Guerra Fredda. Terza fase. La fine del Franchismo in Spagna

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L’ultimo Paese europeo ad abbandonare il fascismo è il regno di Spagna. Nonostante le palesi violazioni dei diritti umani, la dittatura spagnola gode dell’appoggio della Nato in quanto anticomunista. Nel 1973 Francisco Franco, ormai anziano e malato, nomina capo del governo l’ammiraglio Carrero Blanco: con la delega del potere da parte di Franco è chiaro che la dittatura spagnola sta lentamente volgendo al termine. Alla fine dello stesso anno, Blanco viene ucciso in un attentato di matrice indipendentista basca.
A novembre del 1975 Franco muore. Pochi giorni dopo, Don Juan Carlos di Borbone è nominato re di Spagna dalle stesse Camere che avevano sostenuto la dittatura. Il nuovo sovrano inizia una lenta fase di transizione e pone nel governo ex franchisti insieme a democratici moderati. Intanto viene revocato il divieto di riunione e di associazione istituito durante la dittatura. Il re vuole agire in maniera molto morbida e graduale, senza forzare le leggi franchiste, per evitare una reazione nell’esercito, ancora in buona parte fascista. La legge sulla riforma politica approvata nel 1976 dalle Cortes (le Camere), ancora a maggioranza franchista, chiude di fatto la dittatura e apre la strada a elezioni pluraliste. Viene riconosciuto il diritto di sciopero e legalizzati i sindacati, allontanati i militari dal governo e varata un’amnistia generale per i detenuti politici. A giugno del 1977 si tengono le prime elezioni libere dopo il 1936.
Arriva primo, ma senza maggioranza assoluta il partito di centro cattolico che segue una linea di riforme moderate, seguito con poco distacco dai partiti di sinistra Psoe e Pce, creando un sistema parlamentare bipolare che rimarrà invariato per decenni; nella Catalogna, a maggioranza repubblicana, in Galizia e in Euskadi (la regione basca) i partiti indipendentisti ottengono un forte consenso.
Nel 1978 le Cortes varano la nuova Costituzione.

Foto. Constitución_Española_de_1978

Al referendum confermativo la maggioranza della popolazione approva la Carta, tranne nella zona basca. La Carta è un compromesso tra il bisogno di lasciarsi alle spalle la dittatura espresso dalla popolazione e il tentativo del re di assecondare le stesse Cortes, che non hanno mai del tutto cancellato l’eredità di Franco per evitare episodi reazionari; quindi è una Costituzione al tempo stesso progressista e autoritaria. L’articolo 116 della Costituzione, che proclama lo “stato di eccezione” autorizzando l’impiego dell’esercito e la sospensione di ogni diritto individuale, dimostra evidenti segni di un regime fascista non ancora superato. Anche il tribunale speciale antiterrorismo è un organo ereditato direttamente dalla dittatura e da allora mai rivisto.
Nel 1986, insieme al Portogallo, la Spagna entra nella Comunità Europea.
Un problema mai risolto nella Spagna postafscista è quello delle entità che non si riconoscono nella Corona di Castiglia. La Costituzione del 1978 concede una parziale autonomia amministrativa alle regioni che la richiedono, ma rifiuta di riconoscere l’identità propria di popoli che non credono nella monarchia liberale e parlano lingue diverse dal castigliano, unica lingua ufficiale del Regno. Per decenni l’Euskadi spagnolo, represso durante la dittatura molto più duramente di quello francese, che cerca riscatto negli attacchi del gruppo armato indipendentista dell’Eta e che alle urne dà un’ampia maggioranza al Partido Nacionalista Vasco (Pnv) a discapito dei partiti spagnoli, viene trattato dal governo di Madrid solo come un problema militare o poliziesco di ordine pubblico, condannando il terrorismo ma mai la repressione che il popolo basco ha subito e non riconoscendo le richieste di maggiore autonomia decisionale. In maniera meno cruenta, la stessa situazione di repressione della diversità e delle istanze indipendentista avviene in Catalogna, che gode di una formale autonomia ma non ha riconosciuta la propria specificità storica culturale e linguistica. Vari dei partiti e movimenti indipendentisti catalani sono di stampo repubblicano. Addirittura, in caso di seri tentativi di secessione o di disobbedienza agli ordini del governo centrale, l’articolo 155 della Costituzione spagnola dà al capo del governo di Madrid il diritto di sospendere il presidente e il Parlamento regionali e imporre decisioni estranee alla volontà locale: l’articolo 155 della Costituzione del Regno di Spagna è ripreso dall’articolo 37 della Costituzione della Repubblica Federale Tedesca del 1949, scritta sotto il diretto controllo delle forze liberali vincitrici della guerra. 

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Articolo di Andrea Zennaro

4sep3jNIAndrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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