Gianmaria Testa: il cantautore della chitarra e del fischietto

L’ultima pagina strappata di un libro di poesie, il frammento di carta che racchiude il verso finale del congedo, della ripartenza, del cerchio che si chiude o che muta in linea retta ed errante.
Una mancanza che appesantisce chi resta, ne piega le spalle e ne strozza il respiro; una porta aperta dalla quale entra solo vento freddo e che non vedrà più alcun passo calpestare la propria soglia.
La dipartita di Gianmaria Testa, il 30 marzo di quattro anni fa, è stata un taglio netto di forbice, elegante, quasi silenzioso, uno scucire fili che parevano invisibili ma che, con la tenacia dell’umanità, hanno tenuto insieme le sponde opposte di uno stesso mare, le vette dirimpettaie di un medesimo orizzonte, quei due che – diversi – hanno potuto avere così la forza di riconoscersi.
Perché questo è stato Gianmaria Testa: un ponte. Un ponte tra il “noi” e il “loro”, tra il momento e la storia, tra le canzoni e i cuori che con esse si trovano, per accidente o per volontà, ad avere a che fare.
È stato lo spago che chiude la valigia di cartone dei mille viaggi, quelli di ieri e quelli di oggi, ché la polvere alzata dal camminare non cambia mai e i passi, le zolle rovesciate, le orme che sprofondano e si cancellano sono il movimento stesso del mondo intero.
Questo Gianmaria Testa lo ha capito e lo ha cantato: il fluire costante di donne e uomini, la nascita, il viaggio per forza, i cambiamenti per scelta o per necessità, lo slancio istantaneo di un incontro talmente prezioso da volerlo conservare per sempre. Pare rifuggire l’immobilità come una condizione innaturale e pericolosa, che si tratti di una staticità di passi, di pensieri o di sentimenti. Non cerca l’accelerazione, ma il movimento ragionato, meditato, anche disperato, purché sia l’andare di corpi e spiriti, polvere e sudore, terra e mare. Una condizione forse fisiologica per chi, come lui, per venticinque anni ha lavorato nelle ferrovie. E questo suo ruolo di capostazione sembra essere stata una torretta di osservazione privilegiata dalla quale imbattersi in mille vite e mille storie, le mille vite e le mille storie che giornalmente vanno a incrociare il percorso parallelo di binari ferrosi.
Per questo, forse, e per la sua discrezione innata nei confronti della vita, Gianmaria Testa rimane a lavorare nelle ferrovie anche dopo l’inizio del suo successo in Francia, anche dopo aver calcato le assi dell’Olympia di Parigi, le stesse di Edith Piaf, dei Beatles e dei Rolling Stones, come se i confini territoriali relegassero la sua voce e la sua chitarra in un angolo e lui, nonostante gli album e le canzoni, fosse ancora – soltanto – il capostazione di Cuneo. Per nostra fortuna, a un certo punto, l’Italia sembra accorgersi di questo suo fratello trovatore e menestrello che, tra la nebbia e le viti delle Langhe, racconta il mondo intero, dell’est e dell’ovest, dell’alto e del basso, con una tenerezza di musica e voce da entrare dentro, sfiorare e non andarsene più.
Un po’ come ha fatto lui con la sua terra, il Piemonte, nella quale è nato, il 17 ottobre del 1958, un venerdì di autunno, quando l’aria delle colline è solida del profumo di mosto e tartufo e il paesaggio è una tavolozza rarefatta di giallo, marrone e rosso. È il primo di quattro figli in una famiglia contadina che decide di prendere in affitto una cascina a Madonna del Pilone, frazione di Cavallermaggiore in provincia di Cuneo. E Gianmaria cresce in questo microcosmo rurale che gli darà impronta e legami permanenti. In qualità di figlio maggiore potrebbe, per diritto di nascita, guidare il trattore: sceglie di abdicare in favore del fratello e se ne va al pascolo, a sorvegliar le mucche, a brucare libri su libri, presi in pegno anonimo nella villa dell’ingegner Vittorio Bonade Bottino, il padrone della cascina. Da quella “stanza dei miracoli”, come lui la definisce, cava a mani piene letture voraci e disordinate che paiono però mettere ordine nella sua vita. Tra tutti Fenoglio, dal quale impara il valore della semplicità, il rifuggire il semplicismo, il trasformare il particolare in universale, in un lavoro orefice di cesellatura che egli fa proprio e che non abbandonerà più. Il suo rapporto con la parola è stringente, di deferenza, tanto da non volerne sprecare alcuna, un miniaturista di lessico che cerca sempre le linee essenziali, come una scultura di Giacometti, pur non rinunciando al colore della poesia, come un quadro di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Le parole più della musica, le parole che, da sole, hanno una musica intrinseca che le accompagna. Il suo battesimo artistico avviene nella cantoria, durante la preparazione dei canti pasquali. Il maestro organista insegna l’Ave verum di Mozart e quella lingua latina, per lui incomprensibile, crea un’atmosfera così densa da segnare il piccolo Gianmaria per tutta la vita.
Ama i cantautori e le cantautrici: De André, Tenco, Paoli, il primo De Gregori, Conte, Endrigo, Neil Young,
Bruce Cockburn, Joni Mitchell; soprattutto, però, ama i poeti, e Ungaretti che legge l’Odissea gli dà la percezione di quanto le parole abbiano un peso specifico tale da riuscire a penetrare e rimanere lì, nell’intimo, dove possono restare e continuare a respirare.
Questa consapevolezza sarà la strada maestra che lo guiderà nella carriera, dai tredici anni – quando suo padre gli regala una chitarra – e per tutte le canzoni che nasceranno in punta di voce, di dita e di corde.
La prima sua creazione ha titolo Una lucciola d’agosto e da quel momento in poi è un continuo scrivere e comporre, a formare un archivio innumerevole; la chitarra non lo abbandona mai: durante l’università (che non terminerà), durante il servizio militare, durante il lavoro da venditore di apparecchi acustici, durante l’impiego alle ferrovie. E così, quando finalmente riesce ad avere un pubblico che lo ascolta e lo apprezza, ha alle spalle una biblioteca di musica e testi pronta per essere prodotta.
Nei primi anni da ferroviere, Gianmaria Testa decide finalmente di farsi conoscere nel mondo della musica di autore, non tanto per voglia di successo, quanto piuttosto per il bisogno crescente di sentire un’autorevole pacca sulla spalla che gli dica che, sì, questa cosa di scrivere canzoni gli riesce bene. Invia quindi, con molta apprensione e una certa, sfrontata, sicurezza, una musicassetta al fondatore del Premio Tenco. Le settimane iniziano a passare e nessuna notizia gli arriva. Decide allora di chiamare lo stesso Amilcare Rimbaldi che, in maniera profondamente gentile e delicata, gli dà la prima e forse più grande stroncatura della vita: la sua non è una canzone, ma una poesia accompagnata dalla musica. Un disastro. Gianmaria si sente fuori tema, fuori luogo, incompreso dal panorama musicale e, per esso, incomprensibile. Sceglie comunque di riprovarci e, nel 1993, spinto dai nomi che figurano nel comitato artistico di garanzia – Fabrizio De André, Dario Bellezza, Fernanda Pivano – tenta la strada del Premio Città di Recanati. Il brano in concorso si chiama Malacore, canzone che richiama, nel titolo, nel testo e nella musica, il baluginio del sole sopra le onde del mare. Arriva primo. L’anno successivo nuovamente partecipa e nuovamente vince, questa volta con la canzone Un aeroplano a vela, e, a questo punto, tutto cambia. In Francia si accorgono di lui: qualcuno invia da Recanati la cassetta con la sua musica a Nicole Courtois Higelin, una produttrice di Parigi. In poco tempo e con in tasca numerosi permessi di lavoro, Gianmaria Testa passa le Alpi e – ad Amiens – incide il suo primo album, Montgolfièr, un titolo francese per dei testi tutti completamente in italiano. È il 10 ottobre del 1995 e l’Europa è pronta a godere di lui e della sua arte: Francia, Olanda, Portogallo, Germania, Austria. Il successo è grande ed egli non se lo spiega. Com’è possibile, si chiede, che si riempiano teatri per uno che canta in una lingua non familiare e comunque complessa come quella italiana? Sembra non rendersi conto di quanto la sua voce, le sue melodie, la musica delle parole da lui scelte siano sufficienti a materializzare atmosfere di pièce recitate in un linguaggio universale. Perché c’è una cosa che Gianmaria Testa ha capito: le canzoni, non basta scriverle, bisogna prendersene carico e responsabilità. Esse provocano un’emozione, in chi le crea e in chi le ascolta, e a essa bisogna sempre rendere conto. E tutto questo è, a ben vedere, una straordinaria forma di rispetto: per sé stesso, che sa, così, di presentarsi nella maniera più sincera possibile; per il suo pubblico, che avrà un testo ricercato ma schietto; per la parola, che non sarà sprecata in vuote esternazioni, che non sarà bestemmiata, mai.
Ogni volta che ci troviamo nelle orecchie una sua creazione, siamo di fronte a un piccolo miracolo: ciascuna è un racconto, un plot, un libro da leggere e ascoltare. Intrecci narrati da una voce che ti si aggrappa addosso e non ti molla più.
Il riconoscimento in patria che tanto aspettava arriva per Gianmaria Testa con il terzo album, Lampo, del 1999. Da qui si apre una carriera tale da farlo entrare a gamba tesa e a pieno diritto nel panorama della cultura italiana: lavora con musicisti come Stefano Bollani, Mario Brunello e Paolo Fresu, e attori come Paolo Rossi, Giuseppe Battiston e Marco Paolini. Dalla collaborazione con l’artista Valerio Berruti prende vita un libro che è un vero e proprio gioiello, da leggere, sfogliare, carezzare, ascoltare, un qualcosa che ti respira tra le mani: Come il vento tra i salici, testo di Kenneth Grahame, traduzione di Beppe Fenoglio, disegni di Valerio Berruti, musica di Gianmaria Testa. Il rapporto però più stretto di lavoro e amicizia lo instaura con Erri De Luca, una fratellanza di scelta e d’intenti, di serate e di lotte comuni. Quando lo scrittore partenopeo è in aula per ascoltare la sentenza sul proprio processo relativo alla Tav, Gianmaria Testa è lì, anche malato, stanco e con un alito di voce. È lì perché, essendo fratelli, non sarebbe mancato per nessuna ragione al mondo. I due sono insieme a teatro, con lo spettacolo Chisciotte e gli invincibili, un testo che è anche una ballata, tutto dedicato agli invincibili, a coloro che, pur conoscendo bene il sapore della disfatta, continuano comunque a sentirsi parte del destino degli altri.
E, in questo senso, invincibile lo è anche Gianmaria Testa. Nel 2006 esce il concept album dal titolo Da questa parte del mare, un lavoro tutto dedicato al tema delle migrazioni umane. Con queste canzoni egli riesce a strappare via l’etichetta asettica di altro per dare un nome, un cognome, un volto, una vita a quelle donne e a quegli uomini che, muovendosi, danno il ritmo al cammino della Storia. Ogni traccia dell’album è di una preziosità assoluta e di una tenerezza incredibile. C’è 3/4, una dichiarazione d’amore tra un uomo, Tino, e una donna, di cui non conosciamo il nome; un nome che non conosce nemmeno Tino: non sa chi sia, né da dove venga. Ciò che conosce benissimo, però, sono i suoi occhi, due cime per Tino, due moli, le uniche cose ferme in una notte passata in mezzo al mare, su un gommone, prima di giungere a Lampedusa. Lei è la sua salvezza, e della tua salvezza puoi solo innamorarti. I due non si parleranno mai e non si vedranno più, eppure, in quello sguardo, Gianmaria Testa riesce a cogliere tutto ciò che andava detto e ascoltato.
C’è I seminatori di grano, canzone che ci mostra quanto i gesti di protesta e dignità siano sempre gli stessi, come sono gli stessi i gesti che vengono compiuti dai contadini durante la semina: è Il quarto stato di Pellizza da Volpedo reso in musica, è una preghiera alla terra affinché protegga i propri figli così come accoglie e custodisce – a ogni stagione – i semi del grano. C’è Ritals, un titolo che è un destino, il destino degli Italiani costretti all’emigrazione, il racconto di quando eravamo noi i senza patria, i senza lingua, le silhouette nebbiose fuori nelle strade, il fiato aggrappato alle vetrine, il desiderio reso irraggiungibile dall’ostacolo freddo della barriera.
Gianmaria Testa si è spento il 30 marzo del 2016, nella discrezione dell’uomo semplice che è sempre stato. Se ne è andato senza far rumore, così come, senza clamore o baccano, è riuscito a entrare nelle vite di chi ha la fortuna di conoscere la sua arte. Le sue canzoni sono come una sedia vuota che chiunque può occupare per sentirsi finalmente a casa; sono un rifugio nel quale accoccolarsi, nel quale riconoscersi, capirsi e farsi abbracciare; sono una carezza e una ninna nanna; sono una favola raccontata sul tappeto, un segreto zuccheroso sussurrato all’orecchio, un tizzone di camino ancora acceso.
È stato troppo grande, troppo umano. È stato troppo. E meno male che è stato. Perché senza di lui, senza le sue canzoni, avremmo perso tanta di quella bellezza da vedere buio e avere freddo e sentirci soli.

 

 

Articolo di Sara Balzerano

FB_IMG_1554752429491.jpgLaureata in Scienze Umanistiche e laureanda in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è quello di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah (“sentinella, quanto [resta] della notte”)? Perché domandare e avere dubbi significa non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

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