L’emergenza coronavirus sui corpi delle donne

Quella delle donne che in questo periodo devono abortire è un’emergenza nell’emergenza: aborti rinviati, medici assenti e reparti chiusi.
«Da quando abbiamo aperto il canale Telegram “SOS Aborto_COVID-19” abbiamo ricevuto circa 50 segnalazioni per la sospensione dei servizi di Ivg in una sola settimana». Sono questi solo alcuni dei numeri delle donne che avrebbero dovuto abortire
nei primi giorni di lockdown ma si sono ritrovate davanti a reparti serrati, centralini che non rispondono, medici non più disponibili perché trasferiti altrove. A parlarcene è un’attivista di Obiezione Respinta, una rete che dal 2017 si occupa di accesso all’aborto e alla contraccezione e che in questi giorni si ritrova a gestire chiamate, segnalazioni, richieste di aiuto.
L’emergenza del coronavirus, infatti, ha avuto un doppio impatto sui corpi delle donne. Non soltanto perché ha condannato ad un isolamento pericoloso chi vive in situazioni di violenza domestica, ma anche perché alcuni servizi dedicati alle donne sono stati semplicemente sospesi, senza dare delle alternative valide. E così è stato anche per l’aborto: con l’emergenza, infatti, le operazioni non essenziali sono state rinviate e gli aborti farmacologici rientrano fra quelle. Tutto ovviamente cambia in base alle zone: ci sono città, come Lodi, dove il servizio di Ivg farmacologico è stato completamente sospeso
all’inizio dell’epidemia, e aree meno congestionate dove ci sono ancora dei margini di manovra. Ad ogni modo, in molte città d’Italia il percorso per ottenere l’accesso all’Ivg è diventato ancora più tortuoso.
Quando ricevono le segnalazioni, le attiviste di Obiezione Respinta indirizzano le donne in luoghi dove ancora è possibile praticare l’aborto, in base alle informazioni che raccolgono su scala nazionale: «Oltre ai problemi di spostamento dati dall’impossibilità di muoversi da un comune all’altro, bisogna anche tenere conto del fatto che non in tutti gli ospedali queste donne vengono trattate bene, a causa dell’alta presenza di medici obiettori di coscienza. Per questo la situazione non è per niente facile».
A tutto ciò si aggiungono situazioni complicate dal punto di vista personale: donne, ragazze, che sono state costrette a tornare in famiglia per via dell’emergenza, difficilmente ora possono giustificare assenze di intere giornate. Anche per questo la rete Obiezione Respinta ha organizzato una linea specifica di supporto telefonico post-aborto, dove psicologhe volontarie da tutta Italia si sono date disponibili.

foto di Elisa

Il problema, però, è a monte e riguarda il modo stesso in cui l’aborto è regolato in Italia: «L’aborto farmacologico prevede formalmente tre giorni di ricovero, nonostante poi la maggior parte delle donne che abortisce firmi per andarsene il giorno stesso, spiega ancora l’attivista, mentre l’aborto chirurgico ne prevede uno soltanto».
Solo in alcune regioni (Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Liguria, Puglia, Lombardia, Umbria) è possibile ricorrere all’IVG farmacologica in day hospital. Non è un caso, infatti, che in Italia «soltanto il 17,8% degli aborti sia farmacologico, contro il 97% in Finlandia, il 93% in Svezia, il 75% in Svizzera, il 67% in Francia», come scritto in un comunicato dalla Rete Pro-choice, rete italiana contraccezione e aborto. Si tratta di una scelta ben precisa che mira a ostacolare l’accesso delle donne all’Ivg e che ora con l’epidemia in corso sta facendo «esplodere tutte le sue conseguenze sulla pelle di queste donne».
Tutto ciò fa sì che, anche nei casi in cui l’aborto venga portato a termine nonostante l’emergenza, le donne siano esposte ad un rischio concreto per la loro salute, dovendo necessariamente recarsi in ospedale con i rischi del contagio. C’è chi, come l’associazione Luca Coscioni, chiede ad esempio di favorire «l’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica, consentendo di svolgere alcune fasi della procedura anche presso un consultorio». Già in altri Paesi europei, infatti, l’aborto farmacologico viene eseguito nei consultori o a distanza.
Proprio per questo, oggi più che mai,
la rete Obiezione Respinta, assieme a IVG, ho abortito e sto benissimo e a Non Una Di Meno lanciano una campagna che chiede “l’estensione della possibilità di accesso all’aborto farmacologico fino alla nona settimana di amenorrea, l’eliminazione del regime di ricovero ospedaliero ordinario, ove presente. L’eliminazione della settimana di sospensione, che in questo periodo si è rivelata un ulteriore ostacolo alla possibilità di abortire entro i termini di legge, e la possibilità di somministrazione della RU486 nei consultori e da parte del personale ostetrico e infermieristico, in linea con quanto già avviene in altri Paesi europei”.
Questo il testo di una lettera che verrà inviata al governo, per chiedere sicurezza (quella vera) e salute, in un periodo in cui di entrambe è rimasto poco.
Perché la salute delle donne non è di serie B.

 

Articolo di Elisabetta Elia

Z71moDg8In lei vivono tre mondi: quello della Calabria, dove è nata, quello di Roma, dove ha studiato Lettere Moderne e poi giornalismo, quello del Kurdistan, dove non è ancora stata ma è sicura che andrà. Appassionata del mondo del sociale, dei cambiamenti che vengono dal basso e delle lotte femminili e femministe: la sua ambizione è vederli e raccontarli. E con le parole, magari, trasformare il mondo.

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