L’affinità dei sensi al tempo di una quarantena

Si può vedere il silenzio? Una sinestesia possibile in questi giorni di quarantena che incrocia non solo l’udito con la vista, ma anche con l’olfatto e il gusto, eccetto il tatto.
Siamo in casa e pensiamo a nuovi piatti da cucinare. Così percepiamo odori a cui non eravamo più tanto abituate/i tra le mura delle nostre stanze e gustiamo sapori, magari, della tradizione.
La vista è coccolata dai libri che non avevamo mai il tempo di leggere, dai film che dovevamo recuperare da infiniti giorni.
L’udito è ricompensato da musica in cassa e voci lontane al telefono.
Ecco, il tatto non c’è perché ci sono i metri, i chilometri a distanziarci.
Compensiamo il quinto senso acuendo la percezione di ciò che ci sta intorno con gli altri quattro, perché questo è quello che fanno le persone quando vivono senza una di loro: affinano tutti gli altri sensi rimasti. È questo che fa chi è cieco, riconosce le persone intorno attraverso il profumo che emanano o le forme del volto. È questo che fa chi è sordo: legge dei sottotitoli, aguzza lo sguardo, affina la vista in cerca non dei suoni ma degli effetti che producono i suoni.
È questo che fa chi è muto: scrive, tocca penne e taccuini, stende l’orecchio per captare suoni che, restando imprigionati in gola, possa almeno riprodurre nella propria anima.
Le persone menomate di uno dei cinque sensi rafforzano la percezione dell’altro/a attraverso l’anima, aumentano l’empatia, arricchiscono i pensieri e fortificano l’immagine inconscia del loro corpo.
Noi oggi in quarantena per contagio da virus non possiamo toccare. Sembra una distopia, perché toccare in questo senso non vuol dire allontanarsi da qualcosa che scotta o che è ghiacciata, non vuol dire astenersi dallo sporcarsi le mani con qualcosa di immediatamente vicino. Vuol dire non avere contatti tra di noi, perché le controindicazioni sarebbero ben peggiori di una ustione, di un raggelamento e di una macchia. In questo caso il tatto raggruppa tutti gli altri sensi, trascinandosi l’impossibilità di vederci, di sentire i reciproci odori, di ascoltare i propri respiri e le parole vive. Il tatto è signore indiscusso degli altri quattro sensi e come tornado li risucchia.
E a noi quale senso resta da sviluppare per compensarne uno così potente?
Io voglio dire l’istinto, quell’istinto primordiale e selvaggio che è dentro di noi. Sto leggendo in questi giorni Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés che sollecita le donne a mettersi in ascolto del loro intuito. Infatti, mi sta rivelando un mondo sotterraneo dell’animo femminile, abitato dalla Loba (La Donna lupo) o da La Que Sabe (Colei che sa), ovvero la natura selvaggia pronta ad essere riesplorata anche se, apparentemente, sepolta.
Clarissa Pinkola Estés indaga l’istinto primordiale femminile attraverso la lettura di fiabe e favole antiche che illuminano il percorso negli abissi del profondo femminino, in cui le protagoniste riescono nel lieto fine perché nutrono fiducia e danno ascolto al loro intuito, divenendo creative nell’escogitare vie di fuga da situazioni di pericolo e, attraverso l’invenzione, a destreggiarsi nelle situazioni più disparate. Lei scrive con grande luminosità: «tutti i racconti contengono materiale che può essere considerato uno specchio che riflette i mali o il benessere della vita intima».
Ebbene, con una chiave interpretativa, questa raccolta di storie mi sta guidando nell’approfondimento della genialità femminile che parte dalla lettura degli scritti e delle opere, dell’arte figurativa, prosa e poesia delle nostre madri per approdare a chiarire qualcosa in più di me, ad indagare il mio inconscio e renderlo partecipe di questo reale presente drammatico che mi impone di accettare la morte della madre ottimale (quella metaforica madre rassicurante e confortevole nella analisi di Pinkola Estés) e di vivere, a partire da lei, liberando la capacità istintiva con consapevolezza e creatività di cui lei stessa ha lasciato traccia.
Questa potrebbe essere la strada di tutte: leggere favole e fiabe, ma anche romanzi e saggi di donne così da acuire il senso intuitivo e approdare ad una rinascita creativa e fiorente e «sbrogliare le ossa» nell’attuale stato di «selvaggia pazienza», per riprendere, come fa la stessa Pinkola Estés, la poesia di Adrienne Rich.
L’esercizio che sto facendo in questi giorni è un mandala di intelletto femminile: continuo ad incrociare percorsi di eccellenti lavori di donne, poete, scrittrici in prosa, artiste di epoche lontane e vicine, come se fossero linee e percorsi di un unico disegno che mi portano, piano piano, al centro meditativo che, come ogni mandala che si rispetti, evoca quella dimensione interiore e profondamente meditativa che rappresenta il fine e la congiuntura dei tratti laterali. Nel mio caso il fulcro centrale è l’autorità della creatività femminile: da essa apprendo, di essa mi nutro per avviluppare la mia stessa creatività e trovare una strada che mi soddisfi, riempia le mie giornate solitarie e mi aiuti a costruire la base di ciò che farò in futuro, futuro prossimo, quando potrò tornare ad uscire di casa.
Sviluppando la creatività rinnovo l’udito, l’olfatto, il gusto, la vista, sensi ardenti che mi restituiscono il mio Io.

In copertina. La loba. Disegno di Lucy Campbell (particolare)

 

 

Articolo di Gemma Pacella

VeDP-9OONata a Foggia e laureata in Giurisprudenza con una tesi dal titolo “Il linguaggio giuridico sessuato: per la decostruzione di un diritto sessista”. Attualmente svolgo un dottorato di ricerca in Management and Law. Studio il femminismo che nel tempo e nello spazio attraversa la nostra civiltà.

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