Nuove emergenze e antichi problemi a scuola

f83740b8-c5e5-498c-ae93-d1900afad7bdIl 4 marzo 2020 per docenti e alunni/e è stato l’ultimo giorno di scuola, forse l’ultimo, in tutti i sensi, per questo anno scolastico. Il Covid-19 sembrava molto lontano da noi destinato a rimanere in Cina. Poi, a fine gennaio i primi tre casi in Italia ma ancora ci sembrava tutto sotto controllo. Invece, in una settimana la situazione è precipitata con un incredibile effetto domino. Ora, eccoci rinchiusi in casa, sottoposti a restrizioni sempre più dure che limitano le nostre libertà per salvaguardare la salute pubblica. Chi avrebbe potuto immaginare un simile scenario la notte del 31 dicembre quando, la maggior parte di noi, brindava con nuove speranze al nuovo anno? In due settimane il nostro modo di vivere, di relazionarci, di abitare il tempo si è totalmente sovvertito, segnando, credo in maniera definitiva, un prima e un dopo rispetto alla pandemia che stiamo affrontando della quale, in futuro, saremo preziosi testimoni poiché la memoria e la sua custodia deve essere sempre un faro per un popolo che non vuole costruire se stesso su fondamenta di sabbia. Proprio perché in me è chiaro questo concetto e proprio perché lavoro a scuola da più di venti anni, diciassette dei quali da precaria, penso di poter dare una testimonianza veritiera  di quello che sta vivendo, adesso, il mondo dell’istruzione. Partendo da questa premessa, cercherò di mettere un pochino di ordine e di fissare dei punti fermi. La settimana che va dal 5 al 12 marzo è stata tra le peggiori della mia carriera e di molti dei miei colleghi. Il caos è stato indicibile e, se non fosse troppo forte il paragone, direi che ci siamo ritrovati a fronteggiare una sorta di pronto soccorso didattico. Intanto la priorità immediata è stata di non abbandonare i nostri alunni/e attraverso il mezzo più semplice: il telefono e le chat di Whatsapp. Il primo pensiero è stato il supporto emotivo nei loro confronti, il tenere vivo il rapporto umano e di fiducia che sono alla base non solo di un buon processo di apprendimento, ma dei rapporti tra le persone. Successivamente, ci è piovuta addosso, la solita cieca, arida e fredda burocrazia nonché i soliti commenti banali, offensivi e gratuiti di certa stampa e opinione pubblica che ci immaginavano e festeggiare a casa le solite vacanze gratis! Per prima cosa mi sento di ringraziare tutti gli animatori digitali di tutte le scuole d’Italia, compresi i miei dell’IIS Marconi-Mangano di Catania, che in pochissimo tempo ci hanno supportati e trasformati in smart teacher capaci di usare due piattaforme, contemporaneamente, affinché fossimo in grado di vedere via web i nostri studenti/esse, parlare con loro e fare lezione. I tempi del lavoro casalingo si sono quintuplicati  poiché preparare una lezione per la DAD (didattica a distanza) non è come replicare il modello della didattica in classe. Intanto, bisogna calibrare e rimodulare i contenuti, gli obiettivi e la valutazione, quest’ultima intesa, ancora di più adesso, non come un fine ma come uno strumento di crescita e di autoconsapevolezza da parte degli studenti. È necessario trovare su Internet dei video didattici che siano utili alla comprensione dell’argomento, sfogliare mille volte i libri di testo e altri testi per trovare le pagine più significative da offrire agli studenti/esse, costruire mappe poiché in ogni classe puoi avere uno studente BES, DSA, alunni H che necessitano di una didattica più snella e accessibile. Fatto questo lavoro preliminare, la lezione va caricata sulla piattaforma, vanno inseriti i tempi della consegna e l’orario dell’appello. L’appello è una cosa veramente esilarante. I ragazzi li vedi, sono lì, nessuno può uscire, eppure devi segnare la loro presenza sul registro elettronico. Capita che qualcuno non riesca a connettersi perché ha finito i giga, perché la linea non funziona bene e ti manda un messaggio su Whatsapp: «professoressa oggi non sono a lezione perché ho problemi con Internet.» Allora, che si fa? Il tuo alunno è assente o presente? Poi ti si chiedono altri adempimenti, come ad esempio rimodulare le programmazioni annuali perché la situazione è cambiata. Allora che si fa? Poi ci si mettono di mezzo gli obblighi contrattuali: cosa è di mia competenza e cosa non lo è? Allora che si fa? Poi, succede anche, che hai una famiglia e dei figli da seguire che sono nelle stesse situazioni: scarica piattaforma, guarda il registro per i compiti, cerchi di tenere insieme un filo di normale quotidianità. Allora che si fa? Di questi “poi” ne potrei aggiungere, la lista sarebbe lunga, specie per chi sta in quarantena da solo/a e affronta la solitudine, chi, soprattutto al nord, ha perso amici e parenti e di tutte queste scartoffie digitali non se ne fa proprio niente! Io ho deciso per il buon senso: la mia parola e il mio lavoro (ufficialmente tracciato nelle piattaforme) in quanto pubblico ufficiale, dovrebbero tranquillizzare i dirigenti scolastici, le famiglie e gli studenti poiché nessuno dei professori/esse sta risparmiando energie psicologiche e competenze professionali. Era come scattata la corsa all’efficienza e alla produttività: dover dimostrare con qualsiasi mezzo che nessuno osasse approfittare della sospensione dell’attività didattica per non fare niente. Dunque, misurare, misurare, misurare. È proprio questo il meccanismo perverso che, dalla fabbrica alla scuola, ha ucciso il profondo senso di comunione umana necessario al raggiungimento di un obiettivo condiviso. Poi certo… Anche negli ospedali qualche operatore si è messo in malattia, ma noi applaudiamo la maggioranza che sta in trincea. Lo stesso avviene per la scuola. I comportamenti individuali sono sempre scelte etiche che dipendono dai valori dell’individuo che li esercita, a prescindere dalla norma a cui è costretto. La pandemia ci sta, invece, costringendo a toccare con mano la politica scellerata degli ultimi venti anni in materia di sanità e istruzione pubblica, fatta di sistematica sottrazione di risorse e di tagli lineari. Io credo che, oltre noi che siamo sempre in prima linea, altri dovrebbero fare un rigoroso mea culpa. «Ricordate il governo Berlusconi? Correva l’anno 2008 Un taglio in tre anni di 81.120 cattedre e 44.500 Ata (il personale non docente). È la sforbiciata complessiva di 125.620 posti dal 2009 al 2011 che farà risparmiare all’Erario poco più di otto miliardi di euro». scriveva cosi Il sole 24 ore. Ne vogliamo parlare delle classi pollaio? Ne vogliamo parlare dei locali, spesso non a norma, in cui lavoriamo? Ne vogliamo parlare della mancanza degli ausili digitali che sono a macchia di leopardo non solo nella stessa scuola, ma tra scuole diverse e tra scuole in diverse aree geografiche del Paese? Ne vogliamo parlare delle riforme fatte a costo zero che di fatto hanno abbassato il livello  dell’istruzione e che sono state una inutile passerella per il ministro di turno? Della questione mai risolta del tempo scuola che al sud si riduce solo al 6% nella scuola primaria in termini di tempo prolungato (40 ore)? O della dispersione scolastica? È chiaro che in una situazione di emergenza chi è più fragile resta più indietro perché già lo era prima. Semplice. Non è che se dai un tablet ad un  bambino di una periferia disagiata quello, improvvisamente, viene seguito dai genitori o si connette per fare lezione: ci vuole tanto a capirlo? Di cosa avrebbe bisogno la scuola, ma veramente? Intanto di un Ministro o una Ministra competente, che non sia nominato/a per una appartenenza politica o perché suggerito/a da qualche fondazione. Noi abbiamo bisogno di un serio ripensamento dei programmi che sono ormai troppo anacronistici, abbiamo bisogno di non mischiare troppo l’apprendimento con l’apprendistato o con l’alternanza scuola/ lavoro; non perché queste cose non siano utili, non perché lo/la studente/essa non debba iniziare ad assaporare il mondo del lavoro, ma perché noi formiamo prima persone e poi le competenze e non il contrario.  La scuola non deve essere un reality show che richiede, come un format, un certo tipo di individuo perché il mercato vuole cosi. Ma noi come genitori, alunni e insegnanti cosa vogliamo veramente da questa scuola? Qualcuno poi si esercita a scongiurare, in questo momento, il pericolo della sanatoria con una promozione facile. Divertente… Ma voi credete che le sanatorie non ci sono mai state in passato e per i più innumerevoli motivi?  Voi credete che eserciti di zelanti genitori ora più che mai non ricorrerebbero al TAR ad impugnare ogni inutile cavillo che ha prodotto la burocrazia di questi ultimi anni? Di fronte a tutto questo, io sento solo un forte e ostinato senso del dovere, la fiducia nei riguardi dei miei studenti ai quali, all’inizio di questa avventura, è stata mia premura indirizzare una lettera che allegherò a questo articolo. Alla fine l’insegnante è solo colui/e capace di lasciare un segno dentro ai suoi studenti che germoglierà nel tempo.

Catania 10 Marzo 2020

Carissimi ragazzi/e,

all’inizio di ogni anno scolastico utilizzo una nuova agenda sulla quale scrivo un pensiero che mi accompagnerà per tutto il periodo. Ecco cosa avevo scritto a settembre: «per quanto siano lunghe le stagioni, non è un tempo infinito quello che deve passare.» No, non sorridete… Non era in relazione alla scuola che, vi ho detto in più occasioni, è un luogo che mi piace abitare. Era una riflessione che partiva da un mio momento di transizione, uno di quei momenti che la vita ci pone davanti. Esattamente come sta succedendo adesso! Mi fa piacere condividere con voi questo mio pensiero che considero profondamente vero. In questi giorni di smarrimento, se non si è allenati, è un pochino difficile orientarsi; ma anche per chi lo è deve dimostrare di aver imparato bene la lezione ed essere disponibile a mettersi sempre in gioco. Per questo c’è la scuola, ci sono i maestri e ci sono i libri, ma non solo.  Tutti noi siamo impegnati a darvi indicazioni sulla didattica a distanza, mi chiedete delle verifiche, tuttavia il mio pensiero, ora, non è semplicemente “burocratico.” In questo momento sento che è più importante parlare alla vostra anima. Per me che insegno letteratura, paradossalmente, questo è un tempo propizio. I libri si capiscono meglio, perché troviamo quelle parole necessarie che ci curano, confortano, orientano. La letteratura non è semplicemente un oggetto di verifica ma è quel potente strumento che ci accompagna dentro la vita e diventa la vita stessa. Con la letteratura, tutta l’arte in generale. Ogni poeta e filosofo ci ha consegnato dei modelli generali a cui fare riferimento, essi sono quelle mani materne che ci rimettono in piedi. Forse, se non fossimo stati tutti in quarantena, non ci sarebbe stata nemmeno questa occasione per parlare in questi termini poiché ciascuno di voi, me compresa, sarebbe stata presa da altro.

Per tutti questi motivi, vi suggerisco piccoli esercizi di bellezza quotidiana:

  • Come dice il mio caro Don Gigi Verdi è fondamentale essere leggeri. Come si fa? Ritagliate mezz’ora al giorno per curare corpo, mente e anima. Camminate (da soli di più, anche per andare a comparare il pane e vi renderete utili a casa), nutritevi con pensieri buoni che sono il cibo migliore;
  • Non abbiate paura dei pensieri vorticosi o di quel tempo che non prende forma, è normale, abbiamo tutti necessità di un nuovo adattamento;
  • Cercate di trovare un ritmo tutto vostro alle giornate: il tempo per la scuola a distanza, per lo studio pomeridiano e per un hobby (non è mai troppo tardi per cominciare);
  • Non contate come passano i giorni ma aggiungete vita ai giorni, occorre essere creativi e recuperare la parte migliore del fanciullino pascoliano;
  • Uscite dalle abitudini che sono la nostra comfort zone, oltre quello che pensiamo di essere c’è un tesoro e infinite possibilità da scoprire. Noi siamo un universo in espansione;
  • Non desiderate di tornare alla normalità di prima, non ci sarà più. Quindi non guardate con nostalgia a quello che stiamo perdendo adesso, ma con desiderio per il nuovo che verrà;
  • Cercate di essere miti e gentili. Chi saprà fare tesoro di questa difficoltà, chi saprà attraversarla, fiorirà come un essere umano degno di questo nome;
  • Abbiate gratitudine per la vita: non è mai scontato quello che abbiamo e le cose possono cambiare velocemente;
  • Abbiate occhi nuovi: togliete la sabbia e stupitevi cercando ogni dettaglio che vi insegni qualcosa. Anche un oggetto ha una storia da raccontare.

10- Vi consegno delle frasi. Leggetele senza fretta. A ciascuno di voi diranno, certamente, qualcosa di importante.

«Tutto è portare a termine e poi generare. Lasciar compiersi ogni impressione, ogni germe di un sentimento dentro di sé nel buio, nell’indicibile, nell’inconscio irraggiungibile alla propria ragione, e attendere, con profonda umiltà e pazienza, l’ora del parto di una nuova chiarezza: questo si chiama vivere da artista, nel comprendere, come nel creare».

«Qui non si misura il tempo; maturare come l’albero, che non incalza la sua linfa e sta sereno nella tempesta di primavera, senza apprensione che l’estate non possa venire, perché l’estate viene: viene ai pazienti che attendono e stanno come se l’eternità giacesse avanti a loro.» Rainer Maria Rilke

«Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio».

«Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra».

«Un lungo viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede». Lao Tze

«Io credo che dalla vita si possa ricavare qualcosa di positivo in tutte le circostanze». Etty Hillesum

 Forza e arrivederci ragazzi. Io credo in voi. Prof.ssa Giovanna Nastasi

 

Articolo di  Giovanna Nastasi

NJJtnokr.jpegGiovanna Nastasi è nata a Carlentini, vive a Catania. Si è laureata in Pedagogia e Storia contemporanea e insegna Lettere negli istituti secondari di II grado. La sua passione è la scrittura. Ha pubblicato un romanzo, Le stanze del piacere (Algra editore). 

Un commento

  1. Carissima Giovanna, condivido pienamente il contenuto di questo bellissimo articolo sulla scuola, perché è la stessa visione che anche io ho da docente. Per noi in Lombardia l’ultima campanella è suonata ancora prima, il 22 febbraio, e da allora tutta la nostra vita è cambiata, specie qui da me, a pochi chilometri dalla prima zona rossa di Codogno. Soprattutto nella parte finale mi hai davvero coinvolta, perché ciò che affermi su alternanza, programmi e soprattutto cosa sia l’insegnante, è ciò che in tanti e tante pensiamo. Grazie per aver dato una forma così lineare e veritiera ai nostri pensieri. Buona Pasqua!

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