Le Marche e il vino: storia di una genealogia matrilineare

«L’Italia, con i suoi paesaggi è un distillato del mondo, le Marche dell’Italia»: così scriveva lo scrittore Guido Piovene nel 1957, a seguito di un suo viaggio in Italia. La tradizione vitivinicola marchigiana risale ai tempi degli Etruschi ma già Plinio il Vecchio aveva definito i vini prodotti in questa regione “generosi”. E mai aggettivo fu più centrato per indicare le caratteristiche di quello che oggi è divenuto il vino più rappresentativo della produzione marchigiana: il Verdicchio. Strutturato, sapido, minerale e dall’ottimo rapporto qualità/prezzo, deve la sua fortuna a un’idea dell’azienda Fazi-Battaglia, situata nella zona di Castelplanio, che a partire dagli anni Cinquanta commercializzò il Verdicchio dei Castelli di Jesi in una bottiglia a forma di anfora a rievocare quelle etrusche disegnata dall’architetto Antonio Maiocchi, anche se la vera fama arrivò negli anni Settanta, quando furono riconosciute le potenzialità del vigneto. Solo negli anni Ottanta, però, si verificò una vera e propria svolta nella produzione vitivinicola marchigiana, quando la Regione e i produttori compresero che per distinguersi e ricavarsi un posto nel panorama nazionale e internazionale si doveva puntare sui vitigni autoctoni. Così si mise a punto una conversione degli impianti e una meccanizzazione dei processi produttivi.

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Mappa dei vini marchigiani

 Sotto il profilo vitivinicolo e geografico il monte Conero divide le Marche in due: a nord è possibile ammirare rocce bianchissime che si affacciano su un mare cristallino, mentre i vigneti sono situati per lo più in collina, ove le condizioni sono più favorevoli.
Il verdicchio è coltivato nelle zone di Jesi e Matelica e acquisisce un diverso profilo organolettico in base ai due differenti terroir. Se il verdicchio dei Castelli di Jesi si distingue per eleganza e struttura, e una buona morbidezza al palato, quello di Matelica è caratterizzato da una spiccata mineralità e sapidità. Il Verdicchio dei Castelli di Jesi è una Doc che si produce nella valle del fiume Esino e risente dell’influenza del mare. Caratterizzato da uno spettro olfattivo floreale, fra cui spiccano fiori di ginestra e acacia, nella versione Riserva è una Docg e acquisisce le tipiche tonalità calde di colore oro-verde e una buona potenzialità d’invecchiamento. Si abbina perfettamente allo stoccafisso all’anconetana.
L’unicità del Verdicchio di Matelica, invece, deriva dalla valle in cui si produce, chiamata Sinclinale Camerte: a fronte di tutte le altre che sono disposte perpendicolarmente rispetto al mare, questa è parallela allo stesso. Il clima più fresco dell’entroterra consente alla pianta di concentrare tutte le sostanze nutritive nei pochi grappoli che si sviluppano. Anche in questo caso la versione Riserva è una Docg: il bouquet olfattivo è caratterizzato da profumi fruttati di ananas, mela, mandorla e note floreali di biancospino mentre la ricchezza del sorso si caratterizza per morbidezza, ma resta temprata da una vibrante presa sapida che si prolunga nel finale minerale. Solitamente è abbinato a formaggi di capra a crosta fiorita.
Altri vitigni a bacca bianca diffusi nelle Marche sono pecorino e passerina, identificativi del territorio, il primo, più strutturato e caratterizzato da una decisa componente alcolica, nella zona di Offida è una Docg, mentre la passerina si distingue per un profilo più immediato, di facile bevibilità.
In relazione ai vitigni a bacca nera, i più coltivati sono sangiovese, nella zona che confina con la Romagna e la Toscana, mentre il montepulciano, nella zona del Conero e ai confini con l’Abruzzo. Il Rosso Piceno Doc, prodotto nell’areale di Pesaro-Urbino, si distingue per l’opulenza del montepulciano mitigato dalle note fruttate del sangiovese. Nella zona del Conero il vitigno raggiunge la sua massima espressione, si alleggerisce grazie al tratto cal
careo del terreno e alla vicinanza del mare. Il Conero Docg si distingue per un colore rosso rubino di profonda concentrazione, tratto tipico del vitigno che permane anche dopo molti anni d’invecchiamento, mentre al naso si percepiscono profumi di prugna, marasca, fiori rossi e note speziate.
Il vitigno lacrima è coltivato nella zona di Morro d’Alba, con cui si realizzano vini secchi e passiti dal vivido colore viola, dai sentori di rosa, fragolina e sottobosco, mentre al palato sono caratterizzati da acidità, freschezza e struttura moderata, con un finale dai ricordi speziati.
A Serrapetrona, in provincia di Macerata, si coltiva la vernaccia nera, uva riconoscibile dal grappolo in cui gli acini sono serrati. Con essa si realizza uno spumante unico al mondo, la Vernaccia di Serrapetrona Spumante Docg, perché frutto di tre fermentazioni: parte del mosto proveniente dalle uve appassite è aggiunto al vino secco e poi è sottoposto a una terza fermentazione secondo il metodo Martinotti, ossia all’interno di autoclavi per un breve periodo, che conferisce al vino un colore granato vivido con spuma rosea, note fragranti e vinose, un gusto vivace e lievemente amaricante che accompagna dolcemente le crostatine ai frutti di bosco.
Nell’areale piceno si trova la Tenuta Cocci Grifoni, fondata nel 1970 da Guido Cocci Grifoni, e attualmente guidata dalle figlie Marilena e Paola e dalla moglie Diana Marchetti. Marilena, che ha studiato enologia e viticoltura prima in un istituto di Ascoli, poi tra Piacenza e Milano, si occupa dell’azienda e del processo produttivo da trent’anni, mentre la sorella segue la parte amministrativa e commerciale.

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“Da sinistra: Marilena, Diana e Paola Cocci Grifoni

L’azienda ha ricoperto un ruolo cruciale nel rilancio della viticoltura marchigiana. Negli anni Sessanta, infatti, a fronte dello spopolamento delle campagne e delle zone rurale, la famiglia Cocci Grifoni, già vignaioli dal 1933, sceglie di restare nei pressi di San Savino di Ripatransone, e di credere in un progetto di valorizzazione dei vitigni autoctoni che ha consentito loro di riscoprire il pecorino, un vitigno dalle buone potenzialità evolutive. San Basso e Tarà, due delle tenute vitivinicole di proprietà della famiglia, che occupano una superficie di circa trenta ettari dei novantacinque totali, e hanno un’età compresa tra i venti e i trent’anni, sono coltivati a sangiovese, montepulciano, passerina e pecorino. Dalle vigne storiche Messieri, Colle Vecchio, Vigneto Madre, Grandi Calanchi provengono i vini cosiddetti “della memoria”, il Pecorino in purezza e i blend di montepulciano.
Fra i rossi, il vino di punta è certamente Offida Rosso Il Grifone. Di veste rubino, è uno scrigno di profumi che si rivelano a più riprese: dalle note speziate di pepe al tabacco, poi ancora cacao, profumi floreali di glicine e lavanda, marasca e rosmarino. Al palato è setoso, con un buon equilibro tra acidità e tannino che fa presagire longevità. Dopo aver svolto la fermentazione di acciaio, passa in vasche di cemento e riposa in botte grande per due anni.
Sulle etichette delle bottiglie campeggiano rospi, farfalle e grifoni: “custodi della terra”, a suggellare la filosofia delle tre donne che si definiscono “custodi dell’eredità morale del fondatore”, attraverso un’attenzione alla cura delle terre e dei vigneti nell’ottica della sostenibilità, e il forte legame con le origini.
Marilena, Paola e Diana hanno reso l’azienda una delle protagoniste dell’enoturismo attivo, convertendo la vecchia casa di famiglia, costruita dai bisnonni nel 1933, nella Dimora di campagna, una struttura dedicata all’accoglienza, che consente ai visitatori di entrare a diretto contatto con la natura e quindi con la tradizione rurale della famiglia.
Con il Guido Cocci Grifoni Offida Pecorino, uscito nel 2013, hanno voluto rendere omaggio al fondatore poiché è prodotto con le uve provenienti dal Vigneto Madre, che risale al 1987, del vitigno autoctono italico pecorino da lui riscoperto. Di colore giallo paglierino con riflessi dorati, è caratterizzato da profumi di erbe di montana e fieno, note di anice, sambuco, e mandorla amara che si riconfermano in bocca. Il sorso pieno e avvolgente per morbidezza e alcolicità è supportato da un’ottima struttura e da una lunga persistenza saporita. Matura in acciaio sulle fecce nobili per due anni poi in bottiglia per un anno.
A ben vedere, lo stesso Vigneto Madre, generativo di quella che sarebbe stata la rinascita della viticoltura marchigiana, aveva già, trent’anni prima, nelle lettere del suo nome le radici di questa genealogia matrilineare.

 

 

 

Articolo di Eleonora Camilli

59724162_440276389883361_5939648554405462016_nEleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS Associazione Italiana Sommelier ‒ conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

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