L’eroica partigiana Ines Bedeschi

In provincia di Ravenna, a Conselice, nel 1914 nacque Ines Bedeschi da una famiglia contadina. Dopo aver frequentato la scuola elementare si dedicò ai campi. In seguito ai fatti subentrati con l’armistizio dell’8 settembre 1943, la sua casa ospitò esponenti della Resistenza. Ines divenne staffetta partigiana.
In Corso Garibaldi in seguito fu posta una lapide a lei dedicata il cui testo fu redatto da Renata Viganò, anche lei partigiana staffetta e compagna di Ines.

targa Bedeschi

Conselise è una piccola località di provincia della bassa Romagna, che vide fin dal 1890 gli abitanti, risaiole e braccianti, ribellarsi senza paura per protestare, in quei tempi di buia miseria, per una più giusta retribuzione. Naturalmente questo non avvenne senza violenza, la forza pubblica intervenuta sparò sulla folla, vi furono feriti e morti. Fu un episodio fondante, attraverso il valore si difendono le proprie idee.
Ines nasce quindi in una terra rivoluzionaria.

L’8 settembre 1943 fece dell’Italia un Paese allo sbando: gli italiani si avviarono a un lungo periodo di stenti. I tedeschi colsero di sorpresa le forze italiane e nella stessa notte presero possesso di caserme, stazioni ferroviarie e aeroporti, nel frattempo prepararono le direttive per i militari italiani, il disarmo: chi accettava di rimanere dalla loro parte poteva mantenere le armi e chi non lo faceva era internato, come prigioniero di guerra, in Germania. Chi si schierava con le forze partigiane veniva fucilato. I gruppi partigiani armati antifascisti nascono su base volontaria, come si sa non erano un esercito regolare ma una realtà combattente e strutturata in divisioni e comandi.
In questa situazione Ines prese parte alla Guerra di liberazione nelle file della Resistenza emiliana. La sua personalità determinata e la coerenza del comportamento contribuirono a dare risposta al suo impegno di staffetta, il più diffuso dei ruoli nell’ambito delle partigiane. Le staffette avevano l’incarico di tenere i contatti fra le diverse brigate, molto spesso portavano anche munizioni e armi che si procuravano grazie alla rinuncia alle armi di alcuni tedeschi, o che riuscivano ad ottenere con collegamenti clandestini con chi militava nelle città, inoltre curavano i rapporti tra i partigiani e le loro famiglie. Una presenza fondamentale, molte hanno avuto ruoli di protezione dei partigiani: li nascondevano, li curavano, portavano loro i viveri nei nascondigli, si preoccupavano della loro sopravvivenza. Altre hanno invece partecipato direttamente alla lotta armata. Rischiavano la vita, le torture e le violenze sessuali.
La Resistenza fa leva su determinati stereotipi: la mentalità maschile tende a considerare la donna meno pericolosa perché non desta eccessivi sospetti e può circolare con maggiore libertà anche per le mansioni solitamente affidate a livello sociale familiare.
Nell’aprile del 1944, quando a Bologna si costituì il Comando Unificato Militare Emilia Romagna (Cumer), Ines Bedeschi, con il nome di “Bruna”, ne divenne una delle più valorose staffette.
Imponendosi per intelligenza e audacia, Bruna portò a termine, sin quasi alla Liberazione, numerosi e delicati incarichi di fiducia.
Dalla sua casa usciva ogni giorno, come se la morte non la riguardasse, per adempiere il suo compito pedalando sulla bicicletta, da Conselice a Ravenna, Rimini, Forlì, Bologna, consegnando alla tipografia clandestina il materiale da stampare.
Conosceva le strade più brevi e meno pericolose per portare a termine la sua missione giornaliera. Certamente il suo cuore batteva forte per la paura che non l’ha mai sopraffatta, accompagnata da tanto coraggio, pronta a correre rischi per il suo Paese.
Instancabile, nonostante avesse corso tutto il giorno in mezzo a mille pericoli, volle imparare a scrivere a macchina dedicando molte ore della sera scrivendo relazioni e circolari. Bruna portò a termine, con la sua intelligenza e fermezza, difficili incarichi. Fu per lei un grande dolore quando dovette rallentare il lavoro di staffetta poiché sospettata e controllata. Per questo la trasferirono nel parmense, dove tra l’Appennino e la pianura si erano costituiti gruppi di partigiani perché Parma era stata occupata dai tedeschi nella notte subito dopo l’Armistizio.
Continua incessante la sua attività consapevole che è sempre più in pericolo, rischia pur avendo una visione chiara di quello che può accaderle. La lotta è l’unica via d’uscita.
Il 23 febbraio 1945 Ines Bedeschi fu arrestata e torturata per più di un mese. Pur essendo provata nel corpo e nello spirito, non parlò certamente: per lei la morte non era così terribile come sarebbe stato tradire. La fucilarono, il suo tenero ma forte corpo fu gettato nel fiume Po. Un corpo che non si è mai ritrovato. Desidero fortemente pensare che Ines, come una naufraga, sia stata ritrovata e che qualcuno si sia occupato di lei per una semplice sepoltura.
Non ha visto nascere la democrazia e di certo non avrebbe voluto vederla morire.

FOTO Bedeschi.3

Nel settembre del 1968 alla memoria di Ines Bedeschi è stata concessa la medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione:
«Spinta da ardente amor di Patria, entrava all’armistizio nelle formazioni partigiane operanti nella sua zona, subito distinguendosi per elevato spirito e intelligente iniziativa. Assunti i compiti di staffetta, portava a termine le delicate missioni affidatele incurante dei rischi e pericoli cui andava incontro e dell’assidua sorveglianza del nemico. Scoperta, arrestata e barbaramente torturata, preferiva il supremo sacrificio anziché tradire i suoi compagni di lotta».
Documentarmi sulla vita di Ines, che ha partecipato alla storia della nostra Repubblica, ed entrare mentalmente con lei in un’epoca lontana, a me sconosciuta come esperienza, e ricordarla nell’anniversario della sua morte è stato volerle donare il mio rispetto; il mio cuore si rivolge a Lei con un sentimento che va oltre la riconoscenza per quanto ho ricevuto. Passo dopo passo, in queste righe ho imparato ad amarla, sarà difficile allontanarmi dalla trepidazione vissuta.
Ines, con la coscienza di quello che poteva accaderle, è andata avanti con costanza e coraggio dando tutta sé stessa soprattutto a quelle generazioni, compresa la mia, che non hanno conosciuto la guerra, il suono delle bombe, i morti nelle strade, il terrore delle divise fasciste e naziste, la crudeltà, la fame, la paura dell’ignoto, del futuro e tanto altro.
Ha sacrificato la sua vita per consegnare al popolo italiano la libertà.
Idealmente porgo un fiore sulla sua lapide.

In copertina Intitolazione a Roma, foto di Ginevra Maccarrone

 

 

Articolo di Claudia Mecozzi

D8wrsqss.jpegHa lavorato in ambito amministrativo nel settore della Ricerca Scientifica. Ama le biografie femminili, i cantautori italiani degli anni 70, la musica tutta, e la scrittura, sia per mettersi in contatto con i sentimenti più profondi sia come mezzo di autoanalisi. Impegnata nel sociale nell’ambiente dell’infanzia. Studia e legge per passione, per desiderio di migliorarsi.

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