Che genere di stereotipi? Pedagogia di genere a scuola di Patrizia Danieli

che-genere-di-stereotipiNascere in un corpo femminile o in un corpo maschile è la prima condizione con cui ognuno/a si pone agli occhi del mondo e ai propri, ne riceve opportunità e risorse ma anche impedimenti e vincoli. Tutti gli aspetti della vita quotidiana ne sono connotati. Tutti, tranne la scuola. Nonostante le donne siano oggi l’87% del corpo insegnante, la scuola italiana ancora per lo più parla al maschile: la storia non prevede le donne se non come presenze eccezionali oppure sotto la mortificante etichetta di “questione femminile”; la filosofia, la letteratura e l’arte ignorano le autrici; la grammatica accetta tacitamente le cancellazioni. Si legge Victor Hugo ma non Simone de Beauvoir, si commenta l’Emile di Rousseau tacendo del ruolo assegnato a Sophie. La critica profonda e corrosiva portata dal femminismo alla millenaria cultura patriarcale non ha ancora trovato nelle istituzioni formative una sponda forte. Mancano strumenti didattici e materiali adeguati, manca la coscienza della loro necessità. Oggi la costruzione delle identità è più complessa e più ricca rispetto al passato, eppure in troppi punti è ancora influenzata dalle antiche modalità di costruzione dei generi, che vengono trasmesse per inerzia dalle agenzie di socializzazione, che continuano a tacere sui modelli portanti della società umana. In nessuno dei libri di testo più diffusi nelle scuole compare il termine patriarcato. Il più antico furto di identità, di pensiero, di memoria, innominato diventa così inesistente. Non solo prevale l’inerzia della conservazione ma ci si ribella ai tentativi di innovazione. Tanto numerosi e fuorvianti sono gli equivoci e i fraintendimenti sulla pedagogia di genere, da aver scatenato una specie di fobia collettiva. Attenti al gender! È necessario intendersi sui termini, poiché si sono strumentalmente introdotti toni esasperati e artifici caricaturali; ne sono scaturiti comprensibili allarmi tra famiglie disinformate, spesso con la conseguenza che il gran lavoro fatto finora per combattere gli stereotipi e le violenze e promuovere la parità rischi di bloccarsi. Dunque, fa bene il bel libro di Patrizia Danieli (Che genere di stereotipi? Pedagogia di genere a scuola, Ledizioni, 2020) a partire da ciò che l’educazione di genere non è. Vorrei che molte insegnanti lo leggessero, ne attingessero spunti. Parlare dei generi e scuola non equivale a proporre elenchi di contenuti, allungare liste, aggiungere postille a capitoli già scritti, ma offrire uno sguardo diverso sul mondo e dunque una diversa prospettiva sui canoni delle discipline e sui modi delle relazioni. Quando facciamo percorso critico sugli stereotipi (su questo cfr. il primo capitolo del libro) non stiamo attuando chissà quali stravolgimenti: stiamo solo rendendo percettibili le regole invisibili che condizionano ognuno/a di noi. Stiamo allenando il senso critico degli e delle studenti, addestrando a porsi domande inedite, a decostruire l’ovvio. È questo che si teme? Si tratta di attuare la Convenzione di Istanbul, ratificata nel 2012 dal nostro Paese (dove all’art. 14 si legge che «si intraprendono le azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, la violenza contro le donne basata sul genere e il diritto all’integrità personale») e di rispondere al Comitato di monitoraggio dell’Onu, che ha espresso preoccupazione «per l’inadeguatezza degli sforzi compiuti in Italia per combattere gli stereotipi attraverso l’istruzione e ritiene essenziale che i libri di testo e i materiali formativi vengano esaminati e revisionati, con l’obiettivo di presentare il ruolo delle donne e degli uomini in maniera non stereotipata». Ogni essere umano sa che esistono i generi, ma sono state le donne ad individuare la parzialità come mappa concettuale attraverso cui leggere la realtà. Non l’hanno definita come lo specchio delle differenze fisiche esistenti tra uomini e donne, bensì come il sapere che stabilisce quali significati siano da attribuire a tali differenze. Non si tratta solo di colmare un’assenza ma di riesaminare premesse e parametri di un’intera cultura abituata a trasformare le differenze in gerarchie. Gender (http://www.wordreference.com/enit/gender) è il termine inglese per “genere”, inteso come genere sessuale. Da oltre trent’anni la parola è associata non a un’ideologia ma ai Gender Studies, in italiano Studi di genere. Questi studi mirano a individuare i dispositivi sociali attraverso cui agli uomini e alle donne sono stati e sono attribuiti compiti, ruoli e destini differenziati, storicamente costruiti e solidamente naturalizzati, a partire dal solco tracciato tra sfera pubblica e sfera privata. «Gli studi di genere non intendono affermare che maschi e femmine non esistono o non sono differenti, ma che il sesso non è il genere. Cioè il sesso è un dato con cui si viene al mondo ma il genere è il valore, il colore, il ruolo, il significato, il carattere, i limiti e le aspettative che io attribuisco al sesso.» Sono parole della monaca benedettina e docente di teologia Benedetta Zorzi. Questo vasto campo del sapere non ha dato vita a una teoria unificata (anzi spesso vive una vivace dialettica), ma a una costellazione di ricerche, strumenti concettuali e modelli scientifici non solo nella pedagogia ma in molti altri campi disciplinari, dalla medicina alla psicologia, all’economia, alla giurisprudenza, alle scienze storiche e sociali, a quelle letterarie e linguistiche; sono ormai diffusi nelle università di tutti i Paesi sviluppati e hanno prodotto ricche bibliografie. Educazione di genere? Si è sempre fatta: ma l’hanno chiamata “educazione” e basta, con la presunzione tipica di chi detiene il potere sulle parole. Diffidate di chi non specifica. Il privilegio maschile sembra consistere proprio nel non aver bisogno di pensare in termini di genere, perpetuando l’equivoco antico che vede nel termine “uomo” l’universale dell’umanità. Un intero capitolo di questo libro si sofferma sul punto, tutt’altro che marginale. L’alternativa non è se tenere conto o meno del genere a scuola, ma se assumerlo nel silenzio di sempre, con un ordine implicito ritenuto “naturale” e dunque immutabile, oppure se fare dei percorsi di apprendimento e delle relazioni pedagogiche un’occasione per una maggior consapevolezza dei modelli che interiorizziamo senza prevedere problematizzazione. Patrizia Danieli ne parla sia nel terzo capitolo, dedicato all’editoria scolastica, sia nel quarto, che offre una nutrita serie di esempi delle buone pratiche didattiche che costellano molte regioni d’Italia. Ce n’è ormai una storia, ci sono delle protagoniste, ed è giusto e necessario raccontare la prima e valorizzare le seconde. «Fare educazione al genere è fare cittadinanza e democrazia La frase che conclude il libro testimonia come si possano coniugare i saperi delle donne, le pratiche dell’insegnamento, la responsabilità etica e la passione civile.

 

Recensione di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

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