Miriam Makeba, la voce della libertà per il Sudafrica

La politica dell’apartheid fu istituita nel 1948 dopo la vittoria elettorale del Partito nazionalista in Sudafrica. Le leggi stabilirono i luoghi in cui i vari gruppi potevano vivere, il tipo di lavoro permesso e a quale sistema scolastico potevano accedere. Decretarono la segregazione e discriminazione escludendo i neri da ogni forma di rappresentanza politica. Trasformarono il Sudafrica in uno stato di polizia, gli oppositori furono perseguiti penalmente, fu rafforzata la repressione, soffocati con violenza e crudeltà tutti i sentimenti umani, mortificando la vita della gente di colore.
Miriam Makeba nasce il 4 marzo 1932 in un sobborgo di Johannesburg, delicata ma guerriera fin dalla sua venuta al mondo, nera e molto povera in una terra ricca di risorse naturali di cui la maggioranza della popolazione non può godere. Cresce e convive con l’apartheid e non può dimenticare le grida di bambine/i che incitano le madri a scappare per non farsi prendere dalla polizia, esperienza da lei vissuta sulla sua pelle, come tutte le sopraffazioni legate al regime. Molto presto prende coscienza che in ogni dramma sociale l’infanzia diventa invisibile per gli altri, il suo sguardo però coglie la visione di un mondo crudele che la segnerà tutta la vita.
Miriam Makeba scrive: «I bianchi non vogliono trattarci come esseri umani perché è più facile tenerci sotto controllo se pensano che siamo come degli animali». L’umiliazione conosciuta, sia per il colore della pelle che per la violenza fisica e psicologia e per la libertà negata, non ha fermato il suo cammino di lotta per i diritti.
Miriam sviluppa una capacità speciale per attraversare il buio della discriminazione e lottare a testa alta: attraverso la musica e l’impegno politico, come tante donne dell’Africa, difende la sua terra contrassegnata dal maschilismo, dai malgoverni e dalla corruzione. Il canto è per Miriam strumento di pace e di aiuto.
La celebre canzone Pata Pata, che in xhosa (una lingua bantu) significa “tocca-tocca”, viene composta dall’artista africana Dorothy Massa che la passa all’amica e collega. La prima incisione del brano risale al 1957, quando Makeba vive ancora in Sudafrica e ha iniziato da alcuni anni la sua carriera. La traduzione del testo non è facile, comunque dice pressappoco così: «Pata pata è una danza / che noi balliamo in una via di Johannesburg / e tutti iniziano a muoversi / non appena il pata pata inizia a suonare./ Ogni venerdì e sabato sera / è il tempo del pata pata /  il ballo continuerà per tutta la notte / finché il sole del mattino inizia a splendere…».
La lingua xhosa ispirerà la cantante per i suoi ritmi; i movimenti della lingua dal palato verso l’esterno e nello stesso tempo verso il basso procurano dei suoni che la affascinano fin da piccola. Eppure Pata pata costringe Miriam Makeba a trent’anni di esilio, condanna considerata dalla maggior parte dell’opinione pubblica irragionevole perché il testo non parla di conflitto tra bianchi e neri: è semplicemente un canto alla gioia, al desiderio di danzare e alla voglia di essere felici. Ma forse proprio le parole espresse in musica risultano talvolta più pericolose. Al 1960 risale dunque l’allontanamento dal Sudafrica perché un popolo oppresso non può avere un simbolo a cui ispirarsi. La cantante si trasferisce a Londra, dove conosce Harry Belafonte che la sostiene per il trasferimento negli Stati Uniti, si prende cura di lei e l’aiuta a farsi conoscere come artista. Ovunque, anche nel forzato esilio, la sua attenzione sarà rivolta alla battaglia per i diritti civili.
Con la voce calda, melodiosa, espressiva e con le sue canzoni comunica sensualità ed energia; sul palco, qualche volta a piedi nudi, sprigiona ritmo e coinvolge il pubblico in ammirazione della sua presenza forte, dei suoi sorrisi, dei movimenti di un corpo morbido che ondeggia i fianchi come a far girare lentamente un hula hoop, il suo gioco preferito di bambina. Anche questo divertimento sarebbe stato proibito in Sudafrica.
La voce di Miriam Makeba si potrebbe accostare ai colori degli abiti delle donne africane. Ogni colore è un’emozione e ogni nota per lei è uno stato d’animo. Decorazioni per capelli, perline come ornamenti, collane, piume rappresentano un messaggio non verbale dei corpi femminili che si muovono con eleganza nella musica, specie durante cerimonie e feste.
A testimonianza del suo ruolo e del crescente successo, Makeba canta a un compleanno di John F. Kennedy e qualche anno dopo, nel 1963, parlerà della situazione del Sudafrica davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il governo del suo Paese, di rimando, mette i suoi dischi al bando, revocato solo nel 1988.
A partire dal 1967 il successo di Pata Pata la porta in giro per il mondo, tuttavia la cantante soffre per il suo popolo, per la sua famiglia e per sé stessa. L’amore le porta dolore e rapporti sentimentali finiti: si susseguono cinque mariti e grandi delusioni. Conseguenza del matrimonio con un attivista delle Pantere Nere, gruppo rivoluzionario afroamericano fondato nel 1966, è la cancellazione del contratto con la casa discografica e di tutti i suoi spettacoli. Estranea nella sua nuova patria, gli Stati Uniti, esilio dopo esilio arriva in Guinea. Qui diviene delegata alle Nazioni Unite. È una donna forte, instancabile, inarrestabile che non si arrende neppure di fronte al dolore smisurato per la morte di Bongi, la sua unica figlia, e alla perdita della madre, a seguito di un malore in una marcia pacifica, in Sudafrica, sfociata in tragedia. Solo dopo trenta anni potrà visitarne la tomba. Le dedicherà il suo album Sangoma, che nella cultura xhosa è un guaritore, uno sciamano. Oltre a essere attiva nella musica, la cantante partecipa a film e documentari ispirati a sommosse degli oppressi e all’apartheid. Con Nelson Mandela condivide azioni e pensieri: «La Libertà è una sola, le catene imposte a uno di noi pesano sulle spalle di tutti».
Mama Afrika, paladina dei diritti umani, donna dai nove passaporti e dalla cittadinanza onoraria ricevuta da dieci Paesi, nel 1990 finalmente rientra in Sudafrica dove continua a lottare con Graca Machel Mandela in aiuto a bambine/i sieropositivi, persone disabili, bambine/i soldato.
Muore a settantasei anni, nella notte fra il 9 e il 10 novembre 2008 per un attacco cardiaco in Italia, a Castel Volturno, dove qualche ora prima si è esibita in un concerto contro la camorra e dedicato allo scrittore Roberto Saviano, organizzato per ricordare l’uccisione, di qualche mese precedente, di sei immigrati africani.
«È giusto che i suoi ultimi momenti siano stati sulla scena — commenta l’ex presidente sudafricano Nelson Mandela. – Le sue melodie hanno dato voce al dolore dell’esilio che provò per trentuno lunghi anni. Allo stesso tempo, la sua musica diffondeva un profondo senso di speranza».
Miriam era nata per lasciare al mondo un esempio di forza e di coraggio, fino all’ultimo respiro.

 

 

Articolo di Claudia Mecozzi

D8wrsqss.jpegHa lavorato in ambito amministrativo nel settore della Ricerca Scientifica. Ama le biografie femminili, i cantautori italiani degli anni 70, la musica tutta, e la scrittura, sia per mettersi in contatto con i sentimenti più profondi sia come mezzo di autoanalisi. Impegnata nel sociale nell’ambiente dell’infanzia. Studia e legge per passione, per desiderio di migliorarsi.

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