Capaci, 23 maggio 1992

«Si muore generalmente perché si è soli e perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere».(Giovanni Falcone) Nel calendario civile della nostra Repubblica la data del 23 maggio occupa un posto importantissimo: segna il giorno nel quale furono massacrate da una carica di 500 chili di tritolo con un’azione di guerra, allo svincolo autostradale di Capaci, nel comune di Isola delle Femmine, cinque persone innocenti, colpevoli soltanto di avere interpretato alla lettera lo spirito della nostra Costituzione, che invita, all’articolo 54, «coloro cui sono affidate funzioni pubbliche ad esercitarle con disciplina ed onore»: la magistrata Francesca Morvillo, il giudice, suo marito, Giovanni Falcone e gli uomini della scorta: Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Di Cillo. 

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Le vittime di Capaci

Chi si trovava nei dintorni, alle 17, 56 minuti e 40 secondi del 23 maggio, ricorda un fragore mai sentito, la terra che si apriva, una colonna di fuoco alta quindici metri, il fumo e un cratere in cui precipitarono due delle tre Croma blindate, mentre la terza fu ritrovata in un campo di ulivi, a circa sessanta metri di distanza. Cosa Nostra aveva dichiarato guerra allo Stato e lo aveva fatto in modo esemplare, scegliendo deliberatamente di non assassinare il “giudice sceriffo” a Roma, dove girava senza scorta e si muoveva liberamente da quando aveva accettato la nomina alla Direzione degli Affari Penali del Ministero della Giustizia. La mafia lo volle fare in modo spettacolare, mentre il suo Nemico numero 1 si recava a Palermo, la città in cui era nato e si era illuso di portare la legalità, riuscendo per la prima volta nella storia, insieme al collega Borsellino e al Pubblico ministero Ayala, a far condannare in modo definitivo i boss più pericolosi della criminalità organizzata. La strage di Capaci sarebbe stata la prima di cinque (una sesta fu sventata all’Olimpico di Roma) nel biennio 1992/1993: quella di via D’Amelio, il 19 luglio 1992, dove avrebbero perso la vita il giudice Paolo Borsellino e le persone della sua scorta, tra cui una donna, Emanuela Loi; quella di Via dei Georgofili, a Firenze, la notte tra il 26 e il 27 maggio del 1993, in cui furono sterminati l’intera famiglia Nencioni, tra cui la figlia Caterina di soli 50 giorni, e lo studente ventiduenne Dario Capolicchio, col ferimento di quaranta persone; quella degli attentati alle chiese di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano, che causarono ventidue feriti, del 26 luglio 1993, e quella di via Palestro a Milano dello stesso giorno, in cui persero la vita il vigile urbano Alessandro Ferrari, i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto, Stefano Picerno e l’immigrato marocchino Moussafir Driss (che dormiva su una panchina) con dodici persone ferite e gravi danni all’adiacente Padiglione di arte contemporanea e alla Galleria d’arte moderna. Eravamo in guerra con Cosa Nostra. Il 1992 rappresenta un anno di svolta nella storia italiana: l’inchiesta “Mani pulite” dei Pubblici ministeri Davigo, Di Pietro e Colombo sta scoperchiando la corruzione di un intero sistema politico e porterà alla scomparsa di partiti storici come la Democrazia cristiana e il Partito socialista, al cambiamento del nome e alla scissione del Partito comunista italiano; le conseguenze della riunificazione della Germania nel 1991 seguita al crollo del Muro di Berlino del 1989 stravolgono gli equilibri precedenti e fanno venir meno l’influenza del Patto Atlantico sulle vicende politiche del nostro Paese. Saltano gli equilibri consolidati dal dopoguerra e la corrente andreottiana, che nei decenni precedenti aveva avuto in Salvo Lima il referente di Cosa Nostra in Sicilia, non sarà più affidabile per gli uomini d’onore, come racconteranno alla Magistratura molti collaboratori di giustizia. Il 30 gennaio del 1992 la sentenza della Cassazione ha già confermato in modo definitivo le condanne e gli ergastoli del più grande maxiprocesso della storia, quello istruito dai magistrati più coraggiosi, esaltati e denigrati della nostra Repubblica, Falcone e Borsellino. Meno di due mesi dopo, il 12 marzo, a Palermo, sarà ucciso proprio Salvo Lima, rincorso in un vialetto di Mondello e colpito alle spalle come si fa coi traditori. Nel maggio del 1992 il Parlamento è impegnato nell’elezione del Presidente della Repubblica, Andreotti è bruciato ma non si riesce a convergere su altri nomi. Le sedute si susseguono inutilmente. Cosa Nostra ha incassato molto male la sentenza dello Stato, quello stesso che negli anni precedenti consentiva la riforma in appello e in Cassazione delle condanne a vita e la scarcerazione degli imputati, e decide di alzare il tiro. A nulla conta che i giudici istruttori del maxiprocesso non siano più nel “Palazzo dei veleni” di Palermo, che gli amici di un tempo, come il sindaco Leoluca Orlando, l’artefice della “primavera palermitana” abbia attaccato per fantomatiche “carte chiuse nei cassetti” il giudice Falcone, rompendo un’amicizia che sembrava inossidabile. A nulla conta che si sia creata una macchina del fango da parte di giornali un tempo amici e che i due giudici siano stati tacciati di «professionismo dell’antimafia» sul “Corriere della sera” da uno scrittore affermato del calibro di Leonardo Sciascia. Falcone ha la colpa di essersi occupato di mafia dai primi anni Ottanta, è il numero uno dell’antimafia, si è fatto le ossa a Trapani come pubblico ministero in un processo contro le cosche trapanesi e ha condotto la sua prima inchiesta antimafia contro Rosario Spatola e altri 119, in un processo in cui ha affinato le sue arti da segugio e la sua fortissima memoria, seguendo i movimenti bancari e finanziari (follow the money) per scoprire  che «si è venuta delineando un’organizzazione mafiosa di carattere internazionale, dedita al traffico di stupefacenti; un’associazione estremamente pericolosa, sia per le dimensioni, sia per l’intricata rete di appoggi e di connivenze di cui gode». Ha svolto anche le funzioni di giudice fallimentare, esperienza da cui ha tratto una grande competenza nell’indagare sulle girate dei titoli di credito, esaminati con pazienza certosina e precisione. L’istruttoria del maxiprocesso contro 1056 persone è la più approfondita fino a quel momento e la Dea americana non nasconderà la sua ammirazione per quel coraggioso giudice italiano che, in un libro intervista fondamentale dal titolo Cose di Cosa Nostra, condensa la sua conoscenza profonda, la sua visione e i suoi metodi innovativi per contrastare la criminalità mafiosa.  L’istruttoria del maxiprocesso guidata dal pool antimafia istituito dal giudice Caponnetto sarà un’opera d’arte giudiziaria, che reggerà in dibattimento, in appello e in Cassazione. Falcone, il giudice visionario, l’utilizzatore di tecniche investigative nuove e dei collaboratori di giustizia, il siciliano nato alla Kalsa e invitato all’estero a formare gli investigatori, cadrà dopo che già hanno versato il sangue per la nostra Repubblica i suoi colleghi Cesare Terranova, nel 1979, Gaetano Costa, nel 1980, Rocco Chinnici nel 1983, uomini delle forze dell’ordine come Boris Giuliano, Ninni Cassarà, Roberto Antiochia, Emanuele Basile, Beppe Montana, giornalisti, politici come Piersanti Mattarella e Pio La Torre e nel 1982 insieme alla moglie e all’autista il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, che ha sconfitto il terrorismo in Italia, nominato Prefetto di Palermo e mandato a combattere la mafia senza mezzi. 

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Giovanni Falcone ai funerali di Carlo Alberto dalla Chiesa, foto di Letizia Battaglia

All’interno di Cosa Nostra c’è già stata una guerra tra corleonesi e palermitani, i morti per mafia sono almeno 500. A livello nazionale, nell’anno precedente, sono stati 700. Con l’attentato di Capaci «Cosa Nostra vuole celebrare la propria potenza davanti al mondo», secondo lo storico Salvatore Lupo. Ma forse Falcone ha cominciato a morire il 21 giugno 1989, con l’attentato all’Addaura, miracolosamente fallito e attorno a cui la stampa spargerà voci infondate secondo cui il giudice palermitano, già calunniato dalle lettere del “Corvo” di “fare il gioco sporco” per avere usato un mafioso come Totuccio Contorno contro gli stessi mafiosi, si sarebbe autoorganizzato l’attentato. In quell’occasione, come ricorda Attilio Bolzoni in Uomini soli, Falcone dirà che ad organizzare l’attentato sono state «menti raffinatissime». Già una grande sconfitta il combattente senza macchia e senza paura l’aveva subita un anno prima, quando a capo del pool antimafia, dopo il pensionamento di Antonino Caponnetto, era stato nominato dal Consiglio superiore della Magistratura, al posto che sarebbe spettato di diritto a Falcone, Agostino Meli, un giudice di 17 anni più anziano, a digiuno di investigazioni antimafia e fermamente deciso a smontare pezzo per pezzo il pool che tanti successi aveva ottenuto nella lotta a Cosa Nostra. Agostino Meli, contrario ai metodi del gruppo che era stato guidato da Caponnetto, avrebbe diviso le inchieste in tronconi affidati a giudici diversi, realizzando quello che in gergo fu chiamato “lo spezzatino antimafia”. Anche la candidatura del giudice antimafia al Csm, in cui intendeva proporre una Superprocura per coordinare le procure sul territorio e l’istituzione di una polizia specializzata, come l’Fbi, sarebbe stata bocciata. Nel 1991 Falcone aveva accettato l’invito del Ministro Guardasigilli Martelli di diventare direttore dell’Ufficio Affari penali. In pochi lo avrebbero capito, forse soltanto l’amata moglie Francesca, ma il giudice istruttore del maxiprocesso voleva completare l’opera iniziata a Palermo e portarsi nel luogo centrale della lotta alla mafia, ottenendo che i processi contro Cosa Nostra non finissero più nell’unica sezione della Corte di Cassazione presieduta dal giudice “ammazzasentenze” Corrado Carnevale, che non aveva mancato occasione per sbeffeggiare pubblicamente il “metodo Falcone”. Prima di partire per Roma il Nemico numero 1 della criminalità organizzata aveva rilasciato un’intervista: «Io sono un uomo di questo Stato. Io credo alle Istituzioni. C’è chi crede di poter aggiustare le cose dal di fuori, io credo il contrario» e a chi lo sconsigliava aveva risposto, da visionario quale era: «Vado a fare lo stesso mestiere: a Palermo ho costruito una casa, a Roma posso costruire un palazzo». Nella capitale il Ministro di Grazia e Giustizia era in piena sintonia con Falcone e gli dette il via libera per un pacchetto antimafia e per l’istituzione di una Superprocura. Per ironia della sorte, il Ministero con cui si trovò a collaborare Falcone faceva parte di uno degli ultimi Governi Andreotti, il politico condannato per concorso esterno in associazione mafiosa fino al 1980 (condanna per cui era intervenuta la prescrizione), ma che non esitò a prendersi il merito, in più di un’occasione futura, di una delle migliori legislazioni antimafia della Repubblica. Chi più del giudice esperto di Cosa Nostra, ideatore con Borsellino del Maxiprocesso e di tanti altri processi di mafia, chiamato all’estero per insegnare a sconfiggere la mafia e a guidare l’attività investigativa, era adatto a ricoprire quel ruolo? Ancora una volta la Commissione per incarichi direttivi del Csm avrebbe ripetuto un copione conosciuto e gli avrebbe preferito Agostino Cordova per tre voti contro due. Alla Direzione degli Affari penali Falcone stava facendo un buon lavoro di prevenzione, investigazione e lotta alla mafia, diventando quasi più pericoloso per Cosa Nostra che come giudice istruttore. Quel sabato 23 maggio, nel tepore di una primavera inoltrata, aveva pensato a un weekend con Francesca Morvillo nella sua amata Palermo. Era stato strano partire di sabato per rientrare domenica, ma Morvillo era stata trattenuta a Roma come commissaria di un concorso. Eccezionalmente, per rilassarsi, Falcone, con a fianco la moglie, decise di guidare la Croma al posto del suo autista e uomo della scorta, l’unico su quell’auto a sopravvivere alla strage. Gioacchino La Barbera percorreva in auto la stradina parallela all’autostrada e seguiva le tre macchine blindate del giudice col telefonino acceso. Qualcuno, una talpa, lo aveva avvisato. Era in contatto con i mafiosi che si trovavano sulla collinetta di Capaci e che da tempo facevano le prove di questo attentato, si erano procurati il tritolo e lo avevano depositato nel tunnel sotto l’autostrada: Giovanni Brusca e Antonio Gioè, Santino Di Matteo, Salvatore Biondino, Mariano Troia, Giovanbattista Ferrante, esecutori della sentenza della Cupola presieduta da Totò Riina. Giovanni Brusca ebbe un attimo di esitazione ad azionare il detonatore, perché vide rallentare l’auto guidata da Falcone. In effetti il suo autista gli aveva appena ricordato di restituirgli le chiavi e Falcone, soprappensiero, le staccò un momento dal cruscotto. «Dottore, che fa? Così andiamo ad ammazzarci» gli disse l’autista. Le immagini della strage colpirono tutti noi ed entrarono nella storia oscura della nostra Repubblica. 

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I resti dell’auto di Falcone

Alle 19 il giudice Falcone spirò tra le braccia di Borsellino, che era accorso al suo capezzale, e poco dopo toccò alla moglie Francesca. Ai funerali, cui partecipò una folla immensa che assistette al discorso commovente agli uomini d’onore della vedova Rosaria Schifani, la bara di Falcone fu portata a spalla dal suo collega e amico, a cui sarebbero rimasti meno di due mesi di vita. Era presente il neoeletto Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, su cui il 25 maggio, superata ogni divisione e finita ogni camarilla, il Parlamento in seduta comune aveva finalmente trovato un accordo. Attilio Bolzoni racconta che dal computer di Falcone sparirono tutti i file che custodivano i suoi diari, compresi quelli contenuti in un portatile e fu cancellato il disco rigido del Toshiba del suo studio di Via Notarbartolo. Il fotografo Antonio Vassallo gira tutte le scuole a raccontare di come, tra i primi ad arrivare sul luogo della strage, fu invitato da due strani personaggi, che scambiò per uomini dello Stato, a consegnare i rullini delle foto, che ad Ilda Boccassini, Pubblico ministero per sua scelta nell’inchiesta giudiziaria della strage rivendicata da una sedicente “Falange Armata”, non furono mai consegnati, né tanto meno restituiti a Vassallo. La Magistratura ha individuato colpevoli e mandanti, anche in seguito alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. Un’inchiesta sui cosiddetti “mandanti occulti” è stata archiviata, per mancanza di riscontri alle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, dalla procura di Caltanissetta, che pure vi fece riferimento a proposito della strage di via D’Amelio.  A dispetto della scarsa considerazione delle abilità e della competenza del giudice, accusato di protagonismo e di metodi da sbirro quando era in vita, le mobilitazioni a Palermo e in tutta Italia si moltiplicarono.  Il 23 maggio è diventata una data partecipata da studenti, associazioni antimafia, cittadinanza e politici, purtroppo anche da quelli che quando il giudice era in vita furono feroci con le parole nei suoi confronti ma se lo dimenticarono in fretta.  L’aeroporto di Punta Raisi è stato dedicato a Falcone e Borsellino e sull’autostrada che da lì va a Palermo non si possono non notare gli obelischi in ricordo delle vittime delle due stragi, ai cui piedi sorge il Giardino della Memoria “Quarto Savona 15”, con i resti dell’auto su cui si trovavano i tre uomini della scorta conservati in una teca, voluta dalla vedova di Antonio Montinaro. Questa teca è stata costruita in modo da poter essere spostata e mostrata in tutti i luoghi d’Italia. Fa specie che sulle stele dedicate alla memoria delle vittime delle due stragi del 1992 e realizzate nel 2004 non sia contenuta la parola “mafia”. 

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La stele di Capaci

In compenso, sulla collinetta da cui Giovanni Brusca azionò il detonatore della carica di tritolo i ragazzi e le ragazze di Addiopizzo, grande esempio di antimafia sociale, ogni anno il 23 maggio ridipingono la scritta NOMAFIA, come monito per coloro che si trovino a passare da Capaci e accompagnano per tutto l’anno i ragazzi e le ragazze delle scuole italiane a conoscere la storia della strage e della mafia nei luoghi siciliani, con viaggi di istruzione che si chiamano “Bellezza è impegno”. 

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NO MAFIA

La fondazione Falcone, il Governo e l’associazione Libera organizzano “La nave della legalità” da Civitavecchia a Palermo, per l’anniversario della strage. Nelle scuole si organizzano giornate di commemorazione e molte associazioni antimafia si mobilitano insieme a studenti e cittadinanza. Dal 23 maggio del 1992 in alcune scuole pioniere si è cominciato a parlare di legalità e antimafia, a studiarne la storia, a organizzare cortei, installazioni, letture civili. A poco a poco queste mobilitazioni sono cresciute di numero, ma sono state affidate a pochi insegnanti, sacerdoti, forze dell’ordine, associazioni antimafia. A Milano la facoltà di Scienze politiche dell’Università degli studi ha istituito un Corso di Sociologia della criminalità organizzata e una Summer School coordinata dal prof. Nando dalla Chiesa, e un osservatorio sulla criminalità organizzata, Cross, composto da ragazzi e ragazze appassionate, che hanno curato il primo Rapporto sull’educazione alla legalità nelle scuole e ne stanno preparando un altro, valorizzando il lavoro di tanti e tante docenti che, in modo assolutamente volontario e non sempre compresi/e da colleghi e colleghe, si sono formati/e su questi temi. L’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, l’Università Alma Mater di Bologna e l’Università di Perugia hanno istituito un Centro interuniversitario di studi sulla criminalità organizzata chiamato Transcrime. Corsi sulla storia delle mafie si tengono in molte altre università come il collegio Santa Caterina di Pavia in cui insegna Enzo Ciconte.  Quelli che ritenevano la mafia una questione di coppola e lupara, tutta siciliana, hanno dovuto ricredersi e i metodi investigativi di quel meraviglioso visionario che fu Giovanni Falcone sono ormai diffusi nel mondo. È stata istituita una Direzione nazionale antimafia con a capo un Procuratore nazionale e 20 procuratori aggiunti. Per le attività investigative sono a disposizione di questi magistrati reparti specializzati come Dia, Ros e Scico. Esistono anche le Direzioni distrettuali antimafia. Quel giudice che Mario Pirani aveva paragonato ad Aureliano Buendìa, l’eroe di Cent’anni di solitudine che «dette trentadue battaglie e le perdette tutte», aveva intuito prestissimo la pericolosità della criminalità organizzata, la sua dimensione internazionale, la necessità di combatterla con un grande spiegamento di forze, la zona grigia che la rendeva forte e aveva suggerito metodi e istituti che pochi e troppo tardi compresero e cercarono di attuare. Il suo progetto si è avverato e gli ha dato ragione su tutti i fronti. Peccato che, come spesso accade in Italia, per fare in modo che certe idee diventino legge sia necessario un tributo di vite umane innocenti. Per il 23 maggio 2020, in tempi di Co-vid 19, oltre alla bella iniziativa social di Libera Milano #sullenostregambe, che invito a consultare su Facebook e Instagram, mi permetto di segnalare quella suggerita da Wikimafia, QuartoSavona15, Fondazione Falcone. Si chiama #Eranosemi ed è ispirata al libro Cose di Cosa Nostra, un testo che tutti e tutte dovrebbero leggere. Le informazioni si trovano sul sito http://www.wikimafia.it. Come ricorda l’iniziativa della Libera Enciclopedia sulle Mafie, quelle vite, non solo quelle dei due giudici ma anche quelle delle persone della sua scorta, erano semi che hanno generato una mobilitazione dell’antimafia sociale, una consapevolezza nella società civile e grandi riforme nel contrasto alle mafie che coloro che osteggiarono, denigrarono e criticarono le idee di quel meraviglioso combattente che fu Giovanni Falcone non avrebbero mai immaginato. A lui, a Francesca Morvillo e agli uomini della sua scorta va tutta la nostra gratitudine e il nostro impegno a utilizzare ogni strumento e ogni occasione per raccontare alle nuove generazioni quanto dobbiamo loro per la lotta alla criminalità organizzata.

 

Articolo di Sara Marsico

Sara Marsico.400x400.jpgAbilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLILÈ stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donneÈ appassionata di corsa e montagna. 

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