Stai al tuo posto, femmina

Sta accadendo una cosa terribile. Non abbiamo più paura del male: se perseguiamo il bene ci chiamano con dileggio buonisti. Si è banalizzata la violenza mentre svanisce il ricordo di tempi ben più cupi, quando l’odio verso il capro espiatorio divenne prima senso comune e poi sterminio. Nuovi inquisitori reclamano nuove streghe. Nessun ambiente ne è immune. L’odiatore/odiatrice l’incontriamo al bar, a scuola, nel condominio, in ufficio. può essere di volta in volta un innocuo pensionato, una soave signora, un ragazzo timido, un professionista stimato, un importante dirigente: nei social si trasforma in un mostro di cinismo e di rabbia repressa, che per lo più in presenza di reazioni decise ritira ciò che scrive o minimizza. Era uno scherzo, non volevo offendere. Solo parole, solo giocattoli, solo manifesti, solo film, solo pubblicità, solo moda, solo un gioco, solo un buffetto, solo una barzelletta, solo una battuta, solo solo solo… un’autoassoluzione collettiva in nome della libertà di espressione. Ma questa non può essere disgiunta dalla responsabilità. Nell’anno che ha prodotto un femminicidio ogni 72 ore la lista delle categorie più odiate ha visto in prima posizione le donne, non importa se belle o brutte, cittadine qualunque o ministre, cantanti o giornaliste; possono avere 17 anni come Greta Thunberg (Alla sua età può già andare a battere, secondo l’allenatore di una squadra giovanile toscana) o 90 come Liliana Segre (Nonnetta mai eletta). La misoginia si rileva tanto al nord quanto al sud, con Milano e Napoli capitali dell’intolleranza di genereQuando un nome è femminile riceve in media 100 insulti contro 3,7 per un utente maschile. Si inizia di solito attaccando la vittima con commenti di discredito del suo aspetto, per arrivare al post che aggredisce specificatamente per il genere e raggiungere infine la meta della minaccia a sfondo sessuale con “auguri” di violenza. Questi atti distruggono tutto – la reputazione, l’identità stessa – poiché la viralizzazione è rapidissima. Dentro la rete si finisce in un attimo e poi si resta devastate per sempre. A un maschio non s’indirizzerebbe mai questo tipo di aggressioni; mai si farebbe allusione a lui come a un corpo da deturpare. Se è possibile augurare pubblicamente lo stupro a una donna senza provare il minimo imbarazzo, anzi ottenendo like e commenti di approvazione, significa che il livello di coscienza collettiva si è pericolosamente abbassato, che sono venuti meno i freni inibitori che un tempo facevano almeno temere il discredito sociale. La frequente esposizione alla violenza produce un adattamento emotivo: diventa qualcosa di abituale, di normale. Le donne attive, quelle che compiono qualcosa che disturba lo status quo, sono le destinatarie principali, i bersagli perfetti: sono loro a essersi esposte al pericolo, ad aver rotto i coglioni, a non essere state al loro posto. Che cosa vanno cercando queste insubordinate che rifiutano il copione che il patriarcato ha scritto per loro, che rivestono ruoli di responsabilità, il timone di una nave o una carica pubblica o un microfono? Parlano e non chinano la testa. Quando mai s’è visto? Con l’aggressione l’ordine violato si ricompone e la vittima viene riportata simbolicamente al ruolo che le compete, animale femmina da addomesticare e dominare. La si (ri)mette al posto più basso della catena di potere, si ribadisce che in cucina o a letto dovrebbe stare, come pretendono millenni di storia.

 

 

 

Articolo di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

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