Roghi di libri. Berlino, Opernplatz, 10 maggio 1933 (e dintorni)

«È quasi uguale uccidere un uomo che uccidere un buon libro. Chi uccide un uomo uccide una creatura ragionevole, immagine di Dio; ma chi distrugge un buon libro uccide la ragione stessa, pupilla dell’immagine di Dio», scrive John Milton nell’Areopagitica, breve trattato in difesa della libertà di stampa edito nel 1644.
I roghi di libri (e di uomini, e donne) scandiscono la storia. Il fuoco ha una forte valenza simbolica, per la cultura cristiana e non solo: distrugge, purifica, incenerisce; è elemento centrale nei riti di passaggio, funebri e sacrificali.
Tremo ancora alla memoria di Ipazia (e ripercorro il bel film Agorà di Alejandro Amenábar, del 2009), donna, filosofa, pagana, che nel 391 d.C. tenta di portare in salvo rotoli e saperi dalla Biblioteca di Alessandria, di lì a poco data alle fiamme dai parabolani, confraternita radicale e violenta del cristianesimo delle origini.

1.Locandina spagnola del film Agora, di Alejandro Amenabar
Locandina spagnola del film Agorà, di Alejandro Amenábar (2009)

E che dire in onore dell’amato Giordano Bruno? «Di più condanniamo, riprohamo e proibemo tutti gli sopradetti ed altri tuoi libri e scritti, – così il Santo Uffizio, l’8 febbraio 1600, nove giorni prima del rogo in Campo dei Fiori – come eretici ed erronei e continenti molte eresie ed errori, ordinando che tutti quelli che sin ora si son avuti, e per l’avvenire verranno in mano del Santo Officio, siano pubblicamente guasti ed abbrugiati nella piazza di San Pietro, avanti le scale, e come tali che siano posti nell’Indice de libri proibiti, sì come ordiniamo che si facci».

2.Monumento a Giordano Bruno in Campo dei Fiori, a Roma
Monumento a Giordano Bruno in Campo dei Fiori, a Roma

Ancora, sussulto al ricordo della notte tra il 25 e il 26 agosto 1992, quando, durante l’assedio di Sarajevo, l’esercito della Repubblica Srpska attacca con colpi di granata e bombe incendiarie l’edificio della Vijećnica, sede della Biblioteca nazionale. Dopo tre giorni, nonostante l’impegno, a costo della vita, di vigili del fuoco, bibliotecari e volontari, solo un decimo dei libri si salva dalle fiamme: «Brucia la biblioteca, i libri scritti e ricopiati a mano / che gli Ebrei Sefarditi portano a Sarajevo in fuga dalla Spagna. / S’alzano i roghi al cielo, / s’alzano i roghi in cupe vampe» (CSI, Cupe vampe, 1996).

3.La biblioteca di Sarajevo in fiamme (26 agosto 1992)
La biblioteca di Sarajevo in fiamme (26 agosto 1992)

Joseph Goebbels, ministro della propaganda del Terzo Reich, non inventa nulla quando organizza il rituale esoterico del primo rogo di libri in Opernplatz, a Berlino, il 10 maggio 1933, e tuttavia utilizza con intelligenza volta al male la possibilità della propaganda capillare e ossessiva resa possibile dalla società di massa: «Ripetete una cosa qualsiasi cento, mille, un milione di volte e diventerà verità». Così è per l’arte e per la musica ‘degenerate’ (entartete kunst, entartete musik: espressionismo e jazz, per citare soltanto due correnti), così è per i libri di autori, donne e uomini, ritenuti contrari all’autentico spirito della Germania, condannati a essere dati alle fiamme in grandi eventi pubblici, accuratamente preparati da feroci campagne d’odio, il primo dei quali proprio in Opernplatz (ora Bebelplatz) a Berlino, quel 10 maggio 1933.
«Sono passati settant’anni da allora, il tempo d’una vita – scrive nel 2003 la scrittrice antifascista berlinese Elfriede Brüning – eppure ho davanti agli occhi le immagini di quel giorno funesto, come se fosse ieri. Ero andata anch’io sull’Opernplatz di Berlino, non per il gusto del sensazionale, tantomeno con l’entusiasmo dei tanti curiosi intorno a me, venuti per assistere all’orrendo spettacolo. Già da giorni la stampa aveva annunciato che oggi, 10 maggio 1933, ci sarebbe stato un grande rogo di libri, a conclusione della campagna propagandistica “contro lo spirito antitedesco” organizzata dall’associazione degli studenti. Una gigantesca croce uncinata decorava la tribuna su cui si susseguivano giovanotti, studenti, tutti in uniforme delle SA. Gettavano nelle fiamme pile di libri, presi da carri che ne portavano sempre di nuovi, pronunciando invettive. “Contro il decadentismo e la corruzione dei costumi”, declamava uno che teneva in mano libri di Heinrich Mann e Erich Kästner; “Contro il giornalismo antinazionale, di impronta democratico-giudaica”, strillava un altro all’indirizzo di autori come Georg Bernhard e Theodor Wolff. A un tratto i ragazzotti si fecero da parte per far posto a un ometto esile, Josef Goebbels, il ministro della propaganda in persona, appena sbarcato da un’auto sopraggiunta a gran carriera. Era lui adesso a strillare sulla folla, con la voce che minacciava di rovesciarsi in falsetto: “Getto alle fiamme i libri degli ebrei e degli istigatori del popolo, di Heine, Brecht e Feuchtwanger, di Thomas e Heinrich Mann…”, finché la sua voce non fu sopraffatta dalle urla della massa inneggiante. Oggi, quel 10 maggio 1933, noi antifascisti eravamo ancora sotto lo choc dei terribili eventi delle settimane precedenti».

4.Elfriede Brüningi
Elfriede Brüning

«I terribili eventi delle settimane precedenti» dell’annus horribilis 1933 sono la nomina di Adolf Hitler a cancelliere del Reich, il 30 gennaio, da parte del presidente della repubblica Paul von Hindenburg, cui segue lo scioglimento del Parlamento e l’indizione di nuove elezioni il 5 marzo; l’istituzione di un corpo di polizia ausiliaria costituito da fedelissimi al nazionalsocialismo, la rimozione dei dissidenti dall’amministrazione pubblica, la chiusura dei giornali di opposizione; l’incendio del palazzo del Reichstag, il 27 febbraio, pretesto per scatenare una violentissima ondata repressiva, che porta all’arresto di oltre quattromila militanti comunisti e alla promulgazione di un decreto «per la protezione del popolo e dello stato», che di fatto sospende i diritti civili in modo permanente.
«Là dove si bruciano i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini», scrive Heinrich Heine in Almansor, nel 1820: la citazione è apposta sulla targa che custodisce memoria del rogo in Opernplatz ed è ripetuta in rete infinite volte, ma (a differenza della «cosa qualsiasi» di Goebbels) non è una menzogna, anzi, assume valore drammatico (tra i libri dati alle fiamme vi sono anche opere dello stesso Heine, accusato di essere autore filoebraico) e profetico, perché di lì a meno di dieci anni, dopo la democrazia e la cultura, nei campi di sterminio sarà bruciata l’umanità considerata indegna di vivere.

5. Targa apposta in Bebelplatz
Targa apposta in Bebelplatz (già Opernplatz) a Berlino, in memoria del rogo di libri del 10 maggio 1933

Il 10 maggio 1933, a Berlino (e successivamente in altre piazze, in altre città del Reich), bruciano i libri di autori del passato e soprattutto del presente: donne e uomini le cui opere sono pubblicamente condannate e che dunque sono costretti alla fuga o all’esilio, quando non deportati e destinati allo sterminio.
Bruciano i libri di Sigmund Freud (esule in Gran Bretagna), di Heinrich Mann (esule in Francia, poi negli Stati Uniti) e di Thomas Mann (esule in Svizzera, poi negli Stati Uniti, infine ancora in Svizzera), di Albert Einstein (esule negli Stati Uniti), di Stefan Zweig (esule in Gran Bretagna) e di Arnold Zweig (esule in Palestina, rientrato in Germania nel 1948), di Franz Werfel (esule negli Stati Uniti), di Robert Musil (esule in Svizzera), di Lion Feutchwanger (esule in Francia, poi negli Stati Uniti), di Walter Benjamin (suicida in Spagna nel 1940 durante la fuga), di Erich Maria Remarque (esule in Svizzera, poi negli Stati Uniti, infine ancora in Svizzera), di Hannah Arendt (esule negli Stati Uniti). Bruciano i libri di Bertolt Brecht, sfuggito per miracolo all’arresto «senza né cappotto né cappello e con in tasca un paio di monete da cinque pfennig» e portato avventurosamente «sano e salvo oltre il confine» dall’editore Peter Suhrkamp, che rischia «la sua posizione, le sue prospettive future, persino la propria vita», come racconta lo scrittore tedesco Hans Fallada, che sceglie di restare in Germania ed è poi internato con la qualifica di «alienato socialmente pericoloso».
«Il cuore della cultura europea, Berlino, aveva perduto la sua anima, ma il trasferimento di quest’anima in altre terre, in altri mondi, fu tutt’altro che indolore. – scrive la storica Anna Foa – Gli ebrei tedeschi si sentivano profondamente tedeschi, e fino a quando Hitler non impose loro di essere soltanto ebrei si sentivano più tedeschi che ebrei. La nostalgia, oltre al dolore e allo spaesamento, fu devastante. Ma oltre agli ebrei, c’erano gli intellettuali non ebrei accusati di essere ‘decadenti’, degenerati. A tutti costoro il regime nazista tolse la cittadinanza. Così gli autori dei libri bruciati il 10 maggio 1933 condivisero la sorte, o almeno il dolore, di quell’esecuzione».
L’ultimo soprassalto della memoria mi riporta a Fahrenheit 451, non tanto al libro di Ray Bradbury (1953) quanto al film di François Truffaut (1966).

6.Fotogramma dal film Fahrenheit 451, di François Truffaut (1966)
Fotogramma dal film Fahrenheit 451, di François Truffaut (1966)

«Mamma, tu avresti fatto come lei, vero?»: la domanda di mio figlio, alla sequenza dell’anziana che si lascia bruciare con gli amati libri («Ci deve essere qualcosa di speciale nei libri, delle cose che non possiamo immaginare, per convincere una donna a restare in una casa che brucia») è retorica.
Non so se potrei vivere in un mondo in cui si accendono roghi di libri. O, comunque, vivrei con tristezza giorni funesti.

 

 

Articolo di Laura Coci

y6Q-f3bL.jpegFino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Insegna letteratura italiana e storia ed è presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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