Cecità da Coronavirus

Un uomo fermo al semaforo con la sua auto perde improvvisamente la vista. Accompagnato a casa da un altro automobilista in coda, l’uomo, aiutato dalla moglie, si reca da un medico che non riesce ad individuare l’origine della misteriosa malattia. Ma da un momento all’altro sia lui che gli altri pazienti in attesa nel suo ambulatorio perdono la vista. La cecità si propaga in tutta la città. È il caos. Il governo, in via preventiva, decide di mettere in quarantena i ciechi per isolare il contagio rinchiudendoli in un manicomio abbandonato che in pochi giorni diviene stracolmo. La convivenza forzata in quarantena porta i ciechi, divisi in gruppi, a competere per beni e servizi di prima necessità regredendo in tribù primitive cancellando ogni pietà e precipitando presto in terribili barbarie che scatenano un brutale istinto di sopravvivenza. Tranquilli/e, non è l’ennesima cronaca allarmistica o previsione apocalittica sugli effetti del Coronavirus ma la trama di un romanzo del 1995 del premio Nobel per la Letteratura José Saramago intitolato, appunto, Cecità. Se lo trovate così familiare è perché non siamo poi così tanto diversi rispetto a dei personaggi di fantasia di un luogo e tempo imprecisati contenuti in un romanzo di più di vent’anni fa. Il Coronavirus (COVID-19) è un nuovo ceppo del Coronavirus, in precedenza mai riscontrato nell’uomo, identificato per la prima volta nel dicembre 2019 a Wuhan, in Cina. I sintomi riscontrati sono molto simili a quelli di un’influenza stagionale ovvero febbre, tosse e difficoltà respiratorie e si diffonde esattamente come essa attraverso le goccioline del respiro delle persone infette tramite saliva, mani e contatti diretti personali. Le precauzioni da usare, ancora una volta, sono le stesse dell’influenza: starnutire o tossire in un fazzoletto gettandolo in un cestino immediatamente chiuso dopo l’utilizzo; starnutire con il gomito flesso e lavare frequentemente le mani con acqua e sapone o usando una soluzione alcolica. La mascherina va utilizzata solamente se si sospetta di avere contratto il Coronavirus e siano presenti i relativi sintomi o se si assiste una persona già affetta da Coronavirus. Il tasso di mortalità è sensibilmente inferiore ad altre epidemie del passato come SARS e MERS, molto più alto invece il livello di contagiosità riscontrato, rispetto a queste ultime. Molto più contagioso, invece, il virus dell’Infodemia, neologismo coniato ad hoc per questa massiccia campagna di fake news che si registra sul Coronavirus e di cui siamo, allo stesso tempo, inconsapevoli complici e indifese vittime. Per Infodemia si intende, appunto, “la circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili”. La comunità scientifica attualmente sta ancora cercando di identificare l’esatta fonte dell’infezione del Coronavirus ma in rete avrete sicuramente già avuto modo di avere numerose risposte in merito tramite notizie corroborate da dei link clickbait (termine che indica un contenuto web, la cui principale funzione è di attirare il maggior numero possibile di internauti per generare rendite pubblicitarie online) contenenti video con “cinesi che mangiano topi vivi”, sciocchezza avallata anche dal Governatore della regione Veneto Luca Zaia, suggerendo un nesso inesistente tra il suddetto video e la fonte dell’infezione del Coronavirus scatenando un’indifendibile discriminazione verso la popolazione cinese e, in generale, verso tutte le popolazioni del sud-est asiatico. Ma non solo: tra i “responsabili” anche pipistrelli e serpenti, laboratori segreti di qualche agenzia Spectre in giro per il mondo, le immancabili lobby, in questo caso del farmaco, la sempreverde CIA e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Dopo i primi casi registrati in Italia, nella provincia di Lodi, anche tutti gli altri media, giornali e TV in testa, contribuiscono a pieno titolo all’Infodemia. Ecco una piccola rassegna stampa esemplificativa delle prime pagine di alcune testate giornalistiche italiane: Libero (Prove tecniche di strage / Il Governo agevola la diffusione del virus), il Giornale (Italia infetta), la Repubblica (Virus, il Nord nella paura), il Giorno (Contagi e morte, il morbo è tra noi), il Messaggero (Avanza il Virus, Nord in quarantena). In TV dirette extralarge di telegiornali che si nutrono di interviste a parenti delle persone contagiate, gente qualunque, visibilmente spaesata e terrorizzata, a cui si chiede “dobbiamo avere paura?”, servizi sulle farmacie prese d’assalto per l’acquisto di Amuchina e mascherine,“liti” tra virologi trattate come se fossero scaramucce tra star di qualche soap opera di basso livello, programmi di (dubbio) intrattenimento che passano con nonchalance dal trash della bagarre post sanremese tra Morgan e Bugo ad approfondimenti inconsistenti sul Coronavirus. Gli effetti sugli italiani di questo scempio mediatico non tardano ad arrivare: violenza verso persone di nazionalità cinese o con tratti orientali; caccia spasmodica al paziente zero; mascherine indossate come se fossero capi di abbigliamento; in generale, panico incontrollato come se avessimo a che fare con un virus letale a cui non c’è scampo. Stiamo combattendo quindi una duplice battaglia: da una parte l’epidemia di Coronavirus, dall’altra la disinformazione ad essa legata che si diffonde molto più velocemente del virus stesso. L’infodemia sta ostacolando gli sforzi per contenere l’epidemia, diffondendo panico e confusione e anche una certa discriminazione, quando la solidarietà e la collaborazione sarebbero elementi fondamentali e imprescindibili per salvare vite umane e porre fine alla crisi sanitaria. Come possiamo difenderci dall’Infodemia? L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ritiene che l’impatto sociale, economico ed umano dell’epidemia da Coronvirus sia, nel male e nel bene, indissolubilmente connesso al mondo dei media digitali, soprattutto i social, amplificando i danni e veicolando disinformazione ma allo stesso tempo rivelandosi, se usati in maniera positiva, un mezzo utile per ridurre le conseguenze negative dell’infezione e fare emergere verità e racconti della gente, basti pensare alle testimonianze della gente comune su ciò che davvero stava accadendo nelle prime fasi dell’epidemia in Cina. Per questo la stessa OMS sta collaborando attivamente con tutte le società di social media come Facebook, Google ecc. con l’intento di combattere le notizie incontrollate e i falsi miti per garantire che le informazioni corrette e ufficiali siano facilmente reperibili ed individuabili e soprattutto ben visibili prima di tutte le altre. Ma non sono solo i social media ad essere coinvolti. L’OMS sta coinvolgendo anche i giornalisti e i media tradizionali al fine di responsabilizzarli in quanto la salute pubblica è più importante di un qualunque titolo “clickbait” che diffonde il panico. In attesa che i social media possano trovare dei metodi davvero efficaci per contrastare la disinformazione sul web, gli attori principali di questa lotta dobbiamo essere noi. Quando navighiamo, leggiamo e condividiamo una notizia abbiamo sempre il dovere di verificare quello che stiamo aiutando a diffondere, verificando l’autenticità delle fonti, confrontando una pluralità di articoli, (ri)attivando quel pensiero critico, un superpotere inutilizzato il più delle volte, e di bloccare la diffusione di notizie false o anche solo dubbie. La responsabilità di porci come un filtro è solamente nostra.

“Non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che, pur vedendo, non vedono”.(Cecità – José Saramago)

 

 

 

 

Articolo di Antonio Lupoli

Nb5PZjt9Pugliese ma romano d’adozione, è un atipico impiegato assicurativo accanito lettore con un curioso debole per la Geografia. Appassionato da sempre di musica, soprattutto rock, non ha ancora una preferenza netta tra i Beatles e i Rolling Stones. Di musica, così come di attualità e di calcio, scrive da anni articoli online. Nel tempo libero studia il francese e tifa Juve.

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