La guerra dei cafoni

Il tempo sembra immobile in questo strano periodo: passato e presente si combattono le ore, il futuro se la prende comoda e si fa attendere. Le uniche vie di fuga dal martellamento informativo, dai pericoli della mente e dalla ricerca compulsiva di contatti esterni sono le storie: lette, disegnate, scritte o immaginate, ci portano fuori dalle gabbie in cui la natura pare ci abbia rinchiusi, lasciando liberi gli animali di riappropriarsi delle acque, dell’aria e della terra, come in uno zoo alla rovescia.
Ed è proprio la terra il fulcro della storia che ha regalato 90 minuti di mia gratitudine a questa quarantena: La guerra dei cafoni (regia di Davide Barletti e Lorenzo Conte – 2017) me l’aveva consigliato un’amica tempo fa ma l’avevo perso nel tran-tran della vita, nel pacchetto Office e nelle serie TV.
Chissà, forse era giusto lo guardassi ora che le scelte della vita mi hanno portato ad abitare nei luoghi in cui questo film si svolge, a sentire nel quotidiano la lingua che muove le fila dei personaggi che, pian piano, sto imparando a riconoscere nella vita di ogni giorno.
Il Salento è reso così selvaggio nelle immagini da sembrare anni luce lontano da quello che siamo abituati a vedere nelle cartoline da “#weareinpuglia” e più vicino alla “mia” Terra, l’altro lato della Puglia che solo chi conosce bene questa regione sa quanto possa essere lontano, come la cantava Matteo Salvatore, che dei cafoni è stata la più grande voce.
Bastano pochi minuti per sentirsi catturati in una fiaba moderna, in un mondo fatto di contrapposizioni nette e chiare: cafoni e padroni, povertà e ricchezza, potere e sottomissione. Ragazzini giocano a far la guerra arruolandosi nella fazione che il ceto sociale dei propri avi ha scelto per loro: il mondo adulto si nasconde nella loro condizione, in una sorta di Il signore delle mosche di un’estate pugliese degli anni Settanta. A segnare l’appartenenza ad uno o all’altro gruppo ci sono l’abbigliamento, canottiere contro polo firmate, mezzi di trasporto, barca a remi contro motoscafo, e uso della lingua: il dialetto salentino radica gli animi dei cafoni, costringendoci ai sottotitoli, mentre sporca appena l’italiano degli altolocati. I capi, generali di truppe ingenue e spaesate, sono vittime del loro stesso potere, miopi davanti ad un mondo che inizia a correre troppo veloce per tener fede a certi confini precisi.
Le due parti si sfiorano, si incontrano in varie occasioni accanto allo steccato che le divide ma non riescono a superarlo mai. Solo il personaggio di Cuggino, non catalogabile col suo dialetto barese e con i suoi abiti da duro, riesce a spazzare via l’arcaicità, la regola del “così è sempre stato” che regolava il fluire delle cose. Ma lo fa con la strada peggiore. La forza, la prepotenza e la violenza, celate dietro l’atavico alibi della rabbia sociale, iniziano a conquistare gli animi delle persone, mischiando i mondi in due unici grandi ideali: l’individualismo e l’arricchimento a qualsiasi prezzo.
Nella cornice di questo quadro si muovono due ragazzine, abili nelle pieghe di una società maschilista e immobile: sta a loro mostrare una visione matura e distante, ricalcando fedelmente la differenza che, soprattutto a quell’età, le allontana dai loro coetanei. I loro corpi illuminano le contraddizioni di ragazzini che provano ad affacciarsi al mondo adulto ma che poco hanno dimestichezza dei loro desideri e dei loro sentimenti.
Meraviglioso è il personaggio di Mela, giovane “cafona” persa in un suo mondo apparentemente ingenuo ma profondamente consapevole, alla ricerca di un’emancipazione fatta di verità e sentimenti veri: non può finire tutto a Torrematta, a ciò che possiamo vedere e toccare. La sua condizione sociale, al contrario dei suoi pari maschi, non le chiude la mente, anzi, gliela apre e la spinge ad una ricerca incessante delle luci di un futuro diverso, da cercare oltre il mare. Il suo Mosè si contrappone al cane pupazzo di Sabrina, giovane borghese persa, invece, nell’apparenza di donna seducente e ingabbiata, dalla sua condizione, nello stereotipo della donna oggetto, trofeo di chi ha bisogno di dimostrare al mondo la propria virilità.
I novanta minuti volano, ci metto un po’ a riconnettermi con il mondo ed il suo delirio.
Dalla strada arriva una voce amplificata da un altoparlante, di quelli montati sul tettuccio della macchina durante le campagne elettorali degli anni Sessanta-Settanta. La magia fiabesca resiste ancora un po’, poi si arrende agli avvisi dei vigili che ripetono il giusto comportamento da tenere.
Le immagini dei blindati militari che portano via le salme dei morti da Bergamo scattano una foto dolorosissima di questo tempo che sembra essere di nuovo immobile.
Il mio sguardo resta perso alla finestra come quello di Tonino e di chi cerca, ora più che mai, un po’ di pace ed un posto proprio in questo mondo. 

 

Articolo di Sasy Spinelli

OWVBrE9G.jpegNato a Foggia, sul finire degli anni ’80, ha sempre avuto una passione per le seconde opportunità: per il riciclo creativo di oggetti, per il trapianto di piante e fiori, per l’inclusione di persone ai margini dei contesti sociali.  Laureato in Economia delle Istituzioni e dei Mercati Finanziari, con una tesi sul microcredito, intreccia percorsi di ricerca per l’innovazione sociale, perseguiti anche all’interno dell’associazione Libera, con il suo interesse per la scrittura e la lettura in prosa e in versi.

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