La Donna tra Europa e Toscana nell’Ottocento

Sono stati pubblicati di recente gli atti del Convegno di Studi tenutosi a Gavinana il 14 luglio 2018, a cura del Comune di San Marcello-Piteglio (Pistoia). Il piccolo volume, curato da Caterina Del Vivo, è stato presentato a Pescia presso l’Archivio di Stato il 19 ottobre 2019, con il contributo dell’associazione Risorgimento Valdinievole, di Storia e Storie al Femminile e del Ministero dei Beni culturali. Ho scritto “piccolo” riferendomi alle dimensioni, ma non al contenuto del libro che è invece ampio, stimolante e pieno di suggerimenti per ulteriori studi. Corredato da note, bibliografia, indice dei nomi citati, è anche arricchito da immagini: volti delle protagoniste, copertine di pubblicazioni, fotografie, stampe d’epoca che introducono efficacemente nel contesto storico.

FOTO-copertina intera libro

Il volume comprende sei saggi, tutti incentrati su figure femminili significative ed emblematiche dell’Ottocento; si inizia con Fabio Bertini che fa una trattazione a tutto tondo dedicata al rapporto fra donne e “Civile Europa”; Claudio De Boni si occupa di lavoro e rivoluzione, mentre Alessandra Campagnano affronta varie maestre toscane. Elisabetta Benucci tratta le donne dell'”alta cultura”, ovvero poete, scrittrici, educatrici e patriote; Maria Grazia Parri indaga su eminenti giornaliste che furono attive nel processo di emancipazione, infine Cesare Bocci dà spazio a un unico personaggio: Livia Magnani, su cui ritorneremo ampiamente.
Bertini enumera molte donne: da Margaret Brent ad Abigaille Adams, da Margareth Cavendish a Hannah More, per sottolineare «la consapevolezza dell’identità e dei diritti femminili», ma anche per evidenziare lo stretto rapporto con il ruolo dell’istruzione e con la presa di coscienza dei diritti civili, non legati solo al genere di appartenenza, ma – ad esempio – alla lotta contro la schiavitù. Può sembrare incredibile, ma i diritti delle persone di colore risultavano meno scandalosi dei diritti delle donne, se un rivoluzionario come Proudhon arrivò a definire “immorale” la richiesta provocatoria di Jeanne Deroin di candidarsi alle elezioni del 1848. La Nuova Zelanda accolse l’istanza del suffragio universale nel 1893, ma quanto tempo sarebbe trascorso ancora nella civile Europa…
De Boni si riferisce nel dettaglio a quattro momenti rivoluzionari che, soprattutto in Francia, hanno contribuito a cambiare la storia: il 1789, il 1830, il 1848 e il 1871. Le donne, in questi frangenti, hanno occupato ruoli importanti anche se non sempre riconosciuti dalla storiografia ufficiale. Prendiamo il caso di Anne-Josèphe Théroigne de Méricourt che fu protagonista della irruzione popolare alle Tuileries del 10 agosto 1792; oppure quello dell’attrice Rose Lacombe, che promosse varie campagne perché nell’iconografia pubblica la Libertà si identificasse con una figura femminile. Sensibili al tema dell’emancipazione attraverso il lavoro furono Flora Tristan e Claire Démair, che rivendicavano anche la libertà della donna dai vincoli costrittivi del matrimonio indissolubile. Pauline Roland si spinse oltre, trattando la questione proletaria e il diritto di voto, come pure Jeanne Deroin che viaggiò per fare proselitismo a favore di alcuni principi basilari: libertà, uguaglianza, fraternità, senza alcuna distinzione di sesso o di censo. Nel 1871 il protagonismo femminile risultò evidente nell’esperienza della Comune: anarchica fu una delle icone del movimento, Louise Michelet, deportata in Nuova Caledonia e autrice di una illuminante biografia. Meno nota ma non meno significativa André Léo (Léonilde Béra), attiva sia nel 1848 che nel 1871, fra le firmatarie del manifesto Droit de la  femme che rivendicava l’uguaglianza fra uomo e donna  in campo giuridico, nel lavoro e nel matrimonio.

FOTO 1. André Lèo
André Léo

Ai fini dell’emancipazione un ruolo essenziale fu quello dell’istruzione, in buona parte assegnato a donne, ma solo dopo la diffusione degli educandati e delle scuole normali. La professione di insegnante elementare, fra mille disagi e difficoltà (pensiamo alla tragica vicenda della «povera, infelice Italia Donati, maestra sventurata», come lei stessa si definiva), rappresentò per tante giovani, anche di modesta estrazione, un modo per guadagnare e rendersi indipendenti, lasciando la faticosa vita dei campi o i mestieri manuali, tramandati di madre in figlia. Educare, istruire le nuove generazioni e combattere il diffuso analfabetismo implicano anche un processo di presa di coscienza dei diritti e si legano ad ampi fenomeni di filantropia. Molte furono le signore benestanti che misero a disposizione di ragazze meno fortunate le proprie risorse per dare loro una professione e garantire un minimo di autonomia: ricamatrici, sarte, orlatrici, modiste, camiciaie si formavano accompagnando la pratica del lavoro alla teoria dello scrivere, del leggere, del far di conto. Il saggio di Campagnano fa riferimento in buona parte alla Toscana, ma il fenomeno va visto su scala ben più ampia; se il nome di Maria Montessori è universalmente noto, quello di Elena Raffalovich Comparetti spicca per aver fondato a Venezia un giardino di infanzia ispirato al pensiero del tedesco Froebel che dava grande importanza alla centralità di bambini e bambine; le maestre di conseguenza vennero formate in una apposita scuola ispirata a principi laici, che guardavano a modelli anglosassoni. Non è una semplice curiosità scoprire che Raffalovich era la bisnonna paterna di don Lorenzo Milani.
Il quarto saggio si occupa esclusivamente di intellettuali toscane, nell’epoca in cui avvennero i moti risorgimentali e poi Firenze divenne per breve tempo la capitale del Regno sabaudo (1865-70), tema trattato fra gli altri nel volume collettivo Fare le Italiane, a cura della sezione Storia e Storie al Femminile dell’Istituto Storico Lucchese. Alcune di queste donne di condizione medio-alto borghese hanno in comune l’appartenenza all’accademia dell’Arcadia: Teresa Bandettini Landucci, Costanza Moschini, Assunta Pieralli, o ad altre accademie a carattere locale, ma tutte evidenziano il medesimo ideale patriottico, messo in atto per lo più con l’apertura dei loro salotti al dibattito, agli incontri, alla riflessione sui progetti di Cavour piuttosto che di Mazzini. Qualcuna lavora come istitutrice, altre – magari grazie al matrimonio – non hanno preoccupazioni economiche, tutte comunque scrivono: memorie, lettere, poesie e poemetti, tragedie, saggi, articoli; a loro sta a cuore la sorte delle plebi rurali e delle ragazze disagiate a cui si dedicano finanziando scuole e corsi. Impossibile non citare due “prime donne” di spicco: Angelica Palli, livornese di origini greche, fu l’unica donna ammessa al celebre Gabinetto culturale-letterario Vieusseux, mentre Caterina Franceschi Ferrucci fu la prima socia dell’Accademia della Crusca dal 13 giugno 1871.

FOTO 2. Angelica Palli
Angelica Palli

Bella anche la figura meno nota di Gesualda Malenchini Pozzolini, infaticabile filantropa e patriota, fra le poche donne appartenenti alla Società Geografica Italiana; coadiuvata dalle due figlie, acquistò edifici e realizzò con i propri mezzi varie scuole spesso in località sperdute, aperte a tutti, dalle 8 di mattina alle 11 di sera, compresi i giorni festivi, quando le frequentavano anche i boscaioli.
Un ruolo essenziale ai fini della comunicazione, della diffusione delle idee, dell’emancipazione in senso lato lo ebbero le riviste italiane e straniere che si rivolgevano direttamente ad un pubblico femminile, certamente evoluto e colto, argomento trattato da Maria Grazia Parri. Talvolta univano alla moda  le ricette, il saper vivere, il ricamo, i consigli alle massaie, ma spesso “passavano” messaggi paralleli che le lettrici erano in grado di cogliere. Già nel 1774 la veneziana Elisabetta Caminer si batteva contro la censura, mentre Carolina Lattanzi si occupava anche di politica e di eventi sociali, a Milano, nel 1804. Il trisettimanale di Adele Cortesi si apriva con le parole «Ora è giunto il tempo di proclamare l’uomo e la donna per natura uguali», e siamo nel 1848. Ben note le figure di tante intellettuali vicine alla causa risorgimentale, e poi di Anna Maria Mozzoni, della Marchesa Colombi (Maria Antonietta Torriani), di Anna Kuliscioff che portò l’attenzione sia su tematiche sociali sia sul “privato”, sulla sopraffazione domestica, sui problemi del quotidiano. Come lei altre giornaliste posero l’accento sulla convergenza fra femminismo e socialismo, intrecciando un fertile dialogo con le lettrici attraverso rubriche di corrispondenza; importante fu Emilia Mariani, esponente della Lega femminile di Torino e direttrice del periodico “L’Italia femminile”, a cui collaborarono tante figure di spicco: da Ada Negri a Matilde Serao.
L’ultimo saggio, di Cesare Bocci, si riferisce a una delle donne della famiglia Magnani, Livia. Ma facciamo un passo indietro: in Toscana, anzi nella zona di Pescia (in provincia di Pistoia) il cognome Magnani vuol dire “cartiere”, a loro appartiene ancora oggi quella che è reputata la più antica d’Italia, fondata nel 1404.

FOTO 3. Pietrabuona-Cartiera Magnani-1
Pietrabuona-Cartiera Magnani

Di questo si parla anche nella nostra guida La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne (seconda edizione 2019) perché alcune esponenti della famiglia sono state libere, intraprendenti, moderne, ben poco sottomesse all’autorità di padri e mariti, come Teresa Corsi, ad esempio, o Camilla Lucchesini, capaci di scelte audacissime per l’epoca e ben degne di uscire dall’ombra. Livia era nata dall’unione di Ernesto Luigi con Caterina Guicciardini, ulteriore dimostrazione di una lunga serie di matrimoni prestigiosi e altolocati. Nata il 15 ottobre 1847, morirà il 17 dicembre 1931 dopo una vita intensa, in buona parte dedicata alla grande passione per il teatro amatoriale, che condivise con il marito Luigi Bellini delle Stelle. A trent’anni si ritrovò vedova e con tre figli, ma non rallentò i suoi impegni mondani e sociali. Impiegò molte energie per fondare una scuola agraria destinata agli orfani, in una zona in cui la coltivazione di fiori e piante è da sempre essenziale per l’economia; purtroppo il comune vendette a privati l’edificio ritenuto idoneo, così si rimandò. Ma Livia riuscì nell’intento quasi trent’anni dopo quando cedette la sua villa di Ricciano dove ha sede tutt’oggi l’Istituto tecnico agrario, sulle colline di Pescia.
Cara amica di Ferdinando Martini, altro personaggio di spicco sulla scena toscana e italiana dell’epoca, fu animatrice di un importante salotto letterario, nella residenza fiorentina di Borgo Pinti, ma fu anche scrittrice di un certo valore; pubblicò con lo pseudonimo Conte di Serralta i volumi Macchiette fiorentine e Margherite che raccoglievano scritti vari, articoli, bozzetti, brevi racconti comparsi su riviste.
Mi piace concludere riferendo un episodio che in qualche modo ci conduce nella grande Storia del XX secolo: suo nipote Pier Luigi, influenzato dai racconti della nonna e dai valori di libertà e indipendenza tramandati in famiglia, conobbe l’antifascismo clandestino ed entrò nella Resistenza fra i Garibaldini nell’Italia del Nord; fu lui a riconoscere e arrestare Mussolini presso Dongo mentre fuggiva verso la Svizzera. Dalla picccola storia di una comunità periferica alla storia della Nazione, come sintetizza efficacemente Bocci.
Da questa veloce carrellata attraverso tante affascinanti personalità, emerge ancora una volta quello che gli studi “al femminile” dimostrano: se i manuali di letteratura, di arte, di storia sono troppo spesso lacunosi, le donne devono battersi per conquistare il posto che compete loro, grazie anche al prezioso contributo di ricercatrici e ricercatori attenti e motivati come gli autori dei saggi contenuti nel presente volume (edito da Alvivo, Serravalle Pistoiese, 2019). 

 

 

Recensione di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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