Pietro Scaglione: la prima vittima istituzionale della mafia

All’inizio del mese di maggio 1971 Pietro Scaglione, 65 anni, aveva appena festeggiato la nomina a Procuratore Generale, carica che avrebbe ricoperto a Lecce a partire dalla fine del mese. La promozione era stata concessa dopo la conclusione dell’indagine disciplinare a suo carico da parte della commissione antimafia e del Csm, essendo stato accusato di aver in qualche modo favorito la fuga di Luciano Liggio dalla clinica romana Villa Margherita dove si era fatto ricoverare prima di essere sottoposto alla misura di prevenzione del soggiorno obbligato richiesta dallo stesso Scaglione.

LIGGIO

Luciano Liggio, noto come Lucianeddu, in realtà nacque con il cognome di Leggio. La variazione avvenne per un errore di trascrizione nel verbale del suo primo arresto che risale al 2 agosto 1944, quando non aveva ancora 20 anni. Fu scoperto a rubare covoni di grano in un campo della nativa Corleone e scontò tre mesi di carcere. Appena uscito, la guardia Calogero Comaianni, responsabile del suo arresto, fu trovata uccisa. Liggio fu accusato dell’omicidio ma assolto per insufficienza di prove. Fu l’inizio di una carriera criminale destinata a concludersi con l’arresto definitivo del 15 maggio 1974.
Gracile di costituzione, spesso malaticcio, zoppicava a causa del morbo di Pott, si diceva di lui che si limitasse al furto di bestiame ma in realtà era un “protetto”, il luogotenente del riconosciuto capomafia dell’epoca, il dottor Michele Navarra. Le prime imprese criminali lo videro protagonista insieme con i suoi compari Totò Riina, Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella che allora erano a lui sottoposti nella gerarchia del clan. Liggio non era come loro, non era un contadino silenzioso i cui orizzonti non andavano al di là dei confini paesani. Era spregiudicato, ambizioso e pian piano estese i suoi “affari” a Palermo che offriva un sacco di opportunità di infiltrazione.
Liggio diventò capo dei corleonesi dopo aver ucciso il capomafia, il suo protettore Navarra e tutte le persone a lui legate mostrando una determinazione feroce e una tale violenza che in poco tempo portò la sua banda ad eliminare ogni testimone e chiunque cercasse di sopraffarli.
Tra gli omicidi a lui imputati ci fu anche quello del sindacalista Placido Rizzotto nel marzo 1948 e nel 1952 fu proprio Pietro Scaglione a chiederne il rinvio a giudizio. Ma Liggio riuscì a fuggire e restò latitante per 12 anni, fino al 14 maggio 1964 quando fu arrestato a Corleone nella casa della fidanzata di Placido Rizzotto del quale Liggio, tra l’altro, si era sempre dichiarato grande amico, negando qualsiasi addebito in merito al suo omicidio.
Sottoposto a processo fu assolto ancora una volta per insufficienza di prove. In Parlamento la sentenza fu definita «scandalosa», e si scoprì difatti che venne emessa dopo che ai giudici era stata recapitata una lettera minatoria.
A quel punto il magistrato Scaglione decise di applicare la misura di prevenzione del soggiorno obbligato, unico strumento a disposizione della legge per fermarlo ma, ancora una volta, Liggio riuscì a sfuggire all’arresto preventivo facendosi ricoverare in una clinica di Taranto e poi a Roma. Da qui scappò poco prima che gli agenti di polizia arrivassero a notificargli il provvedimento, conquistandosi così l’appellativo di “primula rossa di Corleone”.
Chi andò nei guai fu proprio il magistrato che ne aveva richiesto l’arresto, colui che aveva svolto la sua attività di magistrato sempre a Palermo a partire dal lontano 1928 e, nella sua carriera, si era trovato alle prese con gli omicidi della banda di Salvatore Giuliano, aveva assistito alla trasformazione della mafia in struttura organizzata che aveva spostato il centro dei suoi interessi dalle campagne alla città, infiltrandosi nei settori strategici di appalti, mercati,  attività commerciali, droga, assunzioni ed era arrivata a controllare le elezioni e in qualche modo pure il Consiglio regionale. Scaglione conosceva bene i meccanismi ma non ancora i nomi ed era convinto che la nuova mafia andasse snidata dalle pubbliche amministrazioni dove aveva iniziato a penetrare e, già negli anni Sessanta, aveva avviato numerosi procedimenti per peculato o per interesse privato in atti di ufficio nei confronti di amministratori comunali e di enti pubblici. Era stato lui il magistrato ad aver posto sotto inchiesta, tra gli altri, Salvo Lima e Vito Ciancimino.
Erano però anche gli anni in cui «per arrestare un’indagine bastava una sventagliata di mitra» e Scaglione evidentemente stava diventando molto pericoloso per Cosa Nostra; si stava occupando della scomparsa del giornalista Mauro de Mauro avvenuta il 16 settembre 1970, quando il suo destino si compì.
Il 5 maggio 1971 alle 11 di mattina nei pressi del cimitero dei Cappuccini, in via dei Cipressi, dove tutte le mattine il giudice si recava a pregare sulla tomba della moglie deceduta sei anni prima, l’auto di servizio guidata dall’agente di custodia Antonino Lo Russo, una 1300 Fiat, fu stretta contro il muro di cinta del vicino convento dei frati da una Fiat 850 bianca mentre dai finestrini abbassati partì una serie di scariche di proiettili che uccisero il magistrato e l’agente.
Un unico testimone riferì per telefono alla polizia il numero di targa dell’auto bianca che aveva visto sfrecciare via suonando furiosamente il clacson. Nessun altro aveva né visto né sentito nulla.
Dalle prime indagini risultò evidente che a sparare erano state più persone poiché furono trovati bossoli di pistola calibro 7,65, altri calibro 9 di un’arma automatica e altri ancora furono recuperati all’interno dell’auto e del corpo del procuratore Scaglione.

giornaleSCAGLIONE

Ma chi aveva ordinato il suo omicidio?
La pista mafiosa fu subito la più accreditata anche per le modalità di esecuzione, in pieno giorno e in zona centrale della città, ma bisognerà attendere le dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta nel 1984. Buscetta rivelò a Giovanni Falcone che l’omicidio Scaglione, magistrato integerrimo e spietato persecutore della mafia, fu organizzato ed eseguito dallo stesso Liggio con il suo vice, Salvatore Riina. Questo filone di indagine portò gli inquirenti anche negli Stati Uniti perché Buscetta disse di avere avuto tali notizie da Gaetano Badalamenti all’Ucciardone nel 1973, ma don Tano, interrogato negli Usa dove stava scontando 45 anni di reclusione, aveva negato di avere mai visto Buscetta.
Secondo Falcone l’omicidio Scaglione «ebbe lo scopo di dimostrare a tutti che Cosa Nostra non soltanto non era stata intimidita dalla repressione giudiziaria, ma che era sempre pronta a colpire chiunque ostacolasse il suo cammino». Versione rafforzata da Paolo Borsellino che dichiarò al quotidiano “La Sicilia”: «La mafia condusse una campagna di eliminazione sistematica degli investigatori che intuirono qualcosa. Le cosche sapevano che erano isolati, che dietro di loro non c’era lo Stato e che la loro morte avrebbe ritardato le scoperte. Accadde così per Scaglione […]». E, purtroppo, non solo a lui.
Dopo vent’anni di indagini, nel 1991, il giudice istruttore di Genova Dino Di Mattei aveva prosciolto tutti gli imputati, tutti personaggi di spicco della cupola mafiosa per non avere commesso il fatto. Tra i tanti: Salvatore Riina, Luciano Liggio, Pippo Calò.
La motivazione della sentenza di proscioglimento ammetteva semplicemente che, nonostante l’impegno investigativo e istruttorio, nonostante il tempo trascorso, non erano stati acquisiti elementi non solo di certezza ma neppure di probabilità sul movente del duplice omicidio e sulla identità dei suoi autori, come ad esempio il ritrovamento delle armi usate o testimonianze dirette.
Al Procuratore della Repubblica Pietro Scaglione non restò altro che il riconoscimento di essere stato il primo “magistrato caduto vittima del dovere e della mafia”, il primo omicidio eccellente che segnò il salto di qualità nella offensiva della mafia contro lo Stato.
La “primula rossa” invece morì di infarto nel 1993 mentre scontava l’ergastolo nel carcere di Nuoro.

FOTO. Pietro_Scaglione_-_Antonino_Lorusso_-_Lapide_Palermo

 Pr saperne di più
www.penitenziaria.it
A. BOLZONI, G. D’AVANZO, Il capo dei capi, Rizzoli, Milano, 2007
L. VIOLANTE, Il ciclo mafioso, Laterza, Roma-Bari, 2002
Enzo Biagi intervista il boss di Corleone Luciano Liggio (Leggio) – 1989
Luciano Liggio: priorità assoluta ammazzare Pietro Scaglione, video YouTube da Rai Storia

 

 

Articolo di Marina Antonelli

zjHdr1YM.jpegLaureata in Lettere, appassionata di ricerca storica, satira politica e tematiche di genere ma anche letteratura e questioni linguistiche e sociali, da anni si dedica al volontariato a favore di persone in difficoltà ed è profondamente convinta dell’utilità dell’associarsi per sostenere i propri ideali e cercare, per quanto possibile, di trasformarli in realtà. È autrice del volume Satira politica e Risorgimento. I giornali italiani 1848-1849.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...