Quando il Vesuvio aveva il pennacchio. Vi racconto la mia Napoli

Il libro di cui sto per parlare è stato scritto da una donna davvero speciale, di quelle che fanno la storia; Rosanna Oliva de Conciliis, infatti, non solo si occupa attivamente della Rete per la parità da lei fondata, dell’associazione Aspettare stanca, di difesa dell’ambiente, di lotta al dolore, di diritti delle donne e dei minori, ma ha svolto un ruolo di primo piano nella battaglia per il doppio cognome. Tuttavia il suo nome soprattutto richiama una vittoria straordinaria per le cittadine italiane: si deve a lei quel ricorso alla Corte Costituzionale portato avanti da giovanissima laureata in Scienze politiche che ha condotto alla storica sentenza n.33 del 1960: quest’anno se ne celebra il sessantesimo anniversario. Da allora le donne hanno ottenuto l’accesso alle carriere della magistratura e della pubblica amministrazione (vedi “Vitamine vaganti” n.58, recensione a Donne disobbedienti di Ester Rizzo) e la stessa autrice per lunghi anni ha ricoperto incarichi di grande rilievo.

Rosanna Oliva
Rosanna Oliva de Conciliis

Ma veniamo al libro (Guida editori, Napoli, 2019) che ci porta in tutt’altre realtà: si tratta infatti di una autobiografia limitata a una breve fase della sua vita, cioè dalla nascita all’adolescenza, con alcuni cenni agli eventi futuri, prima vissuta nella città natale, Napoli appunto, poi a Roma. Come scrive nella prefazione l’amica Giuliana Cacciapuoti, i vari capitoli hanno una originale premessa: «Ogni fiaba introduce una storia, ogni storia un racconto familiare, ricordi, impressioni, emozioni. Così è costruita questa raccolta “favolosa” di vicende accadute all’ombra del Vesuvio». Incontriamo dunque Biancaneve, Cenerentola, la principessa sul pisello, i tre porcellini, ma anche storie meno note o limitate all’area partenopea, come le vicende di Pulicinella, raccontate alla piccola Rosa dalla cuoca tuttofare Filomena, o quelle del pesciolino rosso inventate dall’autrice per i propri figli, Gabriele e Nicola, quando erano piccoli.
Fra gli elementi che più mi hanno colpito nel testo, corredato di molte fotografie e di una sorta di appendice di cui riparlerò, è la presenza di una parentela così fitta e dai nomi spesso ripetuti (per l’usanza di dare alla prole i nomi dei nonni o di altri antenati) che è stato utile ricorrere a ben due alberi genealogici: quello materno e quello paterno. A me che sono figlia unica e senza neppure un cugino sembra una cosa strabiliante (e bellissima)! Il babbo di Rosa, Geppino, dirigente di banca, aveva sei fra fratelli e sorelle e la mamma Rita (detta Mammina) tre sorelle, tutti quanti sposati e con prole. A questa abbondanza di parenti si univano nelle feste, nelle varie ricorrenze, nelle vacanze a Marianella il fratello Mimmo, i nonni, famiglie amiche, con una allegra mescolanza di grandi e piccini.
Un’altra cosa che mi ha incuriosito, forse retaggio dell’esperienza della fame provata durante la guerra, quando Rosa era piccola, è il frequente richiamo al cibo. Anche se la famiglia apparteneva alla buona borghesia, colazioni e merende erano frugali: pane e olio, ricotta lavorata con lo zucchero, un uovo sbattuto; era una festa, in settembre, poter assaggiare gli squisiti fichi e l’uva fragola. Una tradizione mai sentita prima erano i venditori ambulanti di pannocchie di granturco bollite e di banane, un frutto raro all’epoca. Ma i momenti belli della famiglia, come si usava soprattutto in passato, erano a tavola durante le festività in cui la cucina ribolliva e spandeva profumi invitanti: la cena della vigilia di Natale con il capitone, il Natale con i dolci tipici (a cui allora non appartenevano panettone e pandoro), il Carnevale con la “lasagna”e il sanguinaccio con il cioccolato fondente. Il babbo Geppino adorava il parmigiano grattugiato che metteva ovunque, il fratellino era ghiottissimo, mentre Rosa mangiava poco e detestava -così racconta- le polpettine di baccalà al punto da sputarle a scuola, quando la mamma gliele metteva di nascosto nel cestino; non riuscì mai a mangiare neppure la zucca e una disgustosa zuppa fatta con i piselli in polvere portati dalle truppe americane. A proposito di piselli un simpatico episodio vede protagonista la cuginetta Titina di quattro anni che ancora storpiava un po’ le parole e così voleva consolare la sorella convalescente: «Pacca (Pasqua) è già: abbiamo mangiato pure i pisellini». E la Pasqua in casa Oliva era molto attesa perché il padre, al Banco di Napoli, riceveva tre mensilità, così ogni anno amava ripetere la buffa frase della nipotina, ormai entrata nel lessico familiare.
Un altro aspetto assai interessante riguarda alcuni giochi infantili che appartengono ormai a un passato remoto, sconosciuti come sono alle generazioni più giovani. Campana, mosca cieca, nascondino, “spacca salame” (una specie di chiappino), divertimenti all’aria aperta per bambini e bambine grandicelle, mentre i più piccoli venivano intrattenuti con filastrocche (come la lepre pazza), fiabe, canzoncine. Ho trovato molto bella la figura della nonna Maria, morta a 100 anni e sei mesi, che raccontava alla nipote delle fiabe tradizionali come Mammà Caiolella e storie divertenti come quella dello scemo dalla pezza di tela, che finiva con una gioiosa pioggia di fichi secchi e uva passa, due delizie da acquolina in bocca per Rosa.
Un elemento ricorrente -che viene ripreso anche nell’appendice- sono le credenze e le superstizioni: “non ci credo, ma è vero”, parafrasando il titolo di una commedia di Peppino de Filippo. Alcune cose portano bene (l’uomo gobbo, tagliare le unghie di lunedì), altre male (la donna gobba, il pane rovesciato, il cappello sul letto), ma ci sono anche gli scongiuri e i rimedi: se si perde qualcosa si recitano tre Gloria Patri a santa Mena. Altre azioni sono proprio vietate e qui l’autrice ci diverte con alcuni episodi che le sono capitati, a dimostrazione che (forse) certe credenze sono semmai segno di cautela e prudenza: una volta, passando sotto una scala, rischiò seriamente di finire all’ospedale perché un martello la mancò di poco. Un’altra volta inaugurò un bel tailleur di venerdì e, chissà come, le venne un terribile attacco di appendicite. «Né di Venere né di Marte non si sposa né si parte né si dà principio ad arte» così si dice anche in Toscana.
L’altra appendice riguarda, e non è un caso, le ricette tramandate in famiglia, prevalentemente di gustosi primi piatti, come la citata “lasagna” che ha poco a che vedere con le lasagne bolognesi, preparata con le polpettine, la ricotta, la mozzarella, il salame a pezzetti e un ragù in cui la carne si lascia intera, solo per insaporire, da utilizzare separatamente. Non potevano mancare il sartù di riso, il gattò di patate, la parmigiana di melanzane al cioccolato fondente (!).
Naturalmente lo sfondo di tutte le vicende e i personaggi è Napoli, anche quando la famiglia si trasferì nel 1944 a Roma perché sembrava, in piena guerra, un luogo più sicuro. Lì trovarono amicizie e parenti che fecero sentire meno doloroso il distacco, lì la scrittrice ha poi vissuto, si è sposata, ha fatto carriera, ma…«Confesso: il desiderio più forte che mi fa tornare a Napoli è legato alla gioia di rivedere il mare da via Caracciolo e i panorami da San Martino, di percorrere le belle strade del centro, di visitare ancora una volta le tante opere d’arte e di gustare, insieme con altre prelibatezze della cucina napoletana, una squisita piazza Magherita» (p.121).
Il testo ci descrive un tratto della vita di Rosa, iniziando dal 1936, il percorso di una bambina -e poi adolescente- serena e allegra, circondata da tanti affetti e premure, destinata a un brillante avvenire e amante della lettura fin da piccola. «I miei genitori furono costretti, quando frequentavo la prima elementare, a comprarmi un secondo sillabario perché avevo distrutto per l’uso il primo già a metà dell’anno scolastico»(p.84). Anche la musica accompagnava le sue giornate: Mammina, pur attraversando periodiche fasi depressive, amava inventare giochi, cantare le più note canzoni napoletane e rallegrare la quotidianità dei due figli con divertenti filastrocche. Pure il padre sapeva stare al gioco, come quando -durante i rischi continui dei bombardamenti- per andare al lavoro fu costretto dalla moglie a travestirsi da donna, fra le risate generali.
Episodi, personaggi, ricordi…Il libro di Rosa Oliva è tutto questo e molto altro, che va lasciato al piacere della lettura diretta senza ulteriori anticipazioni, immergendosi nelle atmosfere descritte e vagando con la mente nei panorami di Napoli, nei suoi profumi, nella sua varia umanità, sotto l’incombente presenza del Vesuvio.

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Recensione di Laura Candiani

oON31UKhEx insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume e Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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