La mia casa e le mafie

La mia casa, quella che ovunque possa trascorrere i miei giorni manterrà sempre tale nome, è in un palazzo ai confini di Foggia ‘vecchia’, in una piazzetta semi nascosta, dove puoi capitarci solo se sei del quartiere e conosci l’unica stretta via d’uscita, se sei frequentatore dell’altalenante movida foggiana o un cliente affezionato dello storico barbiere. Ci sono tre stabili residenziali con poche famiglie, per lo più storiche, e quasi più nessun bambino a giocare nelle sue aiuole, adibite, ormai, quasi esclusivamente, a servizi igienici canini.
La mia infanzia l’ho passata qui, in una famiglia allargata a nonni, zie e cugini che, come me, abitano o abitavano in questo palazzo storico, sogno dell’ambizione di mio nonno nel boom economico italiano. Non ci sono pianerottoli a dividerci, gli appartamenti non si chiudono come cellette di un alveare: le scale, entrando dal portone, si sviluppano dapprima come in un comune condominio e poi si aprono in un open space che si arrampica fino al tetto. E così, essendo privo anche di ascensore, lo spazio comune ti costringe a conoscere ogni inquilino o inquilina, a scambiarci quanto meno il saluto quotidiano e (purtroppo!) a conoscerne abitudini, orari e frequentatori. La casa di famiglia è al primo piano ma, da qualche tempo, di passaggio tra una città e l’altra, il mio rifugio è un attico minuscolo con un terrazzo che si affaccia nel cuore della città. Così, ogni volta che esco o rientro, sono costretto a passare davanti ad ogni appartamento, incrociando i volti, i sorrisi o gli sguardi frettolosi di condomini che, con gli anni, hanno cambiato colore della pelle, lingua, usanze e profumi. Ma tutto questo, da qualche giorno, potete vederlo anche voi: il video della Questura di Foggia che mostra la perquisizione in casa dell’uomo indagato per aver piazzato le bombe che hanno colpito alcune attività commerciali della città, non ultima quella esplosa in piena quarantena ai danni del centro anziani “Il sorriso di Stefano”, è diventato virale, dando uno scossone forte ai miei poetici pensieri.

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No, non è certo la prima volta che avviene un arresto in questo quartiere, ma vedere l’intimità di quel posto accompagnata dal logo della Polizia di Stato fa un certo effetto. Ed è questo che fanno le mafie: insidiano la speranza e i progetti di ciascuno di noi, minandoli dall’interno, e, ancor di più, serpeggiano nella normalità, nella nostra vita quotidiana, nello sguardo di un coetaneo che, come te, scende le scale di casa per affrontare il mondo. Chissà cosa aveva in mente uscendo da quel portone, chissà se sapeva del mio ruolo nel volontariato locale quando, magari a tarda sera, ci scambiavamo un cenno di saluto. Chissà come vivono ora sua mamma e suo figlio, chiusi, come tutti noi, in una casa diventata ancor più isolata in un contesto così invadente. Ed io mi ritrovo a riscoprire i pensieri che mi spinsero, anni fa, a mettere a disposizione il mio impegno per la rete di Libera: la mafia non è mai stata una cosa lontana, non lo è per chi abita a Trento, a Berlino ma, ancor di più, non lo è per chi vive a Foggia. Le mafie di questo territorio, seppur spesso raccontate poco e male dai media nazionali, sono ormai tra le più pericolose e forti e necessitano di un contrasto deciso e costante da tutte le parti. Non si può far finta di niente o pensare di limitarsi a non frequentare certi soggetti per non avere guai, perché, come moltissime storie di vittime innocenti ci insegnano, a volte non scegliamo chi far entrare nelle nostre vite. E questo pensiero è un macigno da portare da solo, nasconde l’orizzonte e apre una sola strada: la fuga, l’emigrazione.

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Non sono mai stato tipo da grandi organizzazioni, le strutture mi stanno strette e il mio ideale di vita oscilla tra l’anarchia e l’avventura solitaria, ma ho un’unica certezza: la speranza, così come la lotta alle mafie, o è di comunità o non ha valore e oggi, con il rischio di una disgregazione sociale dettata dall’isolamento forzato, ancor di più. 

 

 

Articolo di Sasy Spinelli

OWVBrE9G.jpegNato a Foggia, sul finire degli anni ’80, ha sempre avuto una passione per le seconde opportunità: per il riciclo creativo di oggetti, per il trapianto di piante e fiori, per l’inclusione di persone ai margini dei contesti sociali.  Laureato in Economia delle Istituzioni e dei Mercati Finanziari, con una tesi sul microcredito, intreccia percorsi di ricerca per l’innovazione sociale, perseguiti anche all’interno dell’associazione Libera, con il suo interesse per la scrittura e la lettura in prosa e in versi.

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