Surrealiste. Dorothea Tanning, Leonora Carrington, Remedios Varo, Frida Kahlo

Mai così elevato, come in altri movimenti, è stato il numero di artiste che hanno aderito al Surrealismo, con una produzione eterogenea e distinta da quella maschile. Penelope Rosemont nell’antologia Surrealist Women ne ha contate circa trecento. Quelle della prima generazione, però, non ebbero abbastanza spazio e molte sono state ignorate, nonostante Breton avesse affermato che «il pensiero non ha sesso». I loro nomi non compaiono tra gli autori del Primo manifesto, dove Breton paragona la donna a una bambina di cui conserva la curiosità e lo spirito avventuroso.
Tuttavia, come cresceva il movimento, cresceva il ruolo delle donne che vi facevano parte. Sfidando le convenzioni sociali e rifiutando le regole imposte da famiglia e società, spesso fuggendo da casa per unirsi al gruppo surrealista, hanno sperimentato nel movimento un’opportunità di liberazione sociale, un baluardo, unico in quell’epoca, a difesa dei diritti delle donne. Pur provenendo da realtà sociali e culturali diverse, le surrealiste hanno avuto molti elementi in comune. Gli autoritratti, ad esempio, piuttosto rari nella parallela produzione maschile, hanno costituito la loro forma espressiva più frequente. E, mentre i loro compagni operavano uno smembramento sul corpo femminile, loro ne conservavano l’integrità, per preservarne anche l’identità.
Il contributo femminile fu determinante per la crescita del movimento che durante il periodo nazista e il secondo conflitto mondiale poté continuare proprio grazie all’intensa opera di diffusione delle donne, vecchie presenze e nuove arrivate. Nel 1943 Peggy Guggenheim organizzò a New York un’esposizione tutta al femminile,
The Exhibition by 31 women. In alcuni Stati il Surrealismo fu una forza evidente nella vita culturale nazionale, mentre in altri fu una corrente sotterranea. Nuovi gruppi si formarono, e non solo di pittrici, scultrici, ma anche di fotografe, danzatrici, poete, a dimostrazione di un movimento aperto a una molteplicità di mezzi espressivi.
Negli anni Sessanta il Surrealismo riprese forza, collegandosi a problematiche nuove, come il rifiuto di ogni autoritarismo, la difesa delle popolazioni emarginate, la condanna delle guerre, la rivolta studentesca del ’68, e in seguito sostenendo la tematica ambientalista e la difesa degli animali.
Dall’Africa e dal mondo arabo, all’Australia, al Giappone ancora i contributi femminili furono molto numerosi e, raccogliendo l’eredità delle prime surrealiste, hanno stabilito la continuità del ruolo centrale e del protagonismo femminile nella pratica artistica.
Dorothea Tanning (Galesburg 1910 – New York 2012)
Donna libera e spregiudicata, a New York conobbe Max Ernst, che la introdusse al Surrealismo. I due si sposarono, lui era già al suo quarto matrimonio, e dopo qualche anno andarono a vivere a Parigi. La sua arte, fatta di visioni interiori, oniriche e provocatorie, punta lo sguardo sui simboli della vita domestica e sul ruolo della donna nella società del suo tempo, mettendo a nudo i tabù con un’ironia corrosiva e dissacrante. Eine kleine Nachtmusik (Piccola serenata notturna), che nel titolo fa riferimento a una composizione di Mozart, è considerata dai critici il suo capolavoro: raffigura una ragazza e una bambola nel corridoio di un hotel con porte numerate, insidiate da un gigantesco girasole, il più aggressivo dei fiori, simbolo delle proprie paure. La bambola è straordinariamente realistica e indossa, come la ragazza, abiti strappati, segno che c’è stata una violenza, e i capelli lunghi della ragazza volano verso l’alto come sospinti da una folata di vento. L’opera è stata realizzata mentre Dorothea stava con Max Ernst in Arizona, dove vissero diversi anni. Nel suo libro di memorie, Birthday, ricorda come Mozart fosse l’argomento di conversazione preferito a quell’epoca e come fosse affascinata dai girasoli.

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Eine kleine Nachtmusik, Dorothea Tanning

Leonora Carrington (Lancaster 1917 – Città del Messico 2011)
Vita lunga e tormentata la sua, ricevette riconoscimenti tardivi e prevalentemente in Messico, dove nel 2000 le fu data la cittadinanza onoraria. Dopo aver compiuto studi artistici a Londra, a Parigi si avvicinò al Surrealismo. Insieme a Max Ernst, che fu suo compagno prima che questi a New York conoscesse Dorothea Tanning, si trasferì in Provenza, dove cominciò a scrivere i primi racconti fantastici, e intanto dipingeva figure femminili, molto simili a quelle che raccontava, metà donne e metà animali. Quando Ernst, allo scoppio della Seconda guerra mondiale, venne internato, essendo tedesco, in un campo di detenzione francese, colta da una crisi depressiva, fuggì in Spagna e fu ricoverata in un ospedale psichiatrico; dimessa, accettò il “finto” matrimonio con un diplomatico messicano per sfuggire al controllo della famiglia e lasciare l’Europa. Ottenuto il divorzio, come molti altri surrealisti si rifugiò a Città del Messico, dove visse per quasi settant’anni, sposò un fotografo ungherese ed ebbe due figli. Finalmente riconosciuta, espose in importanti gallerie a New York e in Messico. Per il nuovo museo antropologico di Città del Messico realizzò un murale dal titolo El mundo magico de los Mayas (in copertina). Nei primi anni Settanta si schierò pubblicamente a favore del movimento femminista, sostenendo l’eguaglianza di tutti gli esseri viventi e denunciando il mancato riconoscimento della figura dell’artista-donna.
Nella sua arte il forte interesse dei surrealisti per l’inconscio si combina con l’immaginario dei sogni, e metamorfosi e magia sono i temi ricorrenti, arricchiti da continui spunti autobiografici. Tra le sue immagini svincolate da ogni razionalità, giocose e ossessive, violente e favolistiche, sono frequenti quelle di animali, soprattutto cavalli; lei stessa sosteneva che ognuno di noi possiede un’anima animale.

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Autoritratto, Leonora Carrington

 Remedios Varo (Anglès 1908 – Città del Messico 1963)
Formatasi tra Parigi, dove conobbe André Breton, e Barcellona, altra capitale surrealista, riparò in Francia, avendo parteggiato per i repubblicani durante la Guerra civile spagnola; dalla Francia trovò rifugio in Messico in seguito all’occupazione nazista e qui legò con altri rifugiati, soprattutto Leonora Carrington. Il suo stile è riconoscibile per l’atmosfera onirica caratterizzata da una parvenza scientifica per la minuziosa attenzione ai particolari. Frequenti i richiami autobiografici e i temi della ribellione e della fuga; la presenza di esseri con sembianze di animali, un’ambientazione magica rendono la lettura delle sue opere densa di significati non sempre facili da comprendere.
In Armonia, lo scienziato su un pentagramma posa alcuni oggetti, ortaggi, pietre, un pezzo di carta con scritto π greco. La stanza in cui lavora appare in disordine, ma il compito dello scienziato è proprio quello di cercare ordine.

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Armonia, Remedios Varo

Frida Kahlo (Coyoacan 1907/1954)
È la più conosciuta tra tutte le artiste surrealiste e forse la più famosa del Novecento. Figlia di un fotografo tedesco emigrato in Messico e di una messicana, donna passionale e insofferente di ogni convenzione sociale, ebbe una vita sfortunata che ha trovato dolorosa espressione nella sua arte. Affetta da spina bifida dalla nascita, diciottenne rimase vittima di un tragico incidente, mentre viaggiava su un autobus. I postumi di quell’incidente la costrinsero a sottoporsi nel corso degli anni a trentadue interventi chirurgici. Le opere che dipinse durante la lunga convalescenza suscitarono l’ammirazione di Diego Rivera. Qualche anno dopo i due si sposarono, per lui era il terzo matrimonio. Fu un’unione d’amore, ma anche travagliata dai continui tradimenti di lui, che Frida, dal canto suo, ripagò con rapporti extra-coniugali, anche omosessuali, resa infelice dagli insuccessi delle sue gravidanze. Divorziarono e si risposarono. Militò nel Partito comunista messicano, dove tante donne della sua generazione ebbero l’opportunità di emanciparsi. New York, Parigi e Città del Messico le dedicarono importanti esposizioni. Il suo stile era indipendente da quello del marito: agli elementi surrealisti univa la suggestione per l’arte popolare e il folclore precolombiano per sottolineare la sua identità messicana, a cui si ispirava anche nel modo di vestire. Nei suoi ritratti raffigurò molto spesso gli aspetti drammatici della sua vita, soprattutto quello dell’incidente e gli aborti che hanno soffocato il suo desiderio di maternità. Frida non voleva penetrare l’inconscio, ma raccontare attraverso simboli la sua voglia di vivere nonostante le tante sofferenze. La sua pittura è il manifesto della sua resistenza ai colpi inferti dal destino, e della forza connaturata alle donne.
Numerosi documentari e due film hanno raccontato la sua vita.

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Autoritratto con collare di spine e colibrì, Frida Kalo

In Autoritratto con collare di spine e colibrì, realizzato poco dopo il divorzio da Diego Rivera, Frida si ritrae su uno sfondo di foglie verdi di una pianta tropicale. Una collana di spine le trafigge il collo, provocando la fuoriuscita di sangue, simbolo del suo dolore. Appeso alla collana è un colibrì morto, considerato in Messico un amuleto per l’amore. Sulla spalla sinistra un gatto nero sembra attendere di avventarsi sul colibrì, sulla spalla destra una scimmietta tiene una parte della corona spinosa: forse simboleggia il suo bambino mai nato. Il gatto e la scimmia potrebbero anche rappresentare due facce della sua personalità. Intorno a lei e tra i capelli delle farfalle sono simbolo di rinascita.

In copertina: El mundo magico de los Mayas, Leonora Carrington

 

 

Articolo di Livia Capasso

foto livia

Laureata in Lettere moderne a indirizzo storico-artistico, ha insegnato Storia dell’arte nei licei fino al pensionamento. Accostatasi a tematiche femministe, è tra le fondatrici dell’associazione Toponomastica femminile.

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