I viaggi di Elizabeth

Elizabeth Bishop1 mi accoglie in un appartamento straordinario, con una vista mozzafiato su Boston. Ogni centimetro del soggiorno in cui mi fa accomodare sorridendo sembra raccontare una storia diversa, da chissà quale parte del mondo.

«Lo vede quello?» Indica un grande quadro sulla parete. «È un pezzo di arte indigena che avevo acquistato in Brasile».
«Ha vissuto tanto in Brasile?»
«Tantissimi anni, infatti avevo raccolto un gran numero di opere d’arte e molti ricordi che mi sarebbe dispiaciuto abbandonare lì…Li ho portati tutti con me!»

«So dalle sue poesie che ha girato molto per il mondo. Che fortuna aver potuto viaggiare così tanto, sarebbe il mio sogno…Ma dov’è che ha lasciato il cuore?»
«Ho viaggiato parecchio quando ero una ragazza come te, ma devi considerare che non avevamo neanche un centesimo dei mezzi che avete voi giovani di oggi, quindi alla fine mi mancano infinite parti di mondo da esplorare…Però, per quel poco che ho visto, ritieniti fortunata ad essere italiana perché è il posto più bello del mondo!»

«E come mai ha deciso di fermarsi in Brasile?»
«Sai, ho viaggiato molto in America Latina e mi sono innamorata di quel Paese…E non solo! Come accade spesso in questi casi, ci va di mezzo il cuore. Io ho perso la testa per Carlota e abbiamo deciso di fermarci insieme lì».

«Mi è sembrato di notare in parte della sua produzione, in particolare in Geography III, che una delle tematiche su cui più insiste è la ricerca di un senso d’appartenenza, di un luogo da chiamare casa. Mi sbaglio?»
«Hai ragione, ho sentito forte dentro di me questa mancanza soprattutto quando ho lasciato il Brasile, che era stato la mia casa per 20 anni».

«E ora? Si sente a casa?»
«Ora credo di aver capito che un poeta la sua casa se la porta dentro».

«Perché poesia e non prosa?»
«Credo perché sia sempre stato il modo di rendermi familiare ciò che avevo intorno, di capirlo e apprezzarlo. Ho cominciato a soli otto anni ed è durato tutta una vita!»

«Proprio qui volevo arrivare. So che ha cominciato da piccolissima, ma aveva mai immaginato di fare della poesia il suo lavoro?»
«No, tuttora non la vedo come tale. Sono fermamente convinta che sia la spontaneità a rendere magica la scrittura. Se diventa una forzatura si rischia di perdere la potenza dei versi e dei momenti. La vita di una poeta è un susseguirsi di scrittura e non scrittura, non si può pensare di essere sempre produttivi, è naturale avere dei blocchi. E a quel punto? Cosa fare se l’ispirazione non c’è? La poesia dev’essere inconscia e naturale, non può diventare una merce».

«Sono d’accordo con lei. A proposito di produttività, quand’è che si sente più ispirata?»
«Devo dire che durante i miei viaggi ho sempre preso moltissimi appunti: sensazioni, momenti, dettagli. Tutte cose che spesso ho integrato nei miei versi. Però, a differenza di molti, il mio processo creativo è tutt’altro che immediato, a volte a comporre ci metto dieci minuti, altre volte decenni: mi capita spesso di ripensare ed emozionarmi di fronte a particolari di 30 anni fa, che invece ai tempi avevo praticamente ignorato. Se stiamo versando la nostra anima sulla carta, non possiamo permetterci di avere fretta rischiando di inquinarne la purezza. Bisogna essere pazienti, la qualità forse più rara dei nostri giorni».

«Sono affascinata dall’idea che possa avere ricordi così nitidi del suo passato!»
«Mia cara, la verità è che gli occhi di un poeta registrano tutto, bisogna solo aspettare che ci svelino le meraviglie che hanno visto!»

 

1ELIZABETH BISHOP: nata a Worcester nel 1911, è stata una delle più importanti poete statunitensi del XX secolo. Vinse illustri premi letterari, tra cui il National Book Award nel 1970 e il Premio Pulitzer per la poesia nel 1956. Morì a Boston il 6 ottobre del 1979 a causa di un aneurisma cerebrale. Sulla sua lapide sono incisi i due versi che chiudono la sua poesia The Bight, che tradotti recitano: «tutta l’attività disordinata continua, terribile, ma allegra».

 

 

Articolo di Emma de Pasquale

82266907_464813557755100_6601637314051440640_nEmma de Pasquale è nata a Roma nel 1997 ed è laureata in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Attualmente frequenta la magistrale in Italianistica all’Università Roma Tre. Ha interesse per il giornalismo e l’editoria, soprattutto se volti a mettere in evidenza le criticità dei nostri tempi in un’ottica di genere.

 

 

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