Ipazia d’Alessandria, Il modello

Ipazia, particolare della Scuola di Atene di Raffaello«Non è che non siano esistite donne che filosofassero. È che i filosofi hanno preferito dimenticarle, magari dopo essersi appropriati delle loro idee», scriveva Umberto Eco a proposito dell’assenza delle filosofe dalle enciclopedie filosofiche odierne. Come è accaduto per le scrittrici, anche nel caso di filosofe e pensatrici – e in molti altri ambiti del sapere – quando si tratta di donne, ci troviamo di fronte a due possibilità: se per un verso, infatti, molte non sono state coinvolte nella narrazione storica, per un altro, le poche che invece vi compaiono, sono sempre le stesse e spesso divengono oggetto di stereotipi e mistificazioni. Ipazia d’Alessandria rientra nel secondo caso: le informazioni di cui siamo a conoscenza in relazione alla sua vita e alle sue opere, andate per la maggior parte distrutte, sono state spesso oggetto di una narrazione romanzata che ha distorto la verità dei fatti. A mettere a punto un processo ripartivo della sua figura, sono state, fra le altre, Luisa Muraro, che nel suo articolo “Sedici secoli di bugie” ha confutato e chiarito le motivazioni della sua uccisione, liberandola dallo stereotipo della martire pagana della libera scienza; Gemma Beretta e Silvia Ronchey che hanno ricostruito le premesse storiche che hanno giocato un ruolo cruciale nella tragica vicenda di questa donna. Ma occorre fare un passo indietro. Per chi ancora non la conoscesse, Ipazia d’Alessandria, vissuta tra il IV e il V secolo, fu una scienziata e filosofa neoplatonica, maestra nel centro di studi superiori allora chiamato Museo di Alessandria d’Egitto che nell’anno 415 d.C. fu brutalmente uccisa da un gruppo di fanatici cristiani. Nata intorno al 370 d.C. ad Alessandria d’Egitto, venne introdotta dal padre, Teone di Alessandria – anche egli scienziato e filosofo, noto per le sue edizioni commentate degli Elementi di Euclide e dell’Almagesto di Tolomeo – allo studio della matematica, della geometria e dell’astronomia. Fonti storiche sostengono che superò il maestro e all’età di trentuno anni ne divenne successora, prendendo il suo posto nella cattedra della Scuola neoplatonica di Alessandria, divenendo così la terza grande caposcuola del platonismo dopo Platone e Plotino. Insegnava Platone, Socrate e conduceva numerose ricerche su Tolomeo. I suoi lavori finirono con molta probabilità per essere assemblati alle pubblicazioni di altri autori – a riprova di quanto notava Eco a questo proposito. Tra le opere che le si attribuiscono si annovera uno studio sui moti dei corpi celestini, un corpus di tavole astronomiche apposto a Le coniche di Apollonio di Pergamo, e un commento all’Aritmetica di Diofanto, considerato il “padre dell’algebra”. Fu anche un’inventrice, fra le sue creazioni si registrano una sorta di aerometro e un astrolabio piano. Oltre alle sue competenze scientifiche era nota per essere un’acuta conversatrice, consigliera accorta e misurata, mediatrice di profonda saggezza. Queste doti la resero una figura di primo piano nella vita politica dell’epoca, tanto da divenire un modello intellettuale non solo per l’élite locale, ma anche fuori dai confini dell’Egitto. All’epoca Alessandria era una città pagana e multietnica, abitata da elleni, abitanti di origine greca, la maggioranza della popolazione, ma anche egizi, ebrei, che convivevano in modo civile, così come dimostra la presenza di numerosi edifici religiosi, fra cui sinagoghe e templi egizi. Erano presenti anche chiese cristiane, in quanto il cristianesimo era diventato la religione dell’imperatore e molti abitanti iniziarono a imitarlo. Come chiarisce Baretta, il fulcro del conflitto tra pagani e cristiani, che si diede in realtà come correlativo oggettivo della lotta tra il potere ecclesiastico locale e il potere civile cittadino, trova la sua origine nell’Editto di Milano del 313 d.C. emanato dall’imperatore Costantino I: stabiliva la libertà di culto, ma di fatto si configurava secondo il paradigma della restrizione nei confronti delle altre pratiche. Il Concilio di Nicea del 325 d.C. elaborò i fondamenti dell’ortodossia cristiana, mentre nel 380 d.C. l’Editto di Tessalonica dichiarò il Cristianesimo religione ufficiale dello Stato. Con i decreti teodosiani emessi tra il 391 e il 392 d.C., si innescò una serie di eventi che porteranno a una trasformazione dell’assetto geopolitico con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, le invasioni barbariche che interesseranno anche l’Impero Romano d’Oriente e si sancirà l’egemonia del Cristianesimo. In questo clima l’uccisione di Ipazia stabilì l’inizio del tramonto della cultura pagana nel mondo antico. Per favorire la Chiesa, il vescovo Cirillo, che succedette a Teofilo nel 412 d.C., cercò di allearsi con il prefetto imperiale Oreste, battezzato ma non molto incline ai cristiani. Era piuttosto solito frequentare la dimora di Ipazia, per chiederle consiglio in merito ai problemi della città. Ciò che era inviso ai cristiani era la pretesa di queste accademie neoplatoniche di assurgere al divino e trasformare il mistero in conoscenza, pratica considerata ancora di più inaccettabile se promossa da una donna. Non essendo ella cristiana, Cirillo la riteneva responsabile del mancato accordo con Oreste. Per questo motivo, se pure non vi siano prove concrete in relazione al mandante, un gruppo di monaci, detti “parabolani”, venuti dal deserto per servire il vescovo, sequestrò Ipazia, la portò in una chiesa dove la uccisero barbaramente, ne smembrarono il corpo usando oggetti taglienti per poi bruciare i resti presso il Cinarone, una sorta di località preposta all’eliminazione dei rifiuti. Come nota Muraro, Ipazia è stata oggetto di una narrazione anacronistica che la voleva dapprima come lo speculare femminile di Galileo, uccisa per le sue scoperte scientifiche – le sono stati dedicati persino nomi di asteroidi e crateri lunari per questo – quando in realtà i due vissero due epoche e contesti storico-culturali troppo distanti per essere paragonati: il primo fu «martire del nuovo che avanza» mentre la seconda «esponente di una tradizione secolare […] schiacciata dal nuovo avanzante, il cristianesimo». Anche Ronchey sostiene che la figura di Ipazia sia stata «strumentalizzata dalla storiografia e tradita dalla letteratura», divenendo quasi una sorta di figura romanzata. L’hanno definita «scienziata punita per le sue scoperte, eroina protofemminista, martire della libertà di pensiero, illuminista e romantica, libera pensatrice e socialista, protestante, massone, agnostica, vestale neopagana e perfino santa cristiana». A ben vedere, invece, Ipazia non fu niente di tutto questo. Ci troviamo piuttosto di fronte, precisa Muraro, a una «martire politica»: «Fu eliminata perché disturbava, con la sua indipendenza, l’antagonismo fra due poteri, quello imperiale e quello ecclesiastico, che erano anche due uomini, Oreste e Cirillo, e impediva così che i due poteri e i due uomini arrivassero a trovare un compromesso per una conveniente alleanza». Una figura intellettuale, una donna libera che viene trucidata perché assume un ruolo che non era previsto nella società patriarcale cristiana. Una donna emancipata invisa a un uomo, una motivazione che appare quanto mai attuale: secondo Baretta il suo caso costituisce infatti «uno dei più efferati femminicidi di matrice cristiana della storia». La nascente religione cristiana, che andrà ad alimentare la società patriarcale, a differenza di quella grecoromana e di quella egizia, «non rendeva pensabile e accettabile una donna con le prerogative di Ipazia, libera di sé, non subordinata a partiti o fazioni, presente e parlante in luoghi pubblici, sapiente, maestra dotata di una parola autorevole per donne e uomini».

Via Ipazia muralesIl regista spagnolo Alejandro Amenàbar ha realizzato una pellicola, dal titolo Agorà, per raccontare la storia di Ipazia, mentre nel cuore dei Quartieri Spagnoli di Napoli, dove c’è una strada a lei dedicata, è stato recentemente realizzato un bellissimo murales per celebrarla. Ancora oggi, infatti, la filosofa rappresenta un esempio di libertà che esubera qualsiasi etichetta o stereotipo, a riprova del fatto che l’agito femminile è eccentrico, un modello, insomma, che oggi ci fa sentire autorizzate a prendere parola, contro ogni tentativo di asservimento da parte di una cultura che per lungo tempo ha pensato e parlato al nostro posto.

LETTURE CONSIGLIATE

Gemma Beretta, Ipazia dAlessandria, Editori Riuniti, Roma 1993

Silvia Ronchey, Ipazia. La vera storia, Bur Rizzoli, Roma 2011

SITOGRAFIA

http://www.giudiziouniversale.it/articolo/libri/ipazia-16-secoli-di-bugie?fbclid=IwAR3hu-QKknIDve4z_aKXDG-qn8ewZ_Yb1ObxQcoTsu0b1O2qM6_e4M3TlUo

Ipazia

 

Articolo di Eleonora Camilli

59724162_440276389883361_5939648554405462016_nEleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS Associazione Italiana Sommelier ‒ conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

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