Guerra Fredda. Terza fase. Il Sessantotto in Europa, il femminismo e le conquiste sociali in Italia

Capitolo15_indice01_Vitamine

Negli anni Cinquanta l’Europa si è ripresa dal trauma del nazismo e della II Guerra mondiale e ha visto gli anni felici del boom economico e della pace sociale. Il fascismo è stato spazzato via da tempo ma la morale corrente è ancora retrograda e restrittiva, la sessualità è ancora un tabù e una donna in pantaloni è ancora scandalosa. In breve tempo l’eco del subbuglio culturale americano attraversa l’Oceano Atlantico. Gli anni Sessanta sono un grande calderone di valori nuovi. Nel 1967 l’uccisione di Ernesto Che Guevara in Bolivia da parte di agenti legati alla Cia non passa inosservata; le canzoni di Bob Dylan, dei Beatles e dei Rolling Stones appassionano i giovani quanto i romanzi di Gabriel García Márquez, il teatro di Dario Fo e Franca Rame e la Rivoluzione cinese di Mao Tse-Tung, meno burocratizzata di quella sovietica. In questo contesto il “Sessantotto”, più un fenomeno culturale che un anno del calendario, punta a cambiare non tanto la struttura economica o politica quanto il complesso della vita umana individuale e sociale in tutti i suoi aspetti. E la spinta di partenza viene sicuramente dai movimenti pacifisti americani che negli stessi anni si stanno battendo contro la guerra del Viet Nam, in particolare l’occupazione studentesca dell’università di Berkley. Viene messo in discussione il consumismo sfrenato del mondo occidentale ma al tempo stesso anche la rigidità e chiusura di quello sovietico: esempi di sistemi diversi sono Cuba e la Cina, il Viet Nam di Ho Chi Minh e gli scrittori della Beat generation.

FOTO 1.Parigi, 1968. La Marianne
Parigi, 1968. La Marianne

Il più noto dei fatti del Sessantotto accade a Parigi, nella rive gauche, da sempre sede di studenti e intellettuali. All’inizio di maggio gli studenti con in testa Daniel Cohn-Bendit occupano spontaneamente l’università della Sorbona, la polizia interviene con violenza e senza preavviso ma trova una resistenza determinatissima; il partito comunista non prende posizione ma gli operai solidarizzano con gli studenti.
Nel giro di pochi giorni tutto il Quartiere Latino è occupato e il governo spaventato concede un aumento del salario minimo agli operai. Ma l’opinione pubblica francese, fatta eccezione per quella parigina, resta conservatrice.
I giovani portano in piazza slogan totalmente nuovi e non strettamente politici, il maggio francese viene molto più dal fantasioso antiautoritarismo dell’arte e della poesia che non dalla lotta di classe, più dalle suggestioni anarchiche e libertarie che non dai rigidissimi partiti comunisti.

fOTO 2. Slogan
Gli slogan del maggio francese

Nel 1971 a Copenhagen nasce la comune hippie di Christiania, un ex forte militare abbandonato usato pacificamente a scopo abitativo con una legislazione propria diversa da quella dello Stato danese.
Il 1968 vede l’aria di libertà nata in America investire anche il mondo sovietico: a Praga si tenta di instaurare il “Socialismo dal volto umano”, ferocemente represso dai carri armati del Patto di Varsavia. La Primavera di Praga dà l’idea di quanto trasversale sia diventato in breve tempo questo movimento strampalato e sorto dal nulla.

FOTO 3. La Primavera di Praga
La primavera di Praga

In Italia il decennio si apre con la rivolta operaia genovese del 30 giugno 1960 che impedisce al Movimento Sociale Italiano (Msi), partito neofascista, di tenere un congresso nella città portuale, storico baluardo della Resistenza e sempre governata dalla sinistra: l’eco dell’insurrezione antifascista dei portuali genovesi è tanto forte da determinare la caduta del governo Tambroni. In questi anni il prete toscano don Lorenzo Milani si batte contro il servizio militare e in difesa della pratica dell’obiezione di coscienza e scuote il mondo della scuola lottando con famiglie retrograde per alfabetizzare i figli dei contadini e facendo notare l’ipocrisia della scuola tradizionale, che esclude i poveri in maniera che il potere resti in mano ai ricchi. Tuttavia la scuola di Barbiana (paesino dell’Appennino toscano di cui egli è sacerdote) gestita da don Milani non è tra i miti delle nuove generazioni in quanto non è ancora libertaria al suo interno (nel senso che è soltanto il maestro a decidere come, su cosa e in che tempi tenere la lezione).

FOTO 4. La scuola di Barbiana
La scuola di Barbiana

Sempre in Italia, Franco Basaglia ammorbidisce l’istituzione del manicomio facendo notare che le persone affette da malattie psichiatriche sono pazienti da aiutare e non delinquenti da punire e di conseguenza abolisce la pratica dell’elettroshock.
A febbraio del 1968 viene occupata la facoltà di architettura dell’università di Roma, poi sgomberata dalla polizia. Il 1° marzo un corteo di migliaia di studenti universitari raggiunge la facoltà presidiata, la polizia attacca i manifestanti per allontanarli ma per la prima volta i ragazzi e le ragazze invece di scappare resistono all’aggressione con una forza mai vista prima: l’episodio è ricordato come battaglia di Valle Giulia.
Il movimento del Sessantotto (sia in America che in Europa) è costituito da intellettuali e studenti che provengono da famiglie della media borghesia e lottano spinti da nobili ideali ma non da reali bisogni. 

FOTO 5. La battaglia di Valle Giulia, 1968
La battaglia di Valle Giulia

Una componente fondamentale del movimento è costituita dalla lotta delle donne per l’emancipazione. Su entrambe le sponde dell’Oceano Atlantico, una delle rivendicazioni più diffuse riguarda non tanto la politica o l’economia quanto i costumi della vita quotidiana individuale. L’abbigliamento è il primo segnale della società che cambia: colori sgargianti, pantaloni, gonne corte e forme messe in risalto smettono di essere un tabù, il corpo non è più oggetto di censura. Il gesto a mani giunte e alzate che simboleggia l’organo genitale femminile viene sbandierato sempre più spesso nei cortei insieme allo slogan «Io sono mia», dopo secoli di società patriarcale le donne iniziano a reclamare diritti e riconoscimenti, corpi nudi nelle piazze aprono la strada a una sessualità libera e non più sottomessa a pregiudizi. Fino al 1975 in Italia vige ancora una legge sul diritto di famiglia che considera il genere maschile superiore per natura a quello femminile, costringendo la donna coniugata a prendere automaticamente il cognome dello sposo, e dà al marito il diritto di picchiare la moglie come se lei fosse un oggetto di sua proprietà. 

FOTO 6. Manifestazione femminista
Manifestazione femminista

Ostile ai movimenti di studenti e intellettuali, il Pci ancora obbediente a Mosca, espelle Pasolini in quanto omosessuale e altri componenti in quanto non fedeli alla linea: tra questi ricordiamo Rossana Rossanda, Luciana Castellina, Luigi Pintor e Valentino Parlato, fondatori de il manifesto, prima una rivista di cultura politica e in seguito anche un quotidiano comunista. 

FOTO 7. 23 giugno 1969. Il manifesto. numero 1.
Il manifesto, numero 1, 23 giugno 1969

È il periodo di massima forza e consenso del movimento. Gli anni Settanta si aprono con la più grande conquista della classe operaia italiana, ottenuta grazie alle lotte congiunte dei tre grandi sindacati confederali (Cgil, Cisl e Uil): nel 1971 viene varato lo Statuto dei Lavoratori, una carta dei diritti unica per tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici che unisce le categorie sociali produttive garantendo gli stessi diritti a tutti e tutte e, di conseguenza, rendendo più difficile per i padroni mettere in discussione questi diritti in quanto vi è un unico enorme fronte di lotta.
L’articolo 18 di questo Statuto riduce la libertà imprenditoriale dei padroni stabilendo che una lavoratrice o un lavoratore (sia che dipenda dallo Stato che da un privato) non può essere licenziato se non per un motivo grave che sia valido e dimostrabile: mai la classe operaia aveva ottenuto una tanto solida garanzia. Eppure il decennio successivo mostrerà tutti i limiti e la fragilità di questi diritti.

FOTO 8. 1969 Sciopero dei metalmeccanici
Sciopero dei metalmeccanici, 1969

Il polverone culturale degli anni Sessanta è tanto forte che neanche la Chiesa cattolica riesce a rimanerne fuori. Papa Giovanni XXIII capisce l’esigenza di rinnovare la dottrina ecclesiastica: se la Chiesa è portavoce della morale e i costumi stanno cambiando rapidamente, è necessario che la Chiesa si adegui e stia al passo con i tempi invece di arroccarsi su posizioni retrograde e ultraconservatrici, altrimenti rischia di rimanere isolata e tagliata fuori dal mondo, soprattutto per quanto riguarda le giovani generazioni. Nel 1962 viene indetto un Concilio, ovvero la riunione di tutti i cardinali e vescovi del mondo, che prende il nome di Concilio Vaticano II.
Il Concilio Vaticano I era stato aperto nel 1869 da Papa Pio IX e interrotto con l’invasione militare di Roma da parte del Regno d’Italia, poi mai ripreso. Giovanni XXIII preferisce non riaprirlo (passerebbe come una provocazione inutile, ora che il Non expedit è superato) e indirne piuttosto uno nuovo. Nel 1963 Giovanni XXIII muore e viene succeduto da Paolo VI: dopo il breve conclave per eleggere il nuovo Pontefice, il Concilio riprende.
Con il Concilio Vaticano II si afferma che la Chiesa è al servizio del popolo di Dio e non il contrario; viene stabilita la traduzione della Bibbia nelle lingue correnti e la celebrazione della messa non più in latino ma nella lingua della gente; l’altare viene posizionato versus populum (mentre prima il sacerdote dava le spalle ai fedeli); l’antropocentrismo della Chiesa moderna è riconosciuto insieme al valore della scienza ed è abolito il dogma dell’infallibilità papale. Il Concilio stabilisce inoltre il primato della coscienza individuale come dottrina certa della Chiesa cattolica, quindi scompare del tutto il concetto medievale di “eresia”, e viene revocata la scomunica contro i comunisti, permettendo in Italia una graduale riconciliazione tra il Pci e il governo della Democrazia Cristiana. Quando, nel 1965, si chiude il Concilio, la Chiesa cattolica ha cambiato volto. Una delle conseguenze più significative del Concilio Vaticano II è la nascita della Teologia della Liberazione in America Latina.

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Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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