Editoriale. Chi decide quando sarà finita?

Carissime lettrici e carissimi lettori, forse si doveva aspettare che i numeri dessero responsi più miti? O forse si potevano riaprire anche le scuole? La scelta è stata quella giusta e decisa per il bene comune o forse si è giocata la scommessa con la vita come nel famoso film di Bergman nella terribile partita a scacchi tra il cavaliere e la Morte? Come sia andata lo sapremo, per ora abbiamo iniziato. Con qualche mancanza, con qualche assenza, con qualche azzardo in più. Abbiamo provato a proiettare la vita all’esterno, tornando nei luoghi di prima, precedenti alla fuga nel rifugio del privato frequentato solamente da chi già ci vive in un indirizzo anagrafico. Ho letto in questi giorni un articolo molto interessante, riportato su un quotidiano italiano, ma in realtà apparso sull’americano New York Times. L’articolo parla del concetto di fine di una pandemia, quando, cioè, può giudicarsi terminata e, eterno dilemma della verità e della scienza, in che modo e attraverso quali mezzi di indagine possiamo decretarne effettiva la fine. «Secondo gli storici – spiega il prestigioso quotidiano – le pandemie hanno generalmente due tipi di conclusioni: quella medica, che si verifica quando i tassi di incidenza e di mortalità precipitano, e quella sociale, quando svanisce l’epidemia di paura della malattia… In altre parole ci potrebbe essere una conclusione non dovuta alla sconfitta della malattia, ma al fatto che la gente si è stancata di vivere nel panico e ha imparato a convivere con la malattia stessa.» L’articolo continua citando l’opinione sull’attualità di un docente di Harvard, lo storico Allan Brandt: «Come abbiamo visto nel dibattito sulla riapertura dell’economia, molte risposte sulla cosiddetta fine sono determinate non dai dati medici e di salute pubblica, ma da processi sociopolitici.» Viene citato anche l’intervento di una dottoressa che qualche anno fa (era il 2014) aveva assistito in Irlanda alla paura di un’epidemia (in questo caso era la terribile Ebola), ma senza che l’epidemia fosse arrivata mai nell’isola nordeuropea: «Bastava avere la pelle del colore sbagliato per essere guardati male da chi viaggiava con te in autobus o in treno. Se ti capitava di tossire, si spostavano tutti… Se non siamo pronti a combattere la paura e l’ignoranza con lo stesso vigore e la stessa serietà con cui combattiamo ogni virus – conclude la stessa medica in un intervento più attuale citato sempre nell’articolo – la paura può fare danni terribili alle persone vulnerabili… Un’epidemia di paura può avere conseguenze ben peggiori se complicata da questioni di razza, di ceto o di lingua.» Tutto questo la dice lunga sui possibili scenari che si presenteranno al nostro prossimo futuro, con l’aggiunta, come in un ossimoro, che è quella figura retorica che accosta due termini di significato contrario, di quell’evidente reazione del sentirsi attori e attrici di un generale liberi tutti che si sta presentando in questi giorni. Una situazione iniziata già all’apertura del 4 maggio, ma riproposta, con ancora più evidenza, all’inizio della settimana appena trascorsa, quando ha preso il via l’attività del commercio che rischiava di collassare sotto i colpi di una chiusura a oltranza. Il primo clamore, in ordine di tempo, è stato determinato subito dopo l’inizio della cosiddetta Fase 2: la ormai famosa passeggiata di giovani, e più di qualche meno giovane, sui Navigli, luogo deputato della movida milanese. Questo fenomeno aveva provocato le ire e le conseguenti minacce di immediata chiusura, di ritorno al lockdown più rigoroso, da parte del sindaco della città meneghina Giuseppe Sala, che si è trovato a governare una metropoli capoluogo della regione più carica di infezioni e morti da Covid-19. Dall’altra parte, con uguale intensità e, si può dire, in senso contrario (e qui l’ossimoro), c’è chi si è “attaccato/a” alla casa e non riesce più ad uscirne. L’hanno chiamata sindrome della capanna o della caverna. È l’affezionamento agli interni che, senza generalizzare, ha colto molte persone in questo periodo, spingendo all’estremo e senza mai distaccarsene, quella sorta di ebbrezza iniziale del trovarsi fuori dai doveri stressanti del quotidiano, quelli che in effetti dovrebbero almeno in parte essere rivisti nel nostro futuro rientro effettivo. In psicologia questa situazione viene interpretata «come un tempo sospeso, per alcuni versi simile all’adolescenza in equilibrio tra l’infanzia e l’età adulta» come ha detto in un’intervista a un quotidiano Valentina Di Mattei, psicologa clinica dell’Ospedale San Raffaele e docente associata dell’Università Vita Salute San Raffaele di Milano. «La sospensione riguarda anche obblighi e responsabilità – si legge ancora – per questo ha un suo fascino che la mantiene desiderabile nei suoi elementi di regressione… Però è altrettanto vero che per alcuni è stato anche un tempo di riscoperte positive, di legami familiari vissuti più pienamente, di case abitate, di oggetti ritrovati, come per esempio i vecchi album di fotografie. Sono pezzi della propria identità che nella frenesia della vita precedente alla quarantena non trovavano spazio. Ora è difficile ributtarsi nella corrente, abbandonando questi aspetti» (Monica Virgili). Una nostalgia, dunque, da non lasciare. In altre e altri, soprattutto le/i più giovani, si è trasformata invece nell’impazienza, se non addirittura nell’ansia di ritornare ai vecchi schemi e nei luoghi soliti del divertirsi nella movida dell’approvazione sociale. Come se, a ragione per tanti versi, non si riuscisse più a stare nella mobilità ristretta degli interni, con la ginnastica a casa, con il giro a metri contati intorno al palazzo per i bisognini del cane (mai l’abbiamo sentito così nostro alleato!) o per una breve corsa, diventata spesso rimedio per qualche piccolo sfizio alimentare in più. Stanchi e stanche di lezioni al computer e persino di prove d’esame, di sessioni di laurea in diretta dal salotto o dalla cucina, mai immaginati come luoghi deputati a tali funzioni. Così al primo avviso si è andati/e fuori come in un richiamo collettivo atavico. È palese, per strada, tanta della forza allegra che esplode come da una pentola a pressione. Si ripetono così in altri spazi, in altre città, gli stessi scenari, rischiosissimi in senso sanitario, visti per la prima volta a Milano. E contemporaneamente si replicano le minacce (più o meno colorite, alle volte eccessivamente colorite!) di chi detiene la facoltà di far indietreggiare il tempo e ritornare all’inizio: in un altro lockdown, che stavolta sarebbe disastroso, se non catastrofico. E da questo dobbiamo guardarci, per questo abbiamo il dovere tutte e tutti di stare ancora non al chiuso, ma attenti/e. Abbiamo rischiato e possiamo di nuovo rischiare la catastrofe? Ci facciamo guidare per investigare sul peso della parola che, come tante, non solo della scienza medica, ci arriva dalla lingua di Aristotele e Platone (ricordate lo stupendo e spassosissimo film con quel titolo lungo e pieno di presagi sensoriali: Quel grosso grasso matrimonio greco?!) Ce lo spiega con acume, in un articolo apparso un mese fa su Il riformista, Lucrezia Ercoli, la giovane ideatrice della Popsophia, la visione della Filosofia del contemporaneo che ha avuto anche un Festival digitale (del quale Ercoli è direttrice artistica) andato in rete il 4 aprile scorso con molto successo, eccellenti critiche e ospiti d’eccezione. «Ci viene in aiuto – scrive Ercoli mentre spiega un’illuminante poesia di Ungaretti che riassume in poco più di tre versi l’Allegria di naufragi, ossimoro mai tanto opportuno – il secondo significato di questo enigmatico lemma greco. Katastrophé, infatti, è un termine che appartiene al linguaggio della drammaturgia antica: indica la conclusione della storia, la svolta narrativa, il rivolgimento improvviso della vicenda dell’eroe che porta a compimento l’azione drammatica. Il prefisso kata, infatti, indica un movimento dall’alto verso il basso: la caduta finale dell’eroe conduce alla conclusione della vicenda con l’immancabile esito nefasto e luttuoso.» Perché allora non partire proprio da qui, dall’estetica della catastrofe, dallo storytelling del naufragio? D’altronde, la letteratura, il teatro, il cinema, la serialità televisiva hanno raccontato la catastrofe e drammatizzato il cataclisma in mille declinazioni diverse. E se la risposta alla realtà della pandemia che sta sconvolgendo il mondo fosse nascosta proprio nelle finzioni che, per secoli, l’hanno “messa in scena”? Perché non ascoltare coloro che hanno raccontato la fine di un mondo per scorgere il preludio di un nuovo possibile inizio, per capire come costruire nuove scialuppe dai frammenti rimasti a galla dopo il nubifragio, per sentir risuonare l’eco di quella misteriosa allegria del naufrago di cui oggi tanto sentiamo il bisogno? Consapevoli che, come scriveva il poeta Hölderlin più di due secoli fa, «soltanto nel profondo dolore risuona per noi divino il canto della vita.» Questa è la realtà. Per distrarci dalle forti sensazioni e desideri di rimanere imprigionate/i negli interni o di essere pericolosamente proiettate/i nella forza centrifuga (seppure un po’ più di libertà ce la possiamo permettere) degli incontri e della vita sociale (e non più solo social), nella spasmodica e pericolosa voglia di movida, leggiamo! Affidiamoci alla lettura e al bello che può contenere. Prendiamo tempo, pensando che fino all’arrivo del Covid-19 pochi/e di noi in Italia leggevano e chi lo faceva arrivava anche a un solo libro all’anno. Dobbiamo imparare, come dice saggiamente la virologa Ilaria Capua dall’America degli States di Trump (che consiglia a man bassa fantomatici e azzardati medicinali salvifici), a vivere virtuosi/e, intendendo con questo non l’apologia dell’astinenza, ma la capacità di portare rispetto all’ecosistema. Intanto leggiamo e incontriamo letture che ci raccontano della natura, della fantasia, della storia degli uomini e delle donne di questa terra. Cominciamo dai racconti di oggi. Iniziamo una serie nuova dedicata a Le streghe, spesso donne colte, sensibili, ma vituperate e allontanate per la paura, anche della loro verità. Parleremo e leggerete dell’anniversario della strage di Capaci (23 maggio 1992), vilipendio e abuso orribile contro la Giustizia. Si parlerà di donne, tante, importanti, persino partendo, per alcune, da figure maschili incontrate a cui hanno saputo segnare la vita. Ritorneremo sulla bellissima carrellata delle Surrealiste, con un’altra puntata su queste misconosciute, ma valorosissime artiste. Visiteremo un Alfabeto del Coronavirus fatto dei nomi delle donne che sono state protagoniste, con le loro esperienze di vita e di dolore, di questa éra del Virus. Passiamo per il Medioevo, cercando di comprendere meglio quest’epoca non sempre chiarita. Poi voliamo sull’Africa, quella delle sue donne, deturpate, sofferenti, private di tanti diritti, ma più di una in lotta per una sorellanza duratura. Festeggiamo il Teatro, di cui abbiamo tanto bisogno e che necessita ora di pubblico e di eventi, con Eduardo, a cento anni dalla nascita, pensandolo, chissà, mentre guarda la sua Napoli, da lui resa città universale. Poi alziamo la testa al cielo e vediamoci protagoniste e protagonisti di una saga tra le più amate, replicata in mille modi negli anni: era il 25 maggio 1977 e al cinema usciva il primo film di Guerre stellari. Non dimentichiamo la poesia. Ricordiamoci delle e dei poeti.  Vedrete, sarà vero: “E subito riprende il viaggio come dopo il naufragio un superstite lupo di mare” (Giuseppe Ungaretti, Allegria di naufragi, 1916). Buona lettura a tutte e a tutti.

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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