Donne disobbedienti

La nostra amica e coreferente di Toponomastica femminile per la Sicilia Ester Rizzo, proseguendo i suoi studi e le sue indagini sulle figure femminili, si è occupata questa volta di “donne disobbedienti”; è sempre lei ad aver scritto il prezioso libro Camicette bianche. Oltre l’8 marzo, ad aver pubblicato nel 2018 il suo primo romanzo (Le ricamatrici) e ad aver curato Le Mille. I primati delle donne, da cui nascono molte delle biografie che compaiono su questa rivista. Le donne, costrette da sempre e praticamente in ogni contesto culturale, all’obbedienza, al silenzio, all’ignoranza, alla vita domestica, alla riproduzione, in realtà – vorrei dire “per natura”- sono ribelli e, appena possono, rivelano la loro forza di contestatrici e di disobbedienti. In questa ampia e diversificata rassegna, i campi in cui più le donne hanno manifestato con decisione il loro dissenso e le loro rivendicazioni sono relativi all’istruzione, all’accesso quindi alle professioni tradizionalmente precluse, all’emancipazione attraverso il lavoro e l’autonomia  economica, al diritto di voto, tappa essenziale per far sentire la propria voce. Parlando di lavoro emergono anche la richiesta della parità salariale e la lotta a tutte le forme di discriminazione. Le donne poi si sono sempre occupate della tutela dei minori e delle altre donne, quelle più sole, più sventurate, ecco dunque la battaglia tenace contro le mutilazioni genitali, i matrimoni forzati e precoci, la prostituzione, contro gli stupri etnici e gli stupri intesi come “bottino di guerra”, una piaga che si ripresenta ad ogni conflitto. A proposito di pace, gli esempi nel libro – e non solo – ci ricordano che le donne sono sempre, direi per essenza e costituzione, portate a rifiutare la guerra, forse perché sono invece generose dispensatrici di vita.
Ma veniamo al testo. La suddivisione interna in capitoli comprende 17 tappe,
a partire dalla prima disubbidiente: Eva, che scelse di essere umana e di condividere l’esistenza – pur fra dolori, gravidanze, difficoltà – con Adamo, lasciando l’Eden per andare incontro a un destino incerto. Ma senza di lei non ci saremmo tutte quante noi. Il libro prosegue ricordando le monache disobbedienti, quelle donne costrette alla vita claustrale da interessi di famiglia che tuttavia trovarono le energie, la costanza, la forza di ribellarsi. Ester ha scelto di raccontarci personaggi poco noti, di cui è riuscita a trovare tracce, togliendoli dall’ombra. Fra i casi citati, mi ha molto colpito la nobildonna Anna Valdina, chiusa a 12 anni nel monastero delle Dame a Palermo, che lottò per 52 lunghissimi anni per uscire dalla prigionia, con tutti i mezzi, finché nel 1699 ottenne dal Tribunale la sospirata libertà, non senza aver dovuto lasciare la sua dote al convento. Preferiva essere povera ma libera; e da donna libera morì, solo tre anni dopo.
Sono belle le figure di donne che sfidano le convenzioni, perfino con l’abbigliamento, simbolo della femminilità per eccellenza. Ma ci sono alcune che indossano i pantaloni non per creare una nuova moda, solo perché più comodi se si vuole scalare una montagna (come fece più volte, con risultati eccellenti, l’americana Ann Smith Peck) o se si lavora faticosamente nei campi (come la massara siciliana Francisca); altre si mettono i pantaloni per fingersi uomini, riuscendo così a svolgere mansioni di chirurga militare (Margaret Ann Bullkley, una vera pioniera: fu la prima a praticare un taglio cesareo) e a circumnavigare il globo con una spedizione scientifica (Jeanne Baret, le cui ricerche e scoperte non furono mai rese note a suo nome).
Due donne eccezionali – fra le tante – vengono qui citate per le loro battaglie vittoriose contro il razzismo: la principessa Isabel Gonzaga, detta “a Redentora” perché riuscì ad abolire la schiavitù in Brasile, e la schiava ribelle Harriet Tubman che, fra fughe avventurose e spedizioni armate, dedicò la vita all’abolizionismo e alla conquista di diritti per la popolazione di colore, all’epoca della Guerra di Secessione.
Altre nobili figure vengono ricordate nella strenua opposizione al Nazismo e al Fascismo: dall’attivista del movimento “La rosa bianca” a Irena Sandler, da Norma Parenti, barbaramente uccisa a soli 23 anni, a Maria Montuoro, che lasciò la sicurezza della Sicilia per partecipare alla Resistenza, fu deportata, ma riuscì a ritornare (e raccontare l’inferno dei lager). Tante le donne che protestarono contro l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915, tante le pacifiste, ieri come oggi. Nel libro Ester Rizzo racconta la breve vita di Rachel Corrie, una giovane americana impegnata nel Movimento per la pace e la giustizia, divenuta osservatrice dei diritti umani nella striscia di Gaza, dove perse la vita nel 2003 travolta da un pesante mezzo meccanico.
Finita la Seconda guerra mondiale, una nuova era si apre per le italiane, finalmente ammesse al voto: emergono allora le prime elette come consigliere comunali, deputate, senatrici e, di conseguenza, quelle 21 facenti parte dell’Assemblea Costituente. I nomi di molte di loro, fortunatamente, sono assai noti, anche per la successiva carriera politica (una per tutte: Nilde Iotti), ma nel libro viene scelto di ricordare Maria Maddalena Rossi per la sua battaglia affinché le violenze subite dalle donne in guerra non passassero sotto silenzio; fortemente pacifista, si impegnò anche per rendere più rapide le pratiche delle adozioni, lottò per far entrare le donne in magistratura e fu sindaca di Portovenere.
A proposito di accesso a professioni precluse al genere femminile, Rizzo intervista una pioniera: Rosanna Oliva de Conciliis, che, dopo la laurea in Scienze politiche, desiderava intraprendere la carriera prefettizia. Naturalmente quando volle partecipare al concorso, la sua domanda venne respinta per mancanza del requisito essenziale: il sesso maschile! Ma la tenacia vinse: il suo ricorso al Consiglio di Stato portò addirittura al cambiamento della legge perché in evidente contrasto con l’art. 51 della Costituzione. Da questo momento in poi si aprirono alle donne le strade della magistratura, della diplomazia e dei massimi gradi della Pubblica amministrazione. Rosa Oliva non si è fermata: dopo una brillante attività professionale, oggi si occupa di blog e tecnologia informatica, di difesa dell’ambiente, scrive libri, interviene in convegni, ha fondato associazioni come la “Rete di parità” che ha promosso con successo la riforma del cognome. In questo 2020 potremo con soddisfazione celebrare i sessant’anni da quella storica sentenza, la n. 33 del 1960, per cui non ci dovremmo stancare di ringraziarla.
Ad altre donne speciali Ester dedica un intero capitolo per evidenziarne la rilevanza e il ruolo che hanno avuto, ciascuna in un diverso Paese e in un diverso ambito. Troviamo in India Sampat Pai a cui si sono unite tante donne con il loro elegante abito, il sari, di colore rosa: rosa perché il loro movimento si chiama Gulabi Gang e “gulabi” significa appunto “rosa”, fiore simbolo di dolcezza. Ma alla dolcezza, in circostanze di violenza domestica, matrimoni combinati, continue angherie, si sono sostituite l’azione e la forza, grazie a precise tecniche di autodifesa e alla battaglia per la parità di genere. Un altro loro obiettivo è quello della eliminazione della “violenza per dote”, ancora diffusa nelle zone più arretrate e povere: quando una famiglia non è in grado di pagare la dote promessa, la sposa può essere uccisa. «Tutta la mia vita è stata un inferno. Soggetta a  mio padre, poi a mio marito e infine a mio figlio. Una ragazza non può trovare la felicità né in casa del padre né in quella del marito.» così ha scritto Sampat Pai nel suo libro Con il sari rosa.
Altro Paese, il Burundi, altra storia: quella di Maggy Baranktise che nel 1994 ha fondato la Maison Shalom, accogliendo nel tempo più di cinquantamila bambini e bambine durante il terribile conflitto fra tutsi e hutu che ha coinvolto anche il Rwanda. La sua vicenda è raccontata nel libro Madre di diecimila figli in cui emerge il suo carattere ribelle, disobbediente alle autorità e alle convenzioni, sempre pronta a denunciare soprusi, ingiustizie e corruzione. Un episodio mi ha colpito: il 16 giugno 1997 si svolge un evento ufficiale organizzato dall’Unicef nel campo profughi di Butezi. «Mentre si prepara la cerimonia, Maggy è incaricata di distribuire le bandiere ai bambini che dovranno sventolarle al passaggio delle autorità. Per lei è una follia, i bambini hanno a malapena degli stracci per coprirsi e sono mezzi nudi. Si ribella (…) ma la zittiscono. Allora decide di disobbedire. Si organizza con altre donne e cuce a due a due le bandiere ricavandone delle mutande. I bambini sfileranno con i colori dell’Unicef, ma sulle chiappe» (p.120).
Terzo Paese, l’Egitto; questa volta la protagonista è Nawal El Saadawi, la prima donna a denunciare nel 1972 la disumana pratica dell’infibulazione, che lei stessa era stata costretta a subire. Laureata in medicina e attiva nelle comunità più arretrate, dopo la pubblicazione del suo libro Women and Sex cadde in disgrazia; in seguito fu anche messa in prigione dove, con l’aiuto delle compagne, riuscì a scrivere un altro libro di denuncia: Memorie dal carcere delle donne. «Oggi in Egitto vorrebbero privarla della nazionalità» scrive Rizzo (p.144).
Il capitolo dedicato a due attiviste afghane apre uno squarcio su una realtà ignorata in Occidente: la ribellione femminile in un Paese travagliato da guerre, colpi di stato, invasioni. Ricorda l’autrice che fu Emma Bonino a sollevare il velo sulle condizioni di vita delle donne, nel 1997, con la campagna “Un fiore per Kabul”. Qui sono presenti due ritratti: quello di Meena Keshwar Kamal, fondatrice con altre della Rawa (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan), a soli 31 anni rapita, torturata, uccisa e fatta sparire (sorte condivisa dal marito); l’altro è quello di Malalai Joya, la cui vicenda personale va in parallelo con le vicissitudini attraversate dal suo «Paese tragico», con partenze, ritorni, illusioni, vendette. Più e più volte le è impedito di parlare, nelle vesti di candidata e poi di eletta, in un’assemblea che lei sa bene essere formata da persone corrotte al soldo di una o di un’altra potenza. Vuole smascherarle con la forza delle parole e del ragionamento, ma ogni volta le viene chiuso il microfono, finché semplicemente è stata espulsa dal Parlamento, nel 2007. Ma lei gira il mondo per far sentire la sua voce e non perde occasione, anche ricevendo premi prestigiosi, di porre l’accento sulla situazione del suo popolo.
Prima di concludersi con alcuni esempi di “resistenti” attuali, da Olga Misik a Carola Rackete, il libro racconta la storia di alcune coraggiose testimoni di giustizia e di collaboratrici che hanno sollevato il velo dell’omertà su mafia e ‘ndrangheta: Lea Garofalo, medaglia d’oro al merito civile per la sua tenace testimonianza; Rita di Giovane, che con le sue rivelazioni portò in carcere 90 esponenti delle cosche; Diletta Bellotti che si batte tuttora contro lo sfruttamento dei braccianti in un settore definito “agromafia” dal ricchissimo volume di affari; la polacca Ewelina che si mette contro la potente famiglia del marito, dando un grande esempio alle calabresi e dimostrando che il destino si può cambiare.

Immagine finale. donne_disobbedienti

Questo libro di Ester Rizzo (Donne disobbedienti, Navarra, Palermo, 2019), bello e utile, dovrebbe essere letto da tutte le donne, ma specialmente dalle giovani perché, grazie agli esempi di chi ha lottato e lotta contro soprusi, pregiudizi, stereotipi, violenza, imparino che L’obbedienza non è più una virtù, come spiegava con parole e scritti don Lorenzo Milani nel lontano 1965 a proposito di obiezione di coscienza. Ma lui, si sa, era un uomo “avanti”, che accettava il confronto e condivideva ogni pacifica battaglia per la giustizia sociale.

 

 

Recensione di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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