichetta continuò ad inviare i suoi scritti al di fuori del monastero e alla fine, grazie all’aiuto della madre con la quale si era definitivamente riconciliata, raggiunse Capua, accolta da una sorella e protetta dal potente cardinale della città in grado di tenere testa a Riario. Purtroppo però la morte dell’arcivescovo di Capua, la costrinsero a subire nuovamente le angherie di Riario che la fece arrestare e portare nel carcere di Mondragone dove la donna per la disperazione tentò il suicidio a cui seguì un lungo isolamento che non venne interrotto neppure per consentirle di visitare la madre morente.
Deplorando l’atteggiamento persecutorio di Riario, la Sacra Congregazione dei Vescovi le concesse di recarsi, per motivi di salute, a Castelammare dove, oltre al controllo della Curia, Enrichetta dovette guardarsi anche dalla polizia borbonica che l’aveva schedata come pericolosa patriota di fede garibaldina. Il percorso di rinascita intrapreso dalla donna è ben riassunto in questa frase: «a mano a mano che le trecce allungavano, mi parea di guadagnar terreno nello stadio della personale indipendenza».
La definitiva liberazione ebbe per Enrichetta una data e un volto: il 7 settembre 1860, Garibaldi giunse a Napoli e «da quell’istante – come dichiara la donna – considerai strappato pur l’ultimo filo che mi vincolava allo stato monastico, e il nome di cittadina, che dato a tutti non contiene comunemente alcuna distinzione divenne per me il titolo più proprio». La storia di Enrichetta Caracciolo non si conclude qui, anzi si potrebbe dire che ne inizia un’altra in cui alla svilente, degradante e misera vita monastica, seguì quella piena, libera e appassionata di una donna impegnata nell’attività di corrispondente per giornali politici (“La Tribuna” di Salerno e “Il Nomade” di Palermo); nella militanza in diverse associazioni (l’Associazione della gioventù studiosa di Napoli, la Società italiana per l’emancipazione della donna di Larino); nella fondazione della massoneria femminile. Oltre al successo riscosso con i Misteri del chiostro napoletano, tradotto in molte lingue e apprezzato dalla critica, in particolare da Manzoni che lo elogiò individuando le analogie con la sua Gertrude, Enrichetta si dedicò anche alla questione femminile pubblicando nel 1866 il Proclama della donna italiana, un accorato appello alle sue concittadine perché sostenessero la causa del Paese e, nel 1867, partecipò al Comitato femminile napoletano al fine di sostenere la proposta di legge Morelli per il riconoscimento dei diritti femminili.
Alla realizzazione in campo pubblicò, seguirono anche le gioie private con il matrimonio con il patriota napoletano Giovanni Greuther alla cui scomparsa però Enrichetta venne dimenticata, non ricevette nessun riconoscimento pubblico dallo Stato italiano e si spense in solitudine il 17 marzo 1901.
Costretta alla monacazione, non conservò nessun risentimento, ma anzi si riconobbe debitrice della lunga reclusione perché le permise di «scemere le malvagie passioni sul loro nascere, le passioni che sbocciano nell’aria chiusa e si nutrono di ire, di rancori, di gelosie, di sospetti
», riscattandosene attraverso l’indomito esercizio della ragione sostenuto da un profondo e mai sopito desiderio di libertà.

 

 

Articolo di Alice Vergnaghi

Lh5VNEop (1)Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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