Una piaga sociale. La pericolosità dei bulli adulti

Il bullismo è definito come “una forma di comportamento violento e intenzionale, di natura sia fisica sia psicologica, oppressivo e vessatorio, ripetuta nel corso del tempo e attuata nei confronti di persone considerate dal soggetto che perpetra l’atto come bersagli facili”. Da sempre si rivolge contro chi è portatore di una differenza, da parte di chi non intende la diversità come risorsa ma come elemento da stigmatizzare e di cui ribadire l’estraneità al comune bisogno di normalizzazione. La forma più estrema di bullismo rimane quella associata al razzismo, ma anche il rozzo bullismo omotransfobico nasce dal bisogno di affermare la propria “normalità” scegliendo come obiettivo qualcuno o qualcuna da additare come “irregolare”. La storia umana produce di continuo capri espiatori, come nel rito antico destinato a placare con un sacrificio l’ira degli dei: possono essere minoranze etniche o religiose, o portatori di comportamenti minoritari, o addirittura corpi non conformi. Esistono a scopo di rassicurazione per identità malferme. Nelle crisi e nelle calamità servono a rappresentare un bersaglio contro cui scagliarsi e su cui riversare la propria rabbia, scaricare il malcontento, le frustrazioni e le ansie diffuse nel vissuto. Ecco il nemico, scatenatevi. Il bullismo non è solo un fenomeno circoscritto a due individui (il bullo e la vittima): può essere letto prima come fenomeno di gruppo e poi come fenomeno culturale, espressione di una società in cui, di fatto, sono dominanti i valori della sopraffazione e dell’arbitrio del più forte sul più debole, in cui i modelli vincenti – spesso veicolati anche attraverso i mass media – sono quelli dell’arroganza e del non rispetto per l’altro, in cui vige la distinzione degli esseri umani tra vincenti e perdenti, si apprezzano solo immagini maschili e femminili di successo, la sconfitta non è ben vista. I protagonisti sono dunque: i bulli; le vittime; gli spettatori. Questi ultimi sono necessari: è solo grazie a chi non dice nulla, a chi si copre gli occhi o si volta dall’altra parte, o addirittura ammira e spalleggia il bullo, che le prepotenze e le aggressioni possono continuare indisturbate. Tra la vittima e il carnefice c’è sempre una vasta zona grigia, amorfo terreno di coltura delle sopraffazioni. Credete che il fenomeno riguardi solo la scuola? O che affligga soltanto le periferie dimenticate? Si può bullizzare dagli scranni del Parlamento, dalle colonne di un giornale, dagli schermi televisivi. Chi non ha cariche si accontenta di diffondere cattivismo dalle pagine del web: sui social network il bullismo si dimostra ancor più pericoloso delle forme già conosciute perché rafforza il gruppo, lo dilata e crea dinamiche da lapidazione pubblica. La crudeltà virtuale tracima nelle vite reali, basta poco a spingere l’asticella ogni volta un poco più in là. C’è il bullismo individuale e c’è quello organizzato, magari con sapienti algoritmi. Anche quando la terza media è finita da un pezzo la ferocia infatti continua. Più gli ex adolescenti crescono, più diventano pericolosi. Più il pubblico cui si rivolgono è ampio, più fanno danni. I bulli non sono rifiutati dal proprio gruppo esteso, anzi molto spesso ne ricoprono la carica di leader. Questo tipo di leader è da qualche tempo tornato di moda: spesso la società contemporanea confonde la leadership con la prevaricazione e s’innamora dei prepotenti. La figura è ben nota e i sistemi autoritari e oscurantisti l’adottano da sempre, con fredda premeditazione. Si tratta per loro di un’operazione facile e conveniente. Lanciano il sasso nello stagno, spesso come ballon d’essai; il resto lo fa con gratuito entusiasmo il tamtam della gente, la vox populi. In quel trogolo sono miscelati pastoni e retoriche un tempo considerate altamente tossiche, oggi sdoganate e somministrate ai consumatori/elettori. Il truce sentimento di aggressività, il linguaggio da trivio e l’ostentato atteggiamento di machismo non sono nuovissimi (una ventina d’anni fa Umberto Bossi, da molti considerato uno statista, giurava di “avercelo duro”), e possono persino assurgere a marchio del governo, esser contrabbandati per carisma. Donald Trump, in corsa per le primarie repubblicane del 2016, prese pubblicamente in giro un giornalista disabile; nonostante lo scandalo venne eletto alla presidenza degli Stati Uniti. Matteo Salvini, quand’era ministro dell’interno, fece la stessa cosa con un ragazzo dislessico che lo contestava durante una manifestazione. Beppe Grillo, guru indiscusso di un partito di governo, usa rovesciare su tutti insulti indicibili, cerca sempre di aizzare i fan e di stupire il pubblico associando un tono un po’ più gridato della voce a un tasso un po’ più insolente di incontinenza verbale. Un modo di far politica che si regge sulla tracotanza e sul disprezzo delle regole, dei limiti, del senso della misura sta attraversando anche il mondo delle democrazie liberali, dagli Stati Uniti all’Italia, e rischia di diventare prassi istituzionale. Tutto ciò che è sopra le righe viene normalizzato, a colmare l’assenza o l’estrema debolezza del pensiero e dell’argomentazione politica. Questi rozzi strateghi offrono un pessimo esempio alle giovani generazioni, anche se poi il sistema si autoassolve varando leggi contro il bullismo a scuola.

 

Recensione di Graziella Priulla

RfjZEjI7Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

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