Ludi Megalesi

Per comprendere il significato dei Ludi Megalesi celebrati nella Roma antica dal 4 al 10 aprile in onore della dea Cibele, occorre scavare nelle fonti storiche rappresentate dai commentatori dell’epoca e dagli studi successivi, incrociandoli con le interpretazioni dei miti ai quali la cultura romana ha sempre attribuito un ruolo di primo piano e, in ultimo, considerare pure aspetti a dir poco miracolosi.
Il culto della Magna Mater, così i Romani denominarono la dea frigia Cibele, fu il primo culto orientale introdotto ufficialmente a Roma nel lontano 204 a.C. e, almeno inizialmente, le celebrazioni erano affidate a un sacerdote e a una sacerdotessa frigi, con la supervisione di un pretore urbano; dopo la morte dell’imperatore Claudio (54 d.C.), al culto furono preposti esclusivamente cittadini romani.
L’importanza della dea Cibele nell’ampio scenario dei culti romani venne sottolineato, tra gli altri, da Servio, grammatico e commentatore di Virgilio. Egli infatti narrò che nell’antica Roma erano custoditi sette talismani sacri che avrebbero protetto la città e l’impero sino a quando fossero stati custoditi e onorati degnamente. Da essi insomma dipendeva il potere di Roma.
Uno di questi talismani era l’Ago di Cibele, ovvero una pietra nera piovuta dal cielo considerata una sorta di personificazione della divinità omonima e trasportata a Roma proprio nel 204 a.C. (in realtà pare si trattasse di un frammento di meteorite).

Cybele_formiae
Statua in marmo di Cibele del I secolo a.C. proveniente da Formia

Ma come e perché arrivò a Roma?
Correva l’anno 205 a.C. e gli eserciti romani erano alle prese con i cartaginesi di Annibale che avevano inflitto loro ripetute sconfitte nella seconda Guerra Punica.
Le circostanze erano tali da rendere necessaria la consultazione dei Libri Sibillini poiché si riteneva che così tante sconfitte fossero da imputare non solo ad errori tattici o militari ma soprattutto all’inosservanza dei riti sacri prescritti per l’occasione.
I Romani, estremamente rispettosi pure delle divinità straniere, quando le circostanze lo richiedevano pare fossero soliti invocare le divinità protettrici della città nemica, facendo voto di istituire a Roma un luogo di culto con riti ad esse dedicato, per indurle ad abbandonare la difesa delle popolazioni avversarie.
Nel caso specifico, il carmen dei Libri Sibillini recitava:
«La Madre è assente: ti impongo, o Romano, di cercare la Madre; quando arriverà, dovrà essere ricevuta da mano casta». Ossia per vincere la guerra contro il nemico esterno era necessario trasportare a Roma la Magna Madre, Cibele.
Il pericolo rappresentato dagli eserciti di Annibale era tale che una delegazione di senatori partì immediatamente via mare diretta a Pessinunte, in Asia Minore, dove si trovava il tempio della divinità, con l’ordine di trasferirla a Roma.
Qui le fonti divergono poiché alcune indicano che a Roma arrivò la statua della divinità, altre la sola pietra nera considerata la sua personificazione.
Comunque la nave della delegazione giunse in prossimità della costa di Ostia il 4 aprile 204 a.C. e qui si incagliò.
Per riceverla degnamente, sul lido si erano radunati i sacerdoti, il corteo delle matrone romane, gran parte della popolazione e, tra le invocazioni e i fumi di incenso dispersi nell’aria, l’incaricato del Senato Publio Cornelio Scipione Nasica si stava preparando per trasferire la reliquia a terra.
Tito Livio ricorda l’avvenimento con queste parole: 
«Perché l’oracolo aveva ordinato che la dea dovesse essere ricevuta e consacrata dal miglior uomo, fu ricevuta da Publio [Cornelius] Scipione Nasica (figlio di Gneo, che era morto in Spagna), giudicato dal Senato come il miglior uomo, anche se era giovane e non era ancora stato eletto questore».
A questo punto si inserisce il miracolo riportato da alcune fonti poiché a ricevere la dea insieme a Scipione si dice che vi fosse anche la matrona romana Claudia Quinta, descritta da Ovidio come donna virtuosa e di bell’aspetto, la cui reputazione era stata ingiustamente attaccata a causa del suo abbigliamento e dei suoi atteggiamenti considerati inadeguati per la morale dell’epoca.

Neroccio di Bartolomeo de' Landi, Claudia_Quinta_
Neroccio di Bartolomeo de’ Landi, Claudia Quinta

Il rito di accoglimento della dea prevedeva che la fune della nave dovesse essere tirata da una vergine e Claudia lanciò la sfida: se fosse riuscita con le sue sole mani a tirare a riva la nave incagliata avrebbe dimostrato la sua purezza! E così fu.
L’episodio, ricordò Ovidio, divenne il centro di alcune rappresentazioni teatrali. La dea fu provvisoriamente collocata nel tempio della Vittoria sul colle Palatino e trasferita successivamente nel tempio a lei dedicato sul medesimo colle il 10 aprile 191 a.C..
L’erezione del tempio voleva essere il segno di ringraziamento alla dea per aver consentito la realizzazione della profezia dei Libri Sibillini: Cornelio Scipione sconfisse Annibale a Zama, ponendo fine alla seconda Guerra Punica nel 202 a.C.
Il 191 a.C. è la data dell’istituzione del culto ufficiale della dea protettrice di Roma che, come chiariscono anche gli studi sulla monetazione romana, era riservato soprattutto ai membri dell’élite senatoria e imperiale.
L’organizzazione dei giochi in età repubblicana infatti era affidata agli edili curuli, magistrati civici di estrazione patrizia, e anche dall’analisi delle loro emissioni monetarie è emerso che la celebrazione dei giochi dedicati alla Magna Mater rappresentava il tentativo di auto-celebrazione dei magistrati stessi.
L’importanza della Magna Mater (in greco Megàle Mèter) nella cultura romana doveva essere veramente notevole a giudicare dal gran numero di giornate dedicate al suo culto.
Roma fece proprio innanzitutto il ciclo festivo frigio che prevedeva manifestazioni dal 15 al 27 marzo, secondo un rituale estremamente complesso, articolato e violento, al quale i magistrati romani aggiunsero i Ludi Megalesi (Megalensia), che si svolgevano dal 4 al 10 aprile di ogni anno, seguendo le usanze romane.
Le fonti analizzate trattano solo marginalmente lo svolgimento dei Ludi di aprile mentre danno più ampio ed esaustivo spazio al rituale orientale.
Pare comunque che nei primi anni delle celebrazioni di aprile fossero previsti soltanto ludi scaenici, spettacoli teatrali, musicali e danze, celebrati sulle scalinate del tempio di Cibele sul Palatino ed in seguito anche nei teatri, dove si rappresentarono molte delle commedie scritte per l’occasione da autori come Plauto e Terenzio.
Nei Ludi Megalesi, così come nei teatri e nelle cerimonie funebri, fu introdotto l’uso delle maschere, e questo consentiva agli attori di assecondare la loro fantasia in completa libertà.
Successivamente furono introdotti anche i ludi circenses, le corse sui carri, che avevano luogo nel Circo Massimo a chiusura delle celebrazioni.
Durante le giornate di festa, i partecipanti recavano doni alla dea e i membri dell’aristocrazia cittadina organizzavano, sempre in suo onore, sontuosi banchetti nelle proprie abitazioni, riservati ai soli  patrizi.
Il 10 aprile, l’ultimo giorno dei Ludi, si svolgeva una processione in cui venivano trasportate le statue di culto di diversi dèi, tra cui Minerva, Apollo, Marte, Nettuno, Bacco, Cerere, i Dioscuri e Venere, preceduti dalla Vittoria. La processione partiva dal Campidoglio, attraversava il Foro Romano e quello Boario e arrivava al Circo Massimo, dove si trovavano i cittadini in impaziente attesa delle corse dei carri.

A questo proposito si riporta la testimonianza di Giovenale dalle Satire:

«…ai ludi Megalesi,
e il pretore, portato da cavalli,
siede come in trionfo;
se mi è concesso dirlo,
con buona pace dell’immensa e troppa folla,
oggi il Circo contiene tutta Roma,
e dal frastuono che mi assorda
presumo che vincerà la squadra dei verdi». 

Con l’editto di Tessalonica del 380 d.C. l’imperatore Teodosio abolì i Ludi Megalesi e le festività in onore di Cibele. L’editto proclamò il Cristianesimo unica religione dell’Impero e, insieme con i successivi del 392, furono proibiti i sacrifici e ogni forma di culto pagano determinando così la chiusura di tutti i templi nel territorio imperiale.

In copertina: Andrea Mantegna, Introduzione al culto di Cibele a Roma

 

 

Articolo di Marina Antonelli

zjHdr1YM.jpegLaureata in Lettere, appassionata di ricerca storica, satira politica e tematiche di genere ma anche letteratura e questioni linguistiche e sociali, da anni si dedica al volontariato a favore di persone in difficoltà ed è profondamente convinta dell’utilità dell’associarsi per sostenere i propri ideali e cercare, per quanto possibile, di trasformarli in realtà. È autrice del volume Satira politica e Risorgimento. I giornali italiani 1848-1849.

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