L’Emilia: una finestra sull’arte del vino

Il nostro viaggio alla scoperta delle aziende vinicole italiane guidate da donne fa un passo indietro e torna in Emilia Romagna. Si era già detto che, sotto il profilo di una classificazione dal punto di vista vitivinicolo l’Emilia Romagna si divide in due regioni: se la Romagna si caratterizza per la produzione di vini fermi e per l’Albana, al contrario l’Emilia è la culla dei vini frizzanti, anche e soprattutto in relazione all’ottima cucina di origine celtica, ricca in grassi.

1. I vini dell'emilia-romagna
I vini dell’Emilia-Romagna

Fra i vitigni a bacca rossa più importanti dell’Emilia vi sono lambrusco, fortana, bonarda, barbera, ancellotta, mentre fra quelli a bacca bianca, grechetto gentile, già “pignoletto”, spergola, malvasia di Candia, poi ancora beverdino, montani, ortrugo, trebbiano modenese.
Il vino più importante dei colli piacentini è il Gutturnio, sia nella versione frizzante che ferma, realizzato con barbera e bonarda, caratterizzato dal tipico colore rosso violaceo, da una grande acidità e da sentori fragranti, fruttati e floreali.
Non si può non citare il Vin Santo di Vigoleno, una piccolissima produzione di vino dolce, realizzato a partire da diverse uve bianche locali.

2. vigoleno
Vigoleno

Sui colli parmensi si producono vini frizzanti con la malvasia di Candia, declinata in tutte le versioni: secca, abboccata, amabile e dolce, che si distinguono per il caratteristico finale ammandorlato. La versione secca si abbina perfettamente con la tendenza dolce del prosciutto di Parma.
Nel reggiano il vitigno più coltivato è la spergola – secondo la scienza, un clone del vitigno sauvignon blanc – a volte vendemmiata tardivamente, alla base di piacevoli vini fermi di buona struttura ed eleganza. Viene utilizzata inoltre nella preparazione dell’aceto balsamico tradizionale di Reggio Emilia.
Sui colli bolognesi, invece, si coltiva principalmente il grechetto gentile, detto “pignoletto”, con cui si producono spumanti ma anche vini fermi, che nella versione classico oggi sono una Docg.
Il lambrusco è forse il vitigno autoctono per antonomasia. Con la nascita delle cooperative e la fine della mezzadria ha vissuto un periodo particolarmente favorevole, anche grazie alle abbondanti esportazioni. La produzione, tuttavia, è andata a discapito della qualità. Per questo motivo, all’inizio degli anni Settanta, i produttori hanno cominciato a praticare la cosiddetta “zonazione”, ossia a impiantare le varietà particolarmente vocate a esprimersi in ciascun territorio. In tal modo sono nate le prime Doc: Lambrusco di Sorbara Doc, Lambrusco Grasparossa Doc, Lambrusco Salamino Doc. Al di là delle diverse caratteristiche clonali, è un vino che in generale si distingue per una spiccata freschezza supportata dall’anidride carbonica che rende ideale l’abbinamento con le preparazioni tipiche della cucina tradizionale emiliana: cotechino, zampone, tortellini, lasagne e bolliti, una vera bontà!
A ridosso del confine fra l’Emilia e la Romagna, si colloca Bosco Eliceo Fortana, una Doc interregionale che si estende tra la provincia di Ferrara e quella ravennate. Sulle sponde del delta del Po, area caratterizzata da terreni in prevalenza sabbiosi, si producono vini frizzanti detti appunto “delle sabbie”, la cui freschezza si sposa con i piatti tipici della zona, come i ravioli con la zucca e soprattutto l’anguilla.
In questa invitante cornice enogastronomica che letteralmente fa gola solo a pensarci, si colloca l’azienda della famiglia Manaresi Agostoni. Intitolata a Paolo Manaresi, pittore e incisore tra i più importanti del Novecento, è ubicata sulla collina di Bella Vista, a Zola Predosa, da cui si può ammirare un panorama mozzafiato che comprende Bologna, San Luca, i Colli Bolognesi e la pianura. A seguito dell’acquisto della casa colonica, dell’impianto di grechetto gentile e sauvignon fra gli undici ettari di vigneti in un terroir considerato elettivo per questi vitigni, e della realizzazione di una cantina dotata di tutti gli impianti enologici di ultima generazione, nel 2009 viene inaugurata la prima vendemmia.

3. Podere Bellavista
L’azienda Maranesi (Podere Bellavista)

Oggi l’azienda è seguita in ogni suo aspetto da Donatella (in copertina), architetta e nipote di Manaresi, e da Fabio, il marito, fautori di una filosofia “della misura” che si fonda su quattro principi cardine: “agricoltura”, ossia «Pestare la terra. Pensare, studiare, osservare, lavorare, sentire, annusare, gustare, fare. Fare il vino è agricoltura. Fare vino è naturale»; “trasparenza”, «Dalla cantina vedi la vigna. Viene tutto da lì.»; “in alto”, «Come scalare una montagna: analisi, organizzazione, strategia, pazienza, concentrazione, decisione, coordinazione, agilità, resistenza, rispetto. Anche la capacità di fermarsi e di tornare indietro»; “equilibrio”, «Dogmi, mode, luoghi comuni, esasperazioni, estremizzazioni non ci appartengono». Insomma, buone pratiche attuate a partire dalla pianta e volte a mantenere l’equilibrio vegetativo e produttivo delle vigne, rispettando l’uva e il terroir, per ottenere vini autentici, eleganti e riconoscibili a basso impatto ambientale. Ma l’aspetto peculiare di questa realtà è la perfetta compenetrazione fra arte, cultura, vino e natura: non solo grazie agli spazi verdi che circondano la cantina, in cui è anche possibile avventurarsi, visibili dalla terrazza panoramica, ma anche e soprattutto nel design della struttura, dalla cantina vecchia, risalente al primo Novecento e lasciata inalterata all’interno con i mattoni a vista e il pavimento in cotto, dove si svolge l’affinamento dei vini, alla moderna zona degustazione.
Tra i vini prodotti, tutti Doc e Docg dei Colli Bolognesi: Colli Bolognesi Pignoletto Docg, in versione frizzante e classico superiore; Duesettanta, realizzato con tre uve diverse, cinquanta percento di sauvignon, poi chardonnay e grechetto gentile, con tre diverse esposizioni, locate sulla stessa collina; Colli Bolognesi Doc Merlot, realizzato con il cento percento di merlot; Colli Bolognesi Doc Bologna Rosso Red, cento percento Cabernet sauvignon. La trasparenza del buon processo produttivo si ravvisa anche nella scelta delle etichette, o meglio delle “non etichette”, ideate dalla visual designer israeliana Mirit Wissotzky e dall’art director bolognese Manuel Dall’Olio in collaborazione con Donatella: quasi un manifesto, rimarcano che il vino «È l’opera che vogliamo mostrare». Tutti i vini sono dotati un’etichetta di carta bianca con la firma stilizzata dell’artista Manaresi, sobrio marchio dell’azienda, che gira attorno alla bottiglia tracciando i contorni di una forma vuota, consentendo di vedere il contenuto. Un bollino diverso in base al colore del vino è un ulteriore omaggio al mondo dell’arte. Il particolare concept delle etichette ha ottenuto, tra gli altri, il Premio Immagine Coordinata Concorso Internazionale Packaging 2011 al Vinitaly, e il più importante riconoscimento europeo del settore grafico, l’European Design Award.

4. Etichette Marnaresi
Le etichette

Fra esse, degne di particolare nota sono le etichette dedicate ai due vini più importanti dell’azienda: Flora Italica e Controluce. Flora Italica, Colli Bolognesi Doc Barbera, cento percento barbera, è un omaggio al naturalista Antonio Bertoloni (1775 – 1868), autore dell’omonimo monumentale trattato di botanica, ancora oggi riferimento scientifico nel settore.
L’etichetta è costituita dal profilo della figura mitologica Flora, la dea romana e italica della fioritura, che rappresenta una donna intraprendente e moderna, come dimostrano lo stile e il colore dei fiori che la circondano. Colli Bolognesi Doc Rosso Bologna Controluce è invece dedicato a una delle opere più identificative di Paolo Manaresi: Ritratto controluce (1929), un autoritratto in controluce dell’artista. L’etichetta dal tenue colore bianco-grigio ricalca le forme del volto del pittore, creando un singolare effetto illusorio con il vetro della bottiglia, impenetrabile per il colore del vino stesso. Sul retro, in piccolo formato, compare la riproduzione dell’opera.
Anche le confezioni di cartone contenenti le bottiglie raffigurano un’incisione dell’artista, che vinse la Biennale di Venezia nel 1954. La scatola di per sé diviene quasi un pezzo da collezione, che veicola un’idea di arte raddoppiata, espansa, la stessa che Donatella ci trasmette attraverso i suoi vini: la forma è sostanza e riguarda tutti gli esseri umani.

 

 

Articolo di Eleonora Camilli

59724162_440276389883361_5939648554405462016_nEleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS Associazione Italiana Sommelier ‒ conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

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