Le Aleksandrinke

L’Egitto è uno stato che collega il Nord Africa con il Medio Oriente, confina con Israele per un breve tratto, con la striscia di Gaza, con il Sudan e la Libia ed è bagnato dai mari Mediterraneo e Rosso. Il nome deriva dall’antico toponimo della città di Menfi, in babilonese Hikuptah, divenuto in greco Αγυπτος.
Un’importante opera moderna che vi è stata realizzata è il Canale di Suez, inaugurato il 17 novembre del 1869, che ebbe un immediato impatto commerciale per cui l’Africa divenne il centro d’interesse europeo e dove Oriente e Occidente si scoprirono molto vicini. È un canale artificiale navigabile che taglia l’omonimo istmo e permette la navigazione dall’Europa all’Asia, evitando di circumnavigare l’Africa. Fu inizialmente ideato dai Veneziani nel XVI secolo, tra il XVII e il XVIII secolo se ne discusse in Francia e nel 1799 Napoleone Bonaparte, durante la sua spedizione in Egitto, propose di riprendere il progetto, iniziò così la fase di realizzazione e, da un primo rilievo rivelatosi sbagliato, si stabilì che il dislivello tra i due mari era oltre 10 metri, quindi per la realizzazione era necessario un sistema di chiuse per cui furono sospese le ricerche avviate. Il progetto fu ripreso successivamente dalla stessa Francia con l’appoggio del governatore egiziano Muhammad’Ali, purché il canale rimanesse all’Egitto e aperto a tutte la nazione: fu realizzato dal francese F.M. De Lesseps (1805-94) su progetto dell’italiano L. Negrelli (1799-1858).
Dopo l’apertura del canale di Suez, nelle città di Il Cairo e Alessandria si registrò un notevole incremento commerciale, un numero sempre maggiore di uomini d’affari europei vi si stabilì; a questo spostamento, è coinciso anche quello di molte donne originarie dell’Impero Asburgico che, per l’instabilità economica di quel territorio, preferirono trasferirsi in Egitto. Prosperarono ambienti culturali frequentati dall’alta società, dove il francese era la lingua franca, disgiunti dalla popolazione locale araba. Ci sono rimaste, di quel periodo, alcune fotografie in cui sono immortalate famiglie eleganti, al fianco delle quali, vicino ai bambini, erano delle giovani donne, anche loro con abiti di raso e di pizzo: le cosiddette Aleksandrinke. Il luogo di partenza di queste donne era Trieste, porto principale dell’Impero Asburgico, l’età era compresa tra i quindici e i trenta anni, provenivano per lo più dall’area che oggi occupa Gorizia, la regione più occidentale della Slovenia al confine con l’Italia, tanto che erano pure chiamate Goriciens, Slovenes. La lingua madre era lo sloveno, ma parlavano anche il tedesco, il friulano e l’italiano, giacché il loro territorio era ricco di diverse culture e storia. Attraversarono tutto il Mediterraneo e trovavano facilmente occupazione perché considerate abili lavoratrici, si trasferirono per salvare le proprie fattorie indebitate, per fare studiare i figli, per costruire o ristrutturare le case, d’altronde pare che il guadagno fosse molto più alto rispetto a quello che avrebbero ottenuto a Trieste o Gorizia. L’appartenenza all’Impero Asburgico garantiva un grado d’istruzione medio piuttosto alto, quindi maggiore possibilità di trovare lavoro e, a volte, terminato il servizio (spesso come balie) presso una famiglia, venivano raccomandate ad altre, così crescevano i figli altrui mentre potevano vedere i propri in sporadiche fotografie che arrivavano dall’Europa.
Durante il periodo di migrazione di queste donne verso l’Egitto, le istituzioni si adoperarono a regolare il grande afflusso migratorio, aprendo l’Asilo Franz Jozef, affidato alle suore, che comprendeva una scuola slovena, una scuola materna e una biblioteca, per le slovene d’Egitto fungeva anche da agenzia di collocamento, luogo di ritrovo domenicale e da controllore morale della condotta lontano da dove erano cresciute. Le domeniche pomeriggio, libere dal lavoro, erano dedicate agli incontri, lo scopo era culturale, religioso e personale: cantavano canzoni popolari slovene, leggevano libri, assistevano alla messa in sloveno e allestivano piccole rappresentazioni teatrali.
Il culmine delle partenze in Egitto avvenne nel primo dopoguerra perché vennero meno le certezze economiche e sociali adeguate all’amministrazione di Vienna. La situazione, però, peggiorò con l’avvento del fascismo in Italia e poi con la promulgazione delle leggi razziali; durante quegli anni terribili il denaro che le Alexandrinke inviavano a casa fu basilare, consentì di strappare alla denutrizione, alle malattie e in alcuni casi ai rastrellamenti numerosi/e connazionali.
La migrazione delle Aleksandrinke in Nord Africa si protrasse per circa un secolo, per arrestarsi  improvvisamente nella seconda metà degli anni Cinquanta del Novecento, dopo il colpo di stato repubblicano, in cui salì al potere Nasser, in seguito al quale peraltro la borghesia europea dovette gradualmente lasciare l’Egitto.
Nonostante il ruolo, certamente, fondamentale rivestito da queste donne, la società slovena le guardò con diffidenza e biasimo: rientrate in patria furono viste con sospetto e sfiducia, accusate di aver abbandonato i figli, dimenticato le tradizioni e di aver avuto un comportamento immorale e licenzioso. Nella mentalità puritana dei/lle concittadini/e, l’Egitto era un luogo di dissolutezza, di malcostume del corpo e dello spirito, rifugio di desideri, in cui le situazioni avevano coinvolto le inesperte giovani slovene che avevano attraversato il mare per lavoro. In Italia la loro storia piombò per parecchio nel silenzio assoluto.
Solamente nel 1991, quando la Slovenia divenne indipendente, fu avviata un’importante ricerca sulla migrazione femminile, finalmente a quelle giovani donne fu riconosciuto lo spirito di sacrificio e di dedizione per la loro nazione: la storia delle Aleksandrinke è stata rivalutata, attraverso libri, raccolte di documenti, ricerche accademiche e sono entrate a far parte del mondo fantastico nazionale. Nel 2005, grazie alle loro eredi, nella città a Prvaina, è stata fondata l’Associazione per la preservazione del patrimonio culturale delle Aleksandrinke, per tutelare, studiare e far conoscere la memoria a lungo infamata delle loro madri, nonne e bisnonne; dalla presidente dell’associazione, Darinka Kozinc, è stata pubblicata un’antologia di racconti intitolata Les Goriciennes, rimarcando la sofferenza di queste tate del Novecento nell’affrontare  lunghi anni lontano dagli affetti familiari. Alcune avevano rilasciato una propria dichiarazione raccontandosi, per far conoscere la loro storia dopo anni di silenzio.
Le Aleksandrinke, in ogni modo, riportarono con loro un bagaglio di autorevolezza dimostrando che l’atmosfera internazionale, la fusione di dottrine e culture diverse ad Alessandria aveva influito sulla loro mentalità avvicinandosi a un’idea nascente di emancipazione femminile, tanto che, dopo parecchi anni di lavoro all’estero, per loro fu difficile riadattarsi alle rigide gerarchie patriarcali che sostenevano le società contadine dalle quali provenivano.

 

 

Articolo di Giovanna Martorana

PXFiheftVive a Palermo e lavora nell’ambito dell’arte contemporanea, collaborando con alcuni spazi espositivi della sua città e promuovendo progetti culturali. Le sue passioni sono la lettura, l’archeologia e il podismo. 

                                                                                                  

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