Editoriale. Avrò cura di te

Carissime lettrici e carissimi lettori,
la vita di tutti i giorni ci sta mettendo di nuovo alla prova. Il passaggio, di qualsiasi tipo, è sempre difficile, ma questa volta assolutamente ignoto nei risultati. Sarà solo dopo la metà del mese che riusciremo a vedere se questo primo atto di liberazione sia stato efficiente, non solo in senso economico, ma anche salutare per tutte e tutti noi.
Economia e donne: da qui bisogna ripartire. Che si reputi questo binomio ovvio o assurdo, rimane fermo il fatto che, se non ripensiamo ad un’economia più umana, indipendentemente dalle collocazioni ideologiche degli individui e degli Stati che loro stessi sostengono (ci auguriamo sempre!) con il voto politico. È necessario, per non dire ancora più urgente, che la stessa politica e il nostro pensiero comprendano le donne e la parità sociale. Senza attenzione a questi due aspetti noi non riusciremo mai ad uscire veramente dai rischi, sempre più ravvicinati e letali, di pandemie.
Si deve iniziare ad intendere l’economia (dal greco
oikos, οκος, che significa casa, beni di famiglia, e nomos νόμος, norma o legge) nel suo significato primario, come l’economia della cura come “gestione dell’ambiente domestico”. Bisogna percepire il mondo come ambiente domestico, il che vuole dire introdurre il concetto di cura, ciò che non avviene nel mondo così come è concepito adesso. Lo afferma Ina Praetorius, economista e teologa tedesca (oggi vive in Svizzera) definita come “una delle più importanti voci del femminismo teologico militante e radicale”. Il suo libro è intitolato appunto L’economia è cura e ha un proseguo emblematico: Una vita buona per tutti: dall’economia delle merci alla società dei bisogni e delle relazioni. Ascoltare Ina Praetorius è un piacere. Ho avuto questo privilegio e ho imparato molto, tanto da non aspettarmi (ahinoi i pregiudizi!) così tanta apertura d’orizzonte da una teologa. La cosa principale che mi ha stupita è stata la sua forte e ferma critica al dualismo aristotelico che – ha detto – è stato l’attore principale del pensiero fino a pochissimo tempo fa. Questo tipo di sguardo sul mondo lo divide costantemente tra inferiore/superiore, padrone/schiavo, corpo/mente e quindi uomo/donna. L’economia, intesa nel pensiero maschile, è il profitto che non vede l’umanità. Bisogna guardare l’economia, ne è convinta Praetorius, con il modo in cui le donne amministrano l’ambiente domestico, la casa, appunto, come detta l’etimologia della parola economia che, attraverso la cura, l’attenzione verso l’umanità, verso i suoi bisogni reali, la rende sana, come dobbiamo rendere sane le persone che si sono ammalate in questa pandemia che non dobbiamo far ripetere. Perché bisogna capire, come per l’economia, che cosa è la scienza. “Una scienza che risponde alle logiche di un sistema malato o una scienza che “cura” nel vero senso della parola, che cioè si prende cura delle persone, della natura, del mondo… guardare al mondo come a un ambiente domestico di cui prendersi cura. Trovare una medicina, un vaccino non sarà risolutivo, occorre scoprire ed esaminare le cause che hanno prodotto gli effetti e agire su quelle, cambiare, guardare a nuove prospettive, nuovi immaginari di convivenza”, così scrive in un articolo Daniela Finocchi, ideatrice del concorso di scrittura e fotografia, tutto al femminile, Lingua Madre, ricordando anche il pensiero dell’economista naturalizzata svizzera.
Le donne – scrive ancora Finocchi (l’articolo è intitolato, emblematicamente: Coronavirus: e le donne?) – suggeriscono modi e forme di ripensamento del vivere associato, per decostruirne i principi di esclusione, di guerra, di violenza, per fondare nuove cittadinanze, per affrontare equamente la questione delle risorse, del rispetto della natura, dell’alimentazione, di un cibo sano e giusto”.
È bello e incoraggiante leggere queste parole in un momento così delicato.
Un piccolo annuncio di servizio: sono state appena scelte le sette donne finaliste del concorso Lingua Madre di quest’anno (c’è tempo fino a tutto maggio per lettrici e lettori che sceglieranno l’ottava vincitrice), mentre si sa ora che il Salone del libro di Torino (dove a maggio avveniva sempre la premiazione) si svolgerà on-line.
La società ha bisogno del pensiero femminile.
In una lettera della Società italiana degli economisti alla Ministra per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione, Paola Pisano, si è chiesta con forza l’inclusione delle donne nella task force che studierà l’impatto economico del Covid-19, dopo che la stessa era stata costituita dal governo con un’équipe tutta al maschile: «Notiamo con sorpresa – si legge – che gli esperti nominati da questo Ministero sono tutti uomini. Questa scelta di fatto non riconosce le elevate competenze che le economiste hanno raggiunto in tutti i campi della ricerca economica e rischia di porre in secondo piano le tante importanti tematiche di genere che la crisi sanitaria ed economica stanno drammaticamente evidenziando».
L’inclusione delle donne è dunque fondamentale per capire se la situazione attuale ci abbia insegnato davvero qualcosa, se saremo capaci tutte e tutti di produrre cambiamenti solidi nella società che passeremo alle nostre figlie e figli. Oggi abbiamo saputo quanto sia reale la famosa reazione a domino del metaforico “battito d’ali di una farfalla in Brasile” di provocare un uragano dall’altra parte del mondo.
Purtroppo le donne stanno pagando e hanno pagato un prezzo caro durante questo periodo di lockdown. In mancanza di quelle figure, tutte femminili, che permettevano l’uscita di casa delle donne e la loro sostituzione nella cura domestica, hanno dovuto riprendere su di loro i compiti di colf, badanti, baby-sitter insieme a quelli sopravvenuti di smart working o Dad, l’insegnamento a distanza, e hanno finito per rimanere di fatto a disposizione, praticamente tutto il giorno. E alla fine sono stati effettivamente solo i maschi (oltre il 70%) a rientrare realmente al lavoro, mentre le scuole sono e rimarranno chiuse e si continua con la cura domestica e con la didattica a distanza o con il lavoro da casa, in smart working, appunto!
Le donne, noi donne, siamo penalizzate anche per questa distorta attenzione al corpo che diventa una trappola di dolore. L’hanno chiamata “regressione verso atteggiamenti infantili”, questo bullismo da adulti usato purtroppo e troppo spesso anche da donne verso altre donne. Ricordiamo con tanta tristezza la voce femminile nel coro di insulti verso la Capitana di Lampedusa, inneggiante allo stupro, sessualmente insultante. Tante sono state le donne (ma non solo, certamente) che hanno riempito le pagine facebook di Laura Boldrini e non erano dei complimenti quelli indirizzati alla Presidente della Camera. Una giornalista, un’avvocata, un’attrice, una politica devono essere valutate per il loro lavoro e non per come si presentano, come si vestono, come si pettinano, per quanto pesano. Sembra cosa ovvia, ma non lo è. Per tutto ciò si è persino inventato un termine: body shaming, dove il verbo (che non esiste) è sostantivato e in italiano deve essere tradotto con un giro di parole: far vergognare qualcuno del proprio corpo. Ne sono state vittime in tante (sì, soprattutto donne), persone famose, cominciando da Angela Merkel, insultata da un nostro Presidente del Consiglio (che però ha sempre negato) a Rula Jebral, Luciana Littizzetto e tante altre, conosciute e meno conosciute.
Di donne, del loro coraggio e della loro intelligenza, si parla in questo numero che esce con articoli ridotti, ma arricchito dalla rivista per la scuola Vitamine per leggere, che ha allegramente contagiato per la terza volta di colore blu il numero di questo editoriale.
Incontriamo due donne premio Nobel e in primato per il mondo e per il loro Paese. Rileggiamo del coraggio e della bravura di Grazia Deledda, prima donna a ottenere il premio svedese. Deledda seppe essere generosa (aiutò silenziosamente il suo proprietario di casa condannato al confino) e seppe affrontare le prepotenze del regime, che la punì per non essersi schierata apertamente. Bella la storia di Nelly Sachs, scrittrice e grande poetessa tedesca di origine ebraica, emigrata in Svezia, prima donna a ricevere il Nobel per il suo Paese, grande cantrice della Shoah, che pure non aveva direttamente vissuto.
Di nazismo e di roghi, di falò umani e di libri si parla in altri due articoli. Il primo ricorda il rogo del 10 maggio 1933, l’annus terribilis, a Berlino in Opernplatz. Bruciano i libri della biblioteca di Alessandria che Ipazia, la matematica del medioevo odiata dai cristiani, cerca di salvare. Bruciano altri libri con Giordano Bruno, a piazza Campo de’ Fiori alla fine di febbraio del 1600, brucia la biblioteca di Sarajevo sotto i colpi di un odio senza senso. Bruciano e danno ragione a Heinrich Heine che nel 1820, duecento anni fa, scriveva: «laddove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini» e diventa questa la lapide di Opernplatz. I libri e l’uomo bruciano a Firenze per mettere a tacere le parole del frate scomodo, il domenicano Savonarola, scomunicato il 12 maggio del 1497 e impiccato (con rogo successivo al suo cadavere) il 23 maggio 1498 in piazza della Signoria, per non aver ceduto ai ripetuti richiami a tacere (leggerete un articolo).
La Storia ci insegna e ci ricorda tante cose degli uomini e delle donne che l’hanno scritta vivendo, governando, subendo. Una donna, un esempio di libertà, di pace e di gioia è ricordata in Pillole di Storia. Si racconta del Portogallo e della sua Rivoluzione dei garofani, che sono quelli donati da Celeste Caeiro, in una data che, per una splendida coincidenza, è cara anche a noi in Italia, il 25 aprile del 1974, ai militari i quali, in segno di pace, le misero alla bocca dei loro fucili, distanziandosi completamente dal governo dittatoriale iniziato con Salazar. Questo piccolo e intelligente “bignami” che pubblichiamo come rubrica fissa dall’inizio della rivista (speriamo sarà edito per intero e distribuito a fine novembre) è stato molto gradito a insegnanti e
 alunni/e per la chiarezza delle indicazioni. Palesemente necessiteranno di un approfondimento, ma intanto indicano una sequenza di avvenimenti che sono in grado di stimolare la curiosità dei e delle giovani in tempi bui, in cui si è rischiato e si rischia di annullare o mortificare una materia di studio così importante.
Il calendario della Storia più vicina a noi ci riporta al 9 maggio 1978. In quella giornata morirono due uomini, il Presidente del partito di governo di allora, ma anche uno dei padri della Costituente, Aldo Moro, ucciso dalla Brigate Rosse dopo oltre cinquanta giorni di prigionia e, in Sicilia, sotto i colpi della mafia, il giornalista Peppino Impastato, appena trentenne, sempre impegnato, come lo sarà per lui la mamma, nella ricerca della verità e della giustizia.
Oggi e domani c’è un appuntamento on line da gustare da casa in questo lockdown in fondo ancora esistente: sintonizziamoci con l’associazione Parole_ O_ stili per il quarto Festival della Comunicazione non ostile che viaggia sui sentieri della parità e della educazione alla cittadinanza attiva. La nostra rivista segue da tempo l’attività dell’associazione che lo organizza e approfondisce i temi del suo Manifesto.
Domani festeggiamo la maternità. Ne ricordiamo tante di madri, celebri, nell’arte e nella letteratura, dall’antichità ai giorni nostri. Dalla Grande Madre di sapore orientale alla Venere di Savignano del museo Pigorini, a Roma, alla Artemide Efesia dei Musei vaticani, alle tante raffigurate nelle scene del parto delle tavolette esposte al museo archeologico di Napoli. Madri adorate da scrittori e poeti come Ungaretti e Pasolini. Raffigurate nelle migliaia di Madonne uscite dal pennello dei grandi per celebrare la maternità divina.
Ma tutti siamo figli e figlie di una donna a cui domani, se abbiamo la fortuna di averla ancora qui, in un momento così tragico di vento orribile che ha spazzato via una generazione di anziani, possiamo andare a far visita o chiamare al telefono, se lontana. «Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie /dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via, /dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo, /dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai….Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto, /conosco le leggi del mondo e te ne farò dono. /Supererò le correnti gravitazionali/lo spazio e la luce per non farti invecchiare;/ti salverò da ogni malinconia. /Perché sei un essere speciale/ed io avrò cura di te. /Io sì che avrò cura di te». Franco Battiato ha scritto questa canzone dedicandola a sua madre e noi prendiamo da lui questo dono e regaliamolo, ciascuno e ciascuna, a chi ci ha messo al mondo.
Buona lettura a tutte e a tutti.

 

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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