Brescia. Santa Giulia e le sue reliquie, una migrazione quasi perpetua

Due Passiones, probabilmente risalenti rispettivamente al VII secolo e alla seconda metà del X secolo, sono le uniche fonti delle scarne notizie storiche, strettamente intrecciate con leggende, tradizioni e il racconto del suo martirio, su Santa Giulia, il cui nome rimanda alla gens Julia, illustre casata romana. Secondo questo testo, Giulia sarebbe una nobile ragazza cartaginese del V secolo, caduta in schiavitù e acquistata da un tale Eusebio, mercante, che la porta in Siria e si fa accompagnare da lei nei suoi viaggi di lavoro. Scampati a un naufragio in Corsica, tutti, tranne Giulia, sacrificano agli dei. In seguito Eusebio rifiuta la pur allettante proposta di Felice, il crudele e violento governatore del posto, che vorrebbe barattare la schiava in cambio di quattro delle sue ancelle. Il governatore le offre la libertà, a condizione che lei sacrifichi agli dei. Di fronte al secco diniego della ragazza, Felice la fa percuotere e flagellare, le fa strappare i capelli e infine crocifiggere e gettare in mare. Nel frattempo, l’anima di Giulia sale in cielo sotto le sembianze di una colomba. Alcuni monaci della non lontana isola di Gorgona, avvertiti in sogno, in mare trovano il corpo, mani e piedi ancora inchiodati, e, attaccato alla croce, un cartiglio vergato da mani angeliche, che narra la storia del martirio di Giulia. Recuperano la salma della giovane, la trasportano nella loro isola, e, dopo averla ripulita e unta con aromi, la depongono in un sepolcro. Fin qui la prima passio; la seconda aggiunge il trasferimento della martire a Brescia e alcuni inni. L’ambiente intriso di letture classiche da cui origina la seconda passio tratteggia la figura di una vergine, discendente da una famiglia patrizia e proveniente da Cartagine come la nobile Didone – riletta da Tertulliano o da Girolamo quale esempio di castità vedovile, poiché preferisce la morte alle seconde nozze – fondatrice di una nuova città ed esemplare nell’opposizione al nemico sino alla fine dei suoi giorni. Secondo alcuni studiosi la donna, di origine cartaginese, sarebbe morta martire durante le persecuzioni sotto Decio (250 ca) o Diocleziano (304 ca) e alcuni cristiani, di fede ariana, sarebbero fuggiti da Cartagine dopo l’invasione dei Vandali (V secolo), guidati da Genserico, portando con sé le reliquie di Giulia e riparando in Corsica. Il riferimento alla flagellazione, alla crocefissione e all’unzione del corpo istituisce una trasparente analogia tra il martirio della giovane schiava e la Passione di Cristo. La devozione all’umile e laboriosa Santa Giulia è legata alle sue piaghe e è perciò invocata nelle patologie delle mani e dei piedi. La vicenda della giovane cartaginese, da collocarsi con certezza prima del VII secolo, si svolge sullo sfondo di un Mediterraneo non ancora diviso dall’avanzata degli Arabi, un mare che continua, ancora per poco, a essere un faticoso e insanguinato ponte, luogo di incontro e scontro fra popoli diversi, che se ne contendono il controllo, come era avvenuto durante lo scontro tra Roma e Cartagine (III-II secolo a.C.), conclusosi con la sconfitta e distruzione della città africana, e con l’instaurazione della pax romana su tutto il mare nostrum. L’impero romano sta implodendo e si sta disgregando per fattori endogeni, quali la diffusione del Cristianesimo, e esogeni, quali l’espansione delle popolazioni germaniche, che instaurano una serie di più o meno duraturi regni romano-germanici, che, nel tempo, raccolgono, fondendole, le eredità romana, cristiana e germanica. Questa sintesi e ricomposizione paiono attuarsi simbolicamente in un corpo di donna proveniente dall’Africa attraverso il Mediterraneo, Santa Giulia, e fatto successivamente traslare da un’altra donna, Ansa, l’ultima regina del regno romano-germanico dei Longobardi. Emerge con forza in questa simbologia la centralità del corpo, un corpo di donna e dunque in grado di generare, dare vita, che, divenuto reliquia, alimenta un culto che, letteralmente, lo disgrega e lo disperde, fino ai giorni nostri. Quello di Giulia è un corpo violato, da vivo e da morto. Da viva alla giovane cartaginese sono strappati i capelli, emblema di femminilità, in analogia con la rasatura cui sono sottoposte in Italia, alla fine della guerra civile 1943-45, le donne accusate di collaborazionismo con il nemico, Tedeschi o RSI, e con la ciocca di capelli della Pisana giovinetta, che Carlino Altoviti, protagonista delle Confessioni di un italiano, conserva fino alla propria morte. La Pisana però i capelli se li è strappati da sé, in un impeto di capriccioso amore, per darli in pegno a Carlino; sono una reliquia laica e profana, amorevolmente custodita per tutta la vita. Nel martirio l’anima di Giulia si conserva pura, ma il suo corpo è oggetto di violenza, fino a privarlo della vita stessa. E dopo la morte, il corpo di quest’anima esemplare è oggetto di culto, diventando un simulacro dell’anima. È un corpo sezionato, conteso e disperso, che però continua a parlare. Con forza. Giulia crocefissa è gettata in mare, come i migranti in fuga dall’Africa o dal Medio Oriente che oggi cercano di attraversare il Mediterraneo per raggiungere Europa, sulle precarie imbarcazioni degli scafisti.

santa Giulia crocifissa
Giulia crocefissa

Giulia crocefissa è una allegoria di questa umanità migrante, fatta di corpi respinti, torturati, annegati, uccisi, sparse membra dell’Africa e del Medio Oriente, che molti in Europa e in Italia vorrebbero invisibili e percepiscono come fastidiosamente minacciosi, nella loro sofferente e bisognosa alterità che tenta di usare, ancora una volta, il Mediterraneo come ponte e non come frontiera, benché questo mare, in alcuni punti, si sia trasformato in cimitero per migliaia di esseri umani che hanno concluso negli abissi il loro viaggio della speranza verso l’Europa, senza riuscire a raggiungerne la terraferma. L’estesa diffusione del culto di Santa Giulia è soprattutto legata alla notevole importanza del monastero bresciano, nel corso dei secoli continuamente arricchito di privilegi e possessi un po’ in tutta la penisola. Centri particolari di culto sono la Corsica e la città di Livorno, delle quali la giovane cartaginese è la santa patrona, oltre a Brescia, in cui, ora, oltre alla chiesa del periferico Villaggio Prealpino e a una delle due accademia d’arte paritarie cittadine, è intitolato a Santa Giulia il Museo della Città.

Santa Giulia museo
Museo di Santa Giulia

La regina Ansa, probabilmente per dare incremento al monastero di Benedettine annesso alla basilica, ottiene la traslazione da Livorno delle reliquie di santa Giulia, l’unica santa crocefissa, a Brescia. Originariamente i resti di Santa Giulia sono tutti conservati a Nonza, in Corsica, luogo del martirio, e, secondo la tradizione, teatro di singolari prodigi, in cui sono ancora oggi si trovano i capelli della santa, insieme a un pezzo del cranio e due vertebre, custodite in un reliquiario di bronzo dorato. Altri resti, non tutti, del corpo di Santa Giulia, dopo aver peregrinato da Nonza a Gorgona e dalla Gorgona a Livorno, da Livorno sono traslati a Brescia nel 763. La prima chiesa di Livorno è intitolata a Santa Giulia, a ricordo di una sosta delle reliquie durante la traslazione dalla Gorgona a Brescia, e ne conserva, anche dopo il 763, alcune in un reliquiario d’argento; cui si aggiungono i resti ossei di un dito, donati nel 1624 da Cosimo III, e altre reliquie, tra cui quelle offerte in dono dalla granduchessa Cristina, vedova di Ferdinando I, avute dal vescovo di Brescia Marino Giorgi. Tra il 1523 e il 1599 a Brescia, sopra l’antica chiesa di San Salvatore è edificata la chiesa di Santa Giulia, e le reliquie della santa vi sono spostate e conservate fino alla soppressione del monastero, decretato dalla Repubblica Cisalpina il 30 maggio 1797. Dalla traslazione a Brescia fino alla soppressione napoleonica, nel corso dei secoli, molte chiese bresciane, anticamente dipendenti dal monastero, chiedono e ottengono consistenti reliquie, mentre molti minuscoli frammenti sono impiegati nei piccoli reliquiari, donati dai vescovi bresciani a fedeli e comunità religiose. Sempre nel 1798, ciò che resta delle spoglie della santa è nuovamente trasferito presso la chiesa di San Pietro in Oliveto, alle pendici del Castello, e qui riposerà in (relativa) pace fino al 1849, anno del trasferimento alla chiesa del Santo Corpo di Cristo, nota come San Cristo, e sede del seminario vescovile. Del 1957 è il trasferimento delle reliquie al nuovo Seminario di Santa Maria Immacolata, edificato dal 1954 nella zona nord della città, e del 1969 è la traslazione alla chiesa di Santa Giulia, del Villaggio Prealpino, quartiere cittadino sorto nell’ultimo tratto della valle formata dal Garza, all’estremo nord della città, tra il 1959 e il 1973, per volontà di padre Ottorino Marcolini, ingegnere e padre filippino, artefice di diversi villaggi edificati nella periferia di Brescia nel secondo dopoguerra, tra cui Violino nel ’53 e Badia nel ’55. La chiesa, intitolata a Santa Giulia, in onore dell’anziana madre di padre Ottorino Marcolini, omonima della Santa, consente, fino al 1994, l’apertura della teca contenente le ossa della santa, per prelevarne frammenti, favorendone l’ulteriore dispersione.

FOTO DA AGGIUNGERE ALLA FINEIl cammino di santagiulia copia

 

Articolo di Claudia Speziali

mbmWJiPdNata a Brescia, si è laureata con lode in Storia contemporanea all’Università di Bologna e ha studiato Translation Studies all’Università di Canberra (Australia). Ha insegnato lingua e letteratura italiana, storia, filosofia nella scuola superiore, lingua e cultura italiana alle Università di Canberra e di Heidelberg; attualmente insegna lettere in un liceo artistico a Brescia.

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