Il disturbo primario del linguaggio e le difficoltà relazionali

Il processo di acquisizione del linguaggio è un fenomeno molto complesso e il bambino in un tempo relativamente breve passa dal compiere una serie di atti comunicativi alla lingua parlata, passaggio che è determinato dalla maturazione cognitiva, sociale e relazionale e dalla capacità di usare e combinare simboli.

«Tutti i bambini che hanno uno sviluppo normale e che acquisiscono qualsiasi lingua orale o segnica del mondo seguono un percorso simile nello sviluppo del linguaggio e raggiungono le tappe più importanti nello stesso ordine. Esiste, tuttavia, una variabilità significativa circa l’età in cui queste tappe vengono raggiunte».

Le differenze individuali possono tuttavia celare condizioni di ritardo nella comparsa o nello sviluppo del linguaggio, ritardo che a sua volta potrà essere transitorio o espressione di un disturbo successivo. I disturbi di linguaggio sono uno tra i motivi più frequenti per cui si richiede un consulto clinico, gli adulti si accorgono infatti delle difficoltà del bambino, «ciò che primariamente viene colto dall’ambiente educativo è la difficoltà a tradurre il pensiero in parole […] fluenti, dove i suoni si susseguono nella sequenza corretta». Tra i disordini fonetico-fonologici, in letteratura indicati come Speech Sound Disorders (SSD), si annoverano i disturbi che riguardano solo la codifica fonetica e fonologica, quelli che interessano le capacità di produrre strutture enunciative corrette e complete e quelli che investono anche la comprensione del linguaggio. Il Disturbo Specifico del Linguaggio (DSL) ha, tra gli altri, ricevuto grande attenzione:

«Il DSL di tipo fonologico è una condizione che si verifica in assenza di problematiche neuropsicologiche, cognitive e sensoriali manifeste, tale per cui il soggetto sperimenta una specifica difficoltà nell’acquisire il linguaggio».

Grazie alle ricerche condotte negli ultimi dieci anni, è stato possibile cambiare la dicitura Disturbo Specifico del Linguaggio in Disturbo Primario del Linguaggio (DPL). La Consensus Conference ha apportato tale modifica perché si è dimostrato che «si tratta di un disturbo primario, in quanto non derivante da altri deficit o disturbi, ma non specifico, in quanto frequentemente associato a difficoltà in altri ambiti evolutivi». Parliamo dunque di un disturbo per cui il bambino presenta un eloquio caratterizzato da errori tipici di età cronologicamente inferiori e/o da processi atipici. Una classificazione dei disturbi dello sviluppo fonetico-fonologico è stata condotta nel 1995 da Umberta Bortolini, che ha differenziato gli stessi in: sviluppo ritardato, sviluppo insolito e sviluppo deviante, permettendo di identificare se il linguaggio è, rispettivamente, sfasato cronologicamente o se a questo si aggiungono atipie o, ancora, se la produzione del bambino è caratterizzata da parole idiosincratiche, non intelligibili, caratterizzate da un unico suono. È chiaro che un disturbo di questo tipo, a seconda della gravità andrà a compromettere la comunicazione verbale sia con le figure adulte di riferimento sia con i coetanei. Le difficoltà, e ancor più i disturbi di linguaggio, hanno infatti una ricaduta importante nelle relazioni sociali e affettive, e se non affrontate possono ripercuotersi negli apprendimenti scolastici. Sul piano relazionale è possibile che i bambini con disturbo del linguaggio siano allontanati dai coetanei perché non compresi. Si potranno di conseguenza innescare dei meccanismi di difesa quali isolamento e cattiva immagine di sé rispetto alla frustrazione generata, ma anche rabbia e aggressività, come uniche risposte possibili per le difficoltà che si stanno sperimentando. L’intervento precoce è fondamentale dunque affinché ci siano maggiori possibilità di recupero, questo non significa iniziare subito una terapia, ma rivolgersi agli specialisti quando ci si rende conto che il bambino mostra delle difficoltà comunicative. 

 «La Consensus Conference ha individuato i 30 mesi, quale età entro cui effettuare una prima valutazione del vocabolario espressivo e ricettivo, tenendo conto del livello di istruzione e del livello socio-economico dei genitori e della familiarità per il disturbo, quali possibili predittori del DPL, e ha indicato i 4 anni quale età in cui è possibile formulare una diagnosi accurata di DPL».

Una diagnosi tempestiva è la scelta migliore, senza dimenticare che i primi osservatori sono i care giver: «nella prima infanzia, genitori, insegnanti e personale sanitario possono essere osservatori accurati nel rilevare segnali predittivi o concomitanti alla presenza di un DPL, quali assente/scarsa produzione di gesti dai 12 mesi e assente/ridotta comprensione e produzione lessicale tra i 15 e i 36 mesi». In una concezione sistemica fondamentali saranno dunque i genitori e le/gli insegnanti guidati da un’equipe multidisciplinare che possa far fronte agli aspetti secondari coesistenti, evitando che il ritardo delle acquisizioni si protragga nel tempo e che il bambino inneschi comportamenti scorretti, che non permettono una crescita armonica.

Bibliografia e sitografia

 

Articolo di Alessia Bulla

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Laureata magistrale in Letteratura italiana, Filologia moderna e Linguistica, ha una seconda laurea in Logopedia. È particolarmente interessata allo studio sincronico e diacronico della lingua italiana, alla pragmatica cognitiva e alla linguistica, che insegna in aerea sanitaria presso l’Università di Roma Tor Vergata.

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