La resistenza delle artiste figurative

La realtà è stata da sempre fonte ispiratrice per l’arte, che, anche quando è astratta, come dice il termine stesso (ab-straho), è comunque tratta dal mondo reale. Inoltre l’essere figurativa o astratta non influenza la qualità dell’opera, poiché l’artista che guarda la realtà, non imitandola semplicemente, è creatore o creatrice come lo è l’astrattista. I due termini astrazione e realismo, messi a confronto nell’opinione comune, sembrano essere apparentemente in contrapposizione. Pare esserci una linea netta, separatrice, tra il visibile, cioè quello che visivamente percepiamo, e l’invisibile che si nasconde alla nostra vista. In realtà, se guardiamo bene, il soggetto vero dell’opera d’arte è sempre lo stesso: quello che l’artista vuole comunicarci e lo fa servendosi sia di forme note, sia di forme inventate. Questa che segue è una selezione delle artiste che, in un periodo in cui andava di moda l’astrattismo, hanno continuato a riprodurre un mondo riconoscibile, spesso, dopo l’esperienza delle avanguardie, proposto in stile surrealista, con visioni oniriche, o espressionista, con colori forti e pennellate violente.

Evangelina Alciati (Torino 1883 – 1959)
Prima donna a frequentare l’Accademia Albertina di Torino, a Parigi ebbe modo di completare la sua formazione. Ha partecipato a importanti mostre in Italia ed era molto apprezzata per il suo pacato naturalismo. I suoi ritratti sono lontani dalle frivolezze di moda e mostrano un’acuta indagine psicologica. Molti i paesaggi, gli interni di case e i fiori recisi in vaso. La morte dell’unico figlio in un’escursione in montagna la portò a chiudersi nel suo dolore; dopo la guerra riprese a dipingere, ma ormai il suo stile era superato.

Fig. 1_ Ritratto-di-Fiorenza-Boccalatte-Evangelina Alciati
Ritratto di Fiorenza Boccalatte, Evangelina Alciati

Adriana Pincherle (Roma 1905 – Firenze 1996)
Nata da padre ebreo, ingegnere, e da madre cattolica, di origini nobili, fu molto legata al fratello Alberto, che diventerà famoso con lo pseudonimo di Alberto Moravia. Dopo gli studi classici frequentò la scuola libera del nudo ed esordì alla “Prima mostra romana d’arte femminile”. Il viaggio a Parigi, dove rimase colpita dagli impressionisti e dall’intensa cromia di Matisse, fu decisivo per la sua maturazione artistica. Artista prediletta dal critico Roberto Longhi, che definì le sue pitture «plastiline intrise di colori violenti», espose in molte città in Italia e all’estero. La sua specializzazione erano i ritratti, spesso ha ritratto anche sé stessa, e negli ultimi tempi gli interni domestici. La sua pittura era figurativa, ma con una grande passione per il colore.

Fig. 2_Ritratto di Elsa Morante_Adriana_Pincherle
Ritratto di Elsa Morante, Adriana Pincherle

Eleonora de’ Nobili Augusti, nota come Nori de’ Nobili (Pesaro 1902 – Modena 1968)
Di famiglia nobile e benestante, a Firenze fu allieva del pittore macchiaiolo Ludovico Tommasi. Personalità fragile e tormentata, in perenne contrasto con la famiglia, che avrebbe voluto per lei un buon matrimonio, cominciò a dare segni di squilibrio e tentò il suicidio. Il dolore per la morte del fratello peggiorò il suo stato di salute mentale e fu rinchiusa in una clinica di Modena, dove rimase trentatré anni, fino alla morte. Qui l’agiatezza economica le permise di avere una stanza tutta per sé, rifornimenti di colori e riviste con cui tenersi aggiornata sulla vita culturale del tempo. Si dedicò completamente alla poesia e alla pittura, scrisse un’autobiografia in versi e realizzò oltre mille opere pittoriche in stile espressionista, in particolare autoritratti, dove compare sempre ben vestita e ben curata. Dipingeva infermiere, compagni di degenza, gatti, su qualsiasi superficie avesse a disposizione: scatole di medicinali, carte di cioccolatini, lastre radiografiche. Nella serie delle bambole, si ritrae in abiti maschili, non mostrando quasi mai il suo volto, nascondendolo dietro ventagli o maschere, quasi spettatrice del mondo che la circonda. Nel 2012 la sua città, Pesaro, le ha dedicato un Museo, uno dei pochissimi al mondo dedicato interamente a una figura femminile.

Fig. 3_Nori-con-vestaglia-a-fiori-Nori de'Nobili
Nori con vestaglia a fiori, Nori de’ Nobili

Lia Noto (Palermo 1909 – 1998)
Esordì al fianco di Renato Guttuso, e col marito, Guglielmo Pasqualino, fece della sua casa di Palermo un salotto frequentato da intellettuali e artisti del tempo. Presente a numerose mostre nazionali e internazionali, fu la prima donna ad aprire e a gestire quella che fu la prima galleria privata di Palermo, la galleria Mediterranea, grazie all’appoggio della marchesa De Seta, che le offrì come sede il suo palazzo. Fece parte del Gruppo dei Quattro (insieme a Giovanni Barbera, Nino Franchina, Renato Guttuso), distinguendosi per le atmosfere magiche dei paesaggi; nei ritratti e nelle nature morte prevale una solidità dei volumi, resi con vigorose pennellate di colore.
Ribellandosi a un sistema carico ancora di tanti pregiudizi nei confronti di un’artista donna, giocò sull’ambiguità della sua firma, Pasqualino Noto, e si finse uomo, facendosi anche sostituire in qualche occasione dal marito. Durante la guerra sostenne e ospitò nella sua casa ebrei e anarchici. In seguito la sua pittura si fece più intima e la sua attività espositiva diradò, anche se continuò a dipingere fino alla morte, rimanendo fedele all’arte figurativa, che ormai aveva ceduto il passo all’astrattismo.

Fig. 4_Donne alla finestra_Lia Pasqualino Noto
Donne alla finestra, Lia Noto

Maria Palliggiano (Napoli 1933-1969)
Negli anni in cui frequentava a Napoli l’Accademia fu nel gruppo degli allievi del futurista Emilio Notte, che poi sposerà, anche se più vecchio di lei, e col quale ebbe un rapporto controverso, in un’altalena di infedeltà e gelosie. Vittima di un perbenismo ipocrita, accusata di essere una cattiva moglie e una cattiva madre, voleva fare l’artista, ma fu tenuta ai margini del movimento napoletano che cercava nuove strade. Più volte ricoverata in una clinica psichiatrica, le gallerie rifiutavano di esporre le sue opere, che si tingevano di colori sempre più ossessivi, dissonanti, raffigurando i suoi tormenti interiori. Maria sfidò i pregiudizi con la sua arte, un figurativismo surreale, con una densa materia pittorica su fondi sempre più scuri. Due volte tentò il suicidio. Morì sparandosi un colpo di pistola a trentasei anni. Prima di morire, distrusse molte sue opere, foto, scritti, documenti: quelle che ci restano sono sopravvissute perché custodite in uno studio fuori dall’abitazione dell’artista.
Su questa donna tormentata è stato girato nel 2007 un film, Ossidiana, un vetro vulcanico, fragile e forte come la pittrice stessa.

Fig. 5_ Senza titolo_Maria Palliggiano
Senza titolo, Maria Palliggiano

Vanessa Stephen Bell (Londra 1879 – Charleston 1961) – Sorella maggiore di Virginia Woolf, studiò pittura alla Royal Academy. Alla morte dei genitori, si trasferì nel quartiere di Bloomsbury con Virginia e altri due fratelli e, in questa casa dove quattro ragazzi poco più che ventenni vivevano in assoluta libertà, ricevevano artisti, scrittori e intellettuali. Il gruppo sarà poi chiamato Bloomsbury Group. Libera da impegni familiari, qui Vanessa poteva dipingere quanto voleva e si avvicinò all’impressionismo. Sposatasi con Clive Bell, ebbe col marito un rapporto aperto, che le permise di avere amanti, tra cui il pittore Duncan Grant. L’incontro col critico d’arte Roger Fry le aprì poi la conoscenza degli ambienti postimpressionisti. Si dedicò con passione anche alle arti applicate, decorando mobili e ceramiche, disegnando stoffe e costumi teatrali. Allo scoppio della guerra si ritirò nella campagna del Sussex, insieme a Duncan. Due dolori la colpirono profondamente: la morte del figlio nella guerra di Spagna e il suicidio della sorella Virginia.

Fig. 6-Il ponte ad Auxerre_Vanessa+Bell
Il ponte ad Auxerre, Vanessa Stephen Bell
Fig.7_Autoritratto_Vanessa+Bell
Autoritratto, Vanessa Stephen Bell

Mela Muter, pseudonimo di Maria Melania Mutermilch (Varsavia 1876-Parigi 1967)
Nata in una ricca famiglia ebraica, molto sensibile alle arti, a venticinque anni si traferì dalla Polonia a Parigi; qui cominciò a esporre nei Salon e fece parte di quel gruppo di artisti noto come Scuola di Parigi. Il suo stile, all’inizio post-impressionista alla maniera di Van Gogh e simbolista, diventò più tardi espressionista, con vedute fauve contraddistinte da colori puri e decise pennellate. Dai paesaggi e dalle nature morte passò a fare ritratti e molte sue opere trattano il tema della maternità. Durante la Seconda guerra mondiale visse ad Avignone e al suo ritorno a Parigi dipinse meno intensamente, ostacolata da problemi alla vista. La sua produzione è ricca, ma rimane in gran parte inesplorata, perché oscurata da altri pittori polacchi legati all’École de Paris.

Fig.8_Natura morta con fiori_mela-muter
Natura morta con fiori, Mela Muter
Fig.9_ natura morta con cesto di mele_Mela Muter
Natura morta con cesto di mele, Mela Muter

Alice Neel (Merion Square 1900 – New York 1984)
Vissuta in un periodo in cui erano poche le aspettative per una donna, ricordava sempre una frase che le aveva detto la madre: «Non so cosa ti aspetti di fare nel mondo, sei solo una ragazza». Studiò alla Philadelphia School of Design for Women. Laureatasi, sposò un pittore cubano e si trasferì a L’Avana, dove nel movimento Vanguardia sviluppò la sua coscienza politica e l’impegno per l’uguaglianza. Tornò a vivere a New York, ma per la perdita della prima figlia ebbe un grave esaurimento nervoso. Il suo stile era realistico e i suoi soggetti erano tratti dal mondo che frequentava: artisti, intellettuali e leader politici del Partito comunista, ritratti con un uso espressionista di linee e colori, e introspezione psicologica. Iniziò poi a dipingere nudi femminili, sfidando i modelli stereotipati delle donne nella famiglia e nella vita quotidiana, e più tardi anche nudi di donne in gravidanza, che insistono sui cambiamenti fisici e sulle ansie emotive che comporta questo stato. Ritenendo che la gravidanza facesse parte dell’esperienza umana, trovava perfettamente legittimo questo soggetto.
Nel suo ottantesimo anno di vita, si ritrasse nuda, seduta su una sedia nel suo studio, con il pennello nella mano destra, i seni cadenti, le pieghe nella pelle e la pancia prominente. Ancora una volta aveva sfidato le norme sociali di ciò che era accettabile fosse rappresentato nell’arte ed è diventata un’icona per il movimento femminista.

Fig.10- Autoritratto,Alice Neel
Autoritratto, Alice Neel

Gabriele Münter (Berlino 1877 – Murnau am Staffelsee 1962)
Nata in una famiglia dell’alta borghesia tedesca, alla morte di entrambi i genitori, insieme alla sorella ereditò un’ingente somma di denaro che permise loro di viaggiare e di avere una vita libera e indipendente. Studiò scultura e pittura a Monaco dove conobbe Kandinskij, di cui fu allieva e compagna per dodici anni, anche se Kandinskij era sposato. Iniziò a usare il vetro, come supporto per i suoi lavori, dipingendolo dal retro e ben presto incoraggiò lo stesso Kandinskij a usare questa tecnica. Con lui e con Marc condivise le esperienze del Blaue Reiter. Sviluppò un grande interesse per i paesaggi, molti dei quali dipinti a Murnau, dove aveva casa e dove trascorse gran parte della sua vita. Nelle sue opere il colore gioca un ruolo importante e serve a evocare sentimenti, a mettere a nudo l’anima che c’è dietro le apparenze. Quando in Europa iniziò la condanna dei movimenti modernisti, e durante tutto il periodo bellico, conservò e nascose in casa tutte le sue opere d’arte assieme a quelle di Kandinsky e degli altri membri di Der Blaue Reiter. Donò poi l’intera collezione a un museo di Monaco di Baviera.

Fig.11_Paesagggio in Griesbraeu-Gabriele Munter
Paesaggio in Griesbraeu, Gabriele Münter

Jeanne Mammen (Berlino 1890 – 1976)
Studiò arte a Parigi, Bruxelles e Roma. Come cittadina tedesca, fu costretta a fuggire dalla Francia con la sua famiglia allo scoppio della Prima guerra mondiale, dopo aver perso tutti i beni; si stabilì a Berlino, dove si adattò a qualsiasi lavoro per sbarcare il lunario; alla fine si guadagnò da vivere realizzando illustrazioni per riviste di moda e manifesti. A metà degli anni Venti divenne famosa per le sue illustrazioni su importanti periodici satirici, che evocavano l’atmosfera della città di Berlino, ritraendo per lo più donne, altezzose, alla moda, cantanti di strada, prostitute e lesbiche, donne sempre molto forti e sensuali. Queste nuove donne indipendenti vivono di frequente in spazi angusti e confusi, spesso volgari, sempre resi con forti colori. Ostacolata dal nazismo, rimase comunque a Berlino, e solo con la fine della guerra riprese a esporre le sue opere. Il suo lavoro oscilla tra simbolismo, espressionismo e nuova oggettività.

Fig.12_ La Garconne_Jeanne Mammen
La Garconne, Jeanne Mammen

 

In copertina: La frittata di mezzanotte, di Lia Pasqualino Noto

 

 

Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte nei licei fino al pensionamento. Accostatasi a tematiche femministe, è tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile.

 

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